1998-...: Il Verona di Pastorello - parte 4
di Francesco Tamellini
parte 1 | parte 2 | parte 3 | parte 4

Arvedi
I conti tornano, ma non i risultati


Della serie al peggio non c’è mai fine in estate Pastorello, sempre più a corto di idee e di soldi, decide di affidare all’incognita Salvioni la missione di portare quella ventata di novità e di freschezza necessaria all’ambiente dopo il soffocante e nevrotico biennio targato Malesani. Con lui arriva finalmente anche un ds. A coprire il vuoto lasciato da Foschi Pastorello infatti chiama il rampante Gibellini, strappandolo a suon di “nostalgia gialloblu” dall’Alto Adige, dove, pare, abbia fatto miracoli. La svolta dovrebbe finalmente giovare ad una squadra che appare ancora troppo legata ai fantasmi del passato. A livello di giocatori approdano in riva all’Adige gli attaccanti Myrtaj e Mihalcea, i giovani Cassani ed Agnelli e ritorna Salvetti. Parte invece uno dei protagonisti della stagione precedente: Cassetti (sponda Lecce). L’obiettivo è quello di fare un campionato tranquillo.

E invece la tranquillità viene subito meno. Il presidente a settembre, in protesta con le decisioni della Lega calcio si dimette e a dicembre (dopo lo scandalo Parmalat) dichiara la sua intenzione irrevocabile di cedere la società al termine del campionato. Al suo posto, alla presidenza del Verona viene messo il conte Arvedi d’Emilei.


Salvioni
Si Salvioni chi può!


A livello sportivo le cose non vanno di certo meglio: Salvioni dimostra subito di aver ben poco di positivo da proporre all’Hellas (a parte l’irrisorio ingaggio) e dopo un avvio incerto, naufraga impietosamente in una crisi di gioco e di risultati con pochi precedenti. Mancano le geometrie, manca la grinta, manca l’entusiasmo e la voglia. Il bonus di credibilità del tecnico bergamasco si esaurisce in fretta e già a novembre lo spogliatoio comincia a remargli apertamente contro. Se ne accorgono tutti tranne la dirigenza che aspetta una serie terrificante di 1 vittoria in 15 partite prima di decidersi a dare, in un drammatico finale d’anno, il benservito al tecnico bergamasco. Si chiude così un 2003, che come il 2002 ha tutti i connotati dell’“annus horribilis”. Difficilmente si può cadere ancora più in basso.

Maddè Pastorello a sorpresa decide di ripartire con chi già gli ha salvato una volta le penne dalla C1 e richiama per la difficile missione salvezza l’esperto Maddè. Il nuovo tecnico, come Cincinnato, si ripete. Cambia modulo e mentalità dando una decisa scossa alla squadra che esce trionfalmente dalla zona retrocessione conquistando in dieci partite più di quanto Salvioni non avesse fatto in ventitre. La rimonta però improvvisamente si interrompe e il Verona ripiomba nelle paludi della bassa classifica dando, ad un certo punto, addirittura l’impressione che la C1 sia ormai un realtà. Solo uno scatto d’orgoglio finale, trascinato dall’encomiabile passione del popolo helladino (con i “gloriosi 5000 di Como”) evita a Pastorello una caduta in pratica senza precedenti nella storia del club.


I tre tenori
Ficcadenti

E’ l’ennesimo affronto ad una piazza sempre più esausta ed impaziente. Pastorello è ormai agli occhi di (quasi) tutti i tifosi la causa delle mille delusioni che hanno accompagnato gli ultimi due campionati e mezzo e anche per un uomo “dalle spalle larghe” come lui, l’aria diventa così pesante da cominciare a farsi insopportabile. Pastorello allora cerca la via di fuga. In estate arrivano nuove offerte d’acquisto della società e il presidente, a giugno, subito dopo la conclusione del campionato, arriva a dichiarare a più riprese di essere sul punto di partenza, affermando addirittura che il prossimo raduno della squadra per il ritiro sarà presieduto dal nuovo patron dell’Hellas. La campagna acquisti viene in pratica delegata al ds Gibellini che, d’accordo con Pastorello, dà il benservito a Maddè (che dopo esser stato per la seconda volta salvatore è anche per la seconda volta “trombato” senza tanti complimenti), mette “fuori rosa in attesa di sistemazione” i contratti più pesanti (Colucci, Seric, Salvetti ed Italiano) e chiama a Verona il promettente ed economico Ficcadenti, tecnico tutto cuore, carattere e grinta, reduce da una buona stagione a Pistoia. Senza spendere un euro vengono presi in prestito i giovanissimi Behrami e Guarente, il difensore Gervasoni e l’ariete Bogdani. Partono invece Mihalcea, Minelli, Almiron, Pisanu, Lomi e tre dei quattro “esosi” (rimane il solo Italiano, mestamente fuori rosa in attesa di rivedere il suo ingaggio).

