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HELLAS VERONA / Canone Inverso

I SOLDATINI (DI PIOMBO) DI GROSSO


I SOLDATINI (DI PIOMBO) DI GROSSO

Il Verona è una squadra in crisi, involuta. Non ha idee, non sa difendere, non crea gioco, non tira in porta. Non ha un'identità, è continuamente sottoposta a cambiamenti di formazione. Mancano i riferimenti, i leader. Questa è una squadra inespressiva, esattamente come il suo allenatore che non trasmette mai alcuna emozione e neppure riesce a fornire spiegazioni. I gialloblu sono soldatini di piombo incatenati in un modulo teorico, astratto, senza possibilità alcuna di esprimere il proprio potenziale. Di questi tempi in serie B la beneamata ditta Fusco – Pecchia girava con 2,18 punti di media, ben 0,55 in più rispetto a Grosso – D'Amico, la coppia fresca e piena di idee (...) che doveva riavvicinare i tifosi alla società dopo la brutta retrocessione. Ma quali sono le idee di Grosso? Se è vero che i problemi di Pecchia vennero in seguito, alla fine in qualche modo riuscì a portare a termine l'obiettivo; al contrario non siamo altrettanto sicuri che lui sia in grado di risolvere i suoi attuali, capirai pensare al futuro. Oggi non punto un centesimo su questa formazione. Il vuoto che evidenzia è ancora più grave se ricordiamo la scelta del presidente di affidare tutto in mano ad un direttore sportivo debuttante (perché poi?) e ovviamente sparito dalla circolazione e ad un tecnico che ha avuto tutto quello che aveva chiesto dal mercato, eccetto Tello. Adesso mi aspetto di sapere se il tecnico (e il direttore sportivo) sono in discussione oppure vantano entrambi l'inconcepibile incolumità di cui ha goduto Pecchia, condannando nuovamente la squadra al suo misero destino. Sì, proprio adesso che la linea gerarchica è stata volutamente schiacciata allenatore – presidente mi aspetto di conoscere il pensiero di Setti, se ci crede e come pensa di migliorare le cose. Evitando ogni collaborazione, ogni contributo di esperienza, è lui in prima persona che ha preso tutte le decisioni.

Il Verona di Grosso ha due problemi insormontabili. Uno riconducibile all'altro. Non tanto perché legati a limiti tecnici del gruppo messo a sua disposizione, quanto mentali. Non è facile valutare l'esatto potenziale in quanto bloccato da meccanismi e rigidità tattiche che frustrano ogni forma di improvvisazione. Di resilienza all'avversario. La duttilità tattica non esiste nel vocabolario di Grosso.

Difatti, il primo problema è quello di essere una squadra eccessivamente accademica. Il mister è evidentemente ossessionato dall'equilibrio tattico in campo ed ha imposto uno stile di gioco (gioco?) che privilegia direttrici studiate a tavolino. il suo è un 4-3-3 rigido, qualunque cosa accada. Fosse stato un generale delle grandi battaglie del passato avrebbe lasciato a casa l'artiglieria pesante e usato la cavalleria solo per aggirare la fanteria nemica, non certo per disorganizzare il fronte nemico schierato. Lui concepisce un unico modo di avanzare, per 90 minuti, o sulla destra o sulla sinistra. Una pacchia per i nostri avversari. Questo spiega il tic-tac quando le fasce sono bloccate, il continuo fraseggio laterale alla ricerca di un varco, la tendenza a prendere il predominio del terreno di gioco per trovare la soluzione voluta. Ecco anche perché, in una ricerca esasperata di ordine e tatticismo (che non fa certo impazzire i tifosi) un ruolo decisivo lo stanno giocando Matos e Zaccagni (quest'ultimo però sempre part-time, senza esagerare. Chissà perché?) gli unici in grado di improvvisare e di rompere gli schemi. Eversivi o con licenza di esserlo? Persino Laribi, da sempre un ottimo fantasista, è stato ingabbiato fuori posizione come esterno offensivo in un ruolo poco avvezzo a sfruttare le sue capacità tecniche. Lui che dovrebbe prendere in mano il centrocampo e inventare agli attaccanti. Attaccanti? Perché parlo di plurale? Uno solo, isolato là davanti, basta e avanza. Alla fine ne risulta una squadra prevedibile in fase offensiva, con il povero cristo di Di Carmine marcatissimo raggiunto da innocui palloni verticali o, quando va bene, da veloci incursioni sulle fasce. Quanti tiri in porta fa il Verona in una partita? Una miseria. In porta, ripeto. I gol vengono essenzialmente da calci piazzati, perché i pochi spunti personali sulle fasce sono facili preda dei difensori avversari già piazzati. Mai una triangolazione al limite dell'area, mai un inserimento a verticalizzare. Quando parte il Verona chiudi gli occhi e sai che lì c'è già quel giocatore. Lo sai tu e lo sanno anche i tuoi avversari. I soldatini di piombo di Grosso, bloccati con il piombo, hanno movimenti limitati perché non possono perdere la posizione. Ma questo modo di concepire il calcio va bene forse per la Primavera della Juventus, non certo per la serie B quando devi inventarne una più dei tuoi avversari per riuscire a portarla a casa. Cosa serve avere qualità se poi non la sfrutti?

