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HELLAS VERONA / Le Ultimissime

BEPI MORO, L'ARTISTA DELLA PORTA


BEPI MORO, L'ARTISTA DELLA PORTA

Cent'anni fa nasceva, a Carbonera di Treviso, Giuseppe "Bepi" Moro, portiere del Verona nella stagione 1955-56, che ha pure indossato la maglia della Nazionale.

Moro è uno di quei portieri che ha riempito l'immaginario collettivo negli anni dell'immediato dopoguerra, tanto da far scrivere giudizi lusinghieri su di lui da parte di Pier Paolo Pasolini e Gianni Brera. Viene ricordato come un portiere capace di acrobazie e parate fenomenali ma, talvolta, incline all'errore madornale. Era anche un ottimo para-rigori, anche se la sua personale statistica, ovvero solo 16 gol subiti su 62 rigori avversi, non è esatta. La sua storia è stata resa nota da una serie di articoli di Mario Pennacchia sul Corriere dello Sport, diventati poi un libro, La vita disperata del portiere Moro, a cura di Massimo Raffaelli.

Negli incontri con Pennacchia, avvenuti nel 1965, Bepi Moro si racconta senza reticenze, passando in rassegna due decenni di calcio italiano fatti di uomini e sportivi onesti ma anche di tanti approfittatori.

Ne emerge anche e soprattutto il quadro di un uomo che non ha saputo fare i conti con la vita, sempre alla ricerca disperata di rientrare nel calcio attraverso un aiuto da parte di qualche ex collega, o di qualche dirigente che dovrebbe essere riconoscente del suo passato di grande portiere. Giuseppe Moro racconta senza malizia alcuna di aver guadagnato nella sua vita 42 milioni di lire ("io sono sempre stato ordinato nelle mie cose, perché ho avuto un diario e un libro contabile strettamente personali"), che all'epoca erano decisamente dei bei soldi. Basti pensare che nel 1960, ovvero dopo che Moro ha concluso la sua carriera calcistica, lo stipendio medio di un operaio è di circa 30.000 lire al mese. Per vedere un milione, un operaio deve lavorare insomma quasi 3 anni. A causa di un investimento andato a male in un bar di Porta Pia a Roma, affidato nelle mani di un amministratore sbagliato, Bepi Moro a fine carriera ha ancora 5-6 milioni da parte più una casa di proprietà; forse potrebbe essere abbastanza per ripartire, ma evidentemente non riesce a trovare una nuova dimensione. Lamenta di non poter mantenere la famiglia (moglie e tre figli in età di studio) e quindi cerca in tutti i modi di rientrare nel mondo del calcio. Di fare, in fin dei conti, l'unica cosa che sapeva fare: giocare a calcio, insegnare calcio.

E qui, vuoi per ingenuità nel fidarsi delle persone sbagliate quando tutti ti sembrano amici, vuoi per l'incapacità di sapere muoversi in un mondo del pallone che sta passando dalla dimensione paesana a quella dei contratti a tanti zeri, Bepi Moro non troverà mai pace.

Gipo Viani gli affida un incarico come osservatore nella zona di Treviso, ma per un malinteso sul contratto di Giorgio Mognon del Montebelluna, che finisce al Genoa anziché al Milan, il rapporto si interrompe bruscamente, e Moro lamenterà sempre di non aver avuto il rimborso spese durante i viaggi per mediarne l'acquisto.

Finisce col giocare anche qualche partita coi dilettanti, poi diventa allenatore del San Crispino a Porto Sant'Elpidio, fino al 1964. A fine stagione, Moro va a cercare fortuna a Roma, dove pare che il segretario del Centro Tecnico, Baccani, gli avesse promesso un incarico con la Nazionale Militare. Quando scopre che il posto è già occupato, si mette alla ricerca di altre opportunità: "Mi misi alla ricerca di alcune mie vecchie conoscenze romane, finché non arrivai a parlare con l'onorevole Simonacci (...) e mi assicurò che il presidente della Federazione gli aveva promesso che uno stipendio per me l'avrebbe fatto saltar fuori con una sistemazione a Coverciano".

Sicuramente Moro avrà trovato tante porte chiuse in vita sua, ma a leggere con gli occhi di oggi è difficile non pensare che molti altri, in condizioni di difficoltà economiche, non hanno avuto la possibilità di essere ricevuti da un onorevole, o di chiedere aiuto a personaggi che ricoprivano ruoli federali. Ancora una volta, sembra che la ricerca di Moro si basi sul fatto di meritare uno stipendio per meriti pregressi, piuttosto che un incarico da poter svolgere in base alle sue possibilità e competenze, e tramite questo uno stipendio. L'esito, non scontato, è che Moro, stanco di vane promesse e incapace di attendere oltre per vedere se Simonacci manterrà la parola, accetta la proposta dell'Ebba Ksour, squadra tunisina, che gli offre il corrispettivo di 200.000 lire mensili per il posto di allenatore. Il segretario federale Bertoldi lo aiuta a verificare la genuinità della proposta e gli paga il biglietto aereo per la Tunisia.

E Bepi Moro, in uno dei viaggi di ritorno in Italia, ufficialmente per far visitare un suo calciatore da un medico italiano, si reca alla redazione del Corriere dello Sport e racconta la sua vita, senza vergogna e con molti rimpianti. Sa di essere stato un personaggio controverso, ma gli interessa ancora il giudizio della gente, e per questo chiede a Pennacchia che giudizio si è fatto di lui. "Le dico come mi giudico io: un debole e uno spregiudicato. Ma non un disonesto".

BEPI MORO, L'ARTISTA DELLA PORTA

L'onestà, per Moro, divenne un principio da difendere a tutti i costi quando cominciarono a girare, su di lui, alcune voci fastidiose sul fatto che si vendesse le partite. Ad alimentare queste voci fu in particolare un episodio capitato quando era portiere del Treviso, e che lui stesso definisce come "l'acconto del disonore", ovvero un accordo preliminare con la Lucchese, suggellato dall'anticipo di centomila lire, che però Moro accettò incautamente alla vigilia di Treviso – Lucchese.

Nella sua carriera Moro ha difeso le reti di Fiorentina, Bari, Torino Lucchese, Sampdoria e Roma in serie A, prima di scendere di categoria