L’ennesimo calciomercato “low profile” insomma ma del resto le attenzioni di Pastorello sono tutte rivolte alle trattative per la cessione societaria che sembrano farsi sempre più concrete. Tanto che ad ottobre escono finalmente allo scoperto i nomi: per l’acquisto del club ci sarebbero da una parte il solito Paiola aiutato da importanti partner e dall’altro il misterioso trio costituito dagli imprenditori brianzoli Barzaghi, Tosi e De Biasi. Ad inizio novembre sembra finalmente arrivato il grande momento, ma ancora una volta all’ultimo momento il castello crolla. Le ragioni? Non si conoscono, ma il teatrino di accuse, ricatti e smentite che segue destano nei tifosi il legittimo dubbio che forse in giro c’è pure chi sarebbe in grado di far rimpiangere Pastorello. Ed è tutto dire.


Behrami e Bogdani
Non rompere il Giocattolo


La squadra del Ficca intanto dopo una partenza raggelante (con 5 sconfitte consecutive tra Coppa Italia ed inizio campionato) inizia ad ingranare, ed esplode nei mesi di novembre e dicembre grazie ad un potenziale offensivo devastante. E’ Bogdani il grande protagonista e con lui emergono le figure di Italiano, decisivo con il suo rientro nel dare una svolta alla squadra, le prodezze del brasiliano Adailton e la sorprendente esuberanza tecnica ed atletica del giovanissimo Behrami (ennesima scoperta a costo 0). La squadra con loro quattro gioca che è un piacere, al Bentegodi si tornano a vedere partite memorabili (incredibili il 5-3 al Vicenza e il 2-0 al Torino) e prodezze ormai dimenticate da troppo tempo (le punizioni di Adailton, le rete di Behrami al Pescara). Insomma per gli irriducibili 11.000 del Bentegodi, si ritorna a respirare aria di bel gioco ed alta classifica, con un tecnico e dei giocatori capaci di far sognare. Con una aggiustatina nel mercato di gennaio la serie A non sarebbe più un sogno.

Mazzola Ma se in campo tutto va a gonfie vele a livello dirigenziale il Verona continua a non aver pace. Pastorello deve sorbirsi la sfuriata di Paiola che, dopo il fallimento della trattativa, in una conferenza stampa infuocata sbatte la porta in faccia al presidente dichiarando ai quattro venti la sua volontà di uscire anche come sponsor dalla società (salvo poi rientrarvi a testa bassa pochi mesi dopo per infilarsi nel progetto legato al “nuovo stadio”). E c’è poi la questione Gibellini. Il tradimento del ds (avrebbe utilizzato la trasferta argentina pagatagli dalla società per trattare per conto del trio) convince Pastorello a cacciarlo dalla società. Insomma a dicembre il patron, fatta “tabula rasa” intorno a sé, si trova più solo che mai e con un ingente debito da pagare all’Erario entro fine anno. Per fortuna in suo aiuto arriva il conte Arvedi che acquistando il 20% della società, salva l’Hellas dal rischio fallimento e, restituita serenità (economica) all’ambiente, spinge Pastorello a dichiarare, in vista dell’imminente mercato di gennaio l’ennesima frase destinata a passare alla storia: “La squadra sta andando a gonfie vele. Solo un folle potrebbe rompere questo giocattolo”.

Ora non si sa che idea di follia o di giocattolo avesse in testa Pastorello, ma di certo quando a fine gennaio Italiano se ne va al Genoa (anche grazie ad una clausola con la quale la società si impegnava a cederlo in caso di offerte importanti), la sensazione di gran parte dei tifosi è cha ancora una volta una promessa sia stata delusa. Italiano lascia un Verona al terzo posto in classifica, a due punti dal secondo. Una posizione che l’Hellas non rivedrà più. Anche perché in pochi giorni cadono altre tre tegole sulla testa di Ficcadenti. Uno dopo l’altro spariscono dalla scena Guarente (per una malattia misteriosa), Adailton (per un strappo mal curato che lo terrà fuori in pratica fino a fine campionato) e Behrami. Rimane il solo Bogdani che però senza rifornimenti (che non possono certo arrivare dai mediocri neo-acquisti De Simone, Soligo, Pizzinat e Rosina), finisce per sparire ancor di più dei suoi compagni infortunati. Il sogno della serie A si spegne così, lentamente, con una lunga agonia fatta di tanti orgogliosi pareggi, testimonianza di una squadra e di un allenatore dal carattere d’acciaio ma che deve arrendersi all’impotenza dei mezzi a disposizione. L’Hellas chiude settimo a 13 punti dal Torino terzo in classifica. Lontanissimo dalla A. Almeno finchè in estate i fallimenti di Torino e Perugia, e l’illecito del Genoa non cambieranno le carte in tavola. A festeggiare saranno però Treviso e, per un punto, l’Ascoli. A Verona rimangono solo i rimpianti.

La fretta, brutta consigliera


gruppo Il resto è storia recente. In un’estate arroventata da nuovi scandali il Verona riesce a riportare in riva all’Adige Italiano, al quale Pastorello aggiunge la solita carellata di giovani promesse a costo zero: Aurelio, Rantier, Munari, Bonomi, Beccia, Ferrazza, Bagalini e Pulzetti. Se ne vanno, invece i due grandi protagonisti della stagione appena conclusa: il lanciatissimo Behrami (sponda Lazio) e il bomber Bogdani, oltre a Dossena e Cossu. Proprio la partenza dell’albanese lascia scoperto il ruolo chiave per il 4-3-3 di Ficcadenti, quello della punta centrale. La dirigenza preferisce non affrettare la decisione e in osservanza del saggio detto popolare per cui “la fretta è cattiva consigliera” preferisce valutare con calma le diverse piste a disposizione (Bjelanovic, Godeas, Corona e Vryzas). A forza di aspettare però il ds Sensibile e il patron Pastorello finiscono “per bruciarsi il cerino in mano”. La scottatura è forte. Alla bell’è meglio viene racattato Sforzini, decisamente troppo poco per placare le ire di Ficcadenti che portano ad una clamorosa lite ad inizio campionato. Tanto per cambiare le garanzie tecniche richieste dal mister al momento del rinnovo sono state disattese.

Ficcadenti con grande orgoglio rimane comunque al timone e, chiamato per l’ennesima volta a “far le nozze con i fichi secchi”, cambia il volto della squadra, adattandone l’atteggiamento alla mancanza di una prima punta. Il modulo rimane quindi il 4-3-3 ma con una mentalità decisamente più difensiva. I risultati pagano: il Verona non ha più il gioco brillante dell’inizio della stagione precedente, anzi spesso provoca più sbadigli che non applausi, tuttavia i risultati arrivano e fino ad inizio dicembre i gialloblu si trovano sorprendentemente in zona play-off. Poi complice anche una serie di episodi sfortunati (arbitrali e non) ed un calendario particolarmente difficile i miracoli di Ficcadenti faticano sempre di più a realizzarsi e l’Hellas si riposiziona in una più consona (per lo scarso materiale a disposizione) metà classifica. “Se si vuole essere ambiziosi sono necessari dei rinforzi” predica il mister in vista del mercato di gennaio. Parole destinate ancora una volta a rimanere in buona parte disattese.
Andrea Perazzani 2003-2018 Hellastory è ottimizzato per una risoluzione dello schermo di 800x600 pixel. Per una corretta visione si consiglia l'uso del browser Microsoft Internet Explorer versione 5 o successiva con Javascript, Popup e Cookies abilitati. Ogni contenuto è liberamente riproducibile con l'obbligo di citare la fonte. Per qualunque informazione contattateci. []