Non affronto l'argomento Di Carmine – Pazzini insieme in quanto questo rappresenta un mistero della fede. Noi tifosi abbiamo tutti un'opinione del Pazzo che né Mandorlini (il primo a rilegarlo come vice dell'ultimo Toni in attività), né Pecchia, né il mister del Levante, né Grosso hanno di lui. Peccato che quando gioca la butta quasi sempre dentro e mette in difficoltà le difese avversarie. O è il bomber più incompreso al mondo, o è il più sfortunato in quanto si trova di fronte solo a tecnici che, pensando a come siamo messi quest'anno, gli preferiscono un fenomeno come Cissè, o talenti emergenti come Tupta o Lee. Ma ci rendiamo conto? No, impossibile.

Il secondo problema lo abbiamo dietro dove abbiamo la percezione di essere sempre in balia degli avversari. Perché questa squadra prende sempre almeno 1 gol a partita? In linea di principio gli 11 gol subiti non sono poi così tanti, il dato lo attesta comunque tra le migliori del torneo. Il problema è che la povertà offensiva compromette ogni disattenzione difensiva: basta prendere un gol per finire di perdere o, al massimo, pareggiare. Il successo col Perugia, merito esclusivo di Silvestri, non può ripetersi all'infinito. La fragilità difensiva, al di là del valore dei singoli, è figlia stessa del modulo di Grosso. Se analizziamo i titolari, l'unico difensore di ruolo è Caracciolo perché gli esterni sono più bravi a spingere che a coprire e Marrone è un ex centrocampista trasformato difensore. E' emblematica la scelta tattica: Grosso, per il modo di intendere il calcio, ha bisogno di un Marrone dietro. A Bari come a Verona. Ma qualcuno ha mai visto Marrone costruire ripartendo palla al piede da dietro? Al massimo qualche lancio lungo preda facile dei difensori avversari già posizionati. Il problema è anche che Marrone non è tecnicamente Tricella, in grado di chiudere gli spazi e impostare dalla sua area di rigore. A parte il fatto che lo stesso Tricella era circondato da fior di difensori (Fontolan e Ferroni) e centrocampisti in grado di coprire in maniera eccellente (Volpati e Briegel). Davanti a Marrone invece abbiamo un centrocampo che non sa marcare. Deve essere frustrante per Grosso: lui che concepisce solo il rigore tattico non riesce a trasmettere ai suoi il senso tattico della copertura. Gran parte dei gol che abbiamo preso provengono o da incursioni o palle recuperate che evidenziano nostre lacune di posizione. Ed ecco perché nei momenti difficili entra in campo Dawidowicz, improponibile mediano di mischia, lento e rozzo tecnicamente, capace solo di abbattere fisicamente la creatività avversaria. Anche qui di guerra di posizione parliamo, di trincea.

E' chiaro che un giudizio definitivo su Grosso è prematuro. La classifica è corta e il campionato è ancora lungo. Ma è altrettanto chiaro che non ci sono miglioramenti. Qualcuno parla di giocatori che non danno l'anima. Non sono completamente d'accordo, vedo piuttosto calciatori frenetici, schierati male, troppo preoccupati di fare il proprio compitino sperando così di risolvere tutto. Perché questo è quanto richiesto a loro. Forse vorremmo vedere qualcuno che (in sala stampa oppure in campo) si arrabbiasse una volta ogni tanto, suonasse la carica, trasmettesse un po' di emozione. Non ha anima questa squadra. E' ingessata. Anche Pazzini: perché se ne sta sempre così rassegnato in panchina? Mai una polemica, mai una parola a riguardo. Ma lui cosa pensa veramente? Gli piace passare gli ultimi anni di una prestigiosa carriera a fare la vittima di scelte tecniche opinabili? Non lo so. Non capisco. Per il momento c'è solo Grosso di fronte a noi. I suoi luoghi comuni, le sue frasi fatte al limite del banale. Le sue mancate risposte. Esattamente come il suo Verona.

Massimo

Colonna sonora: A case of you, Joni Mitchell



Hellastory, 03/11/2018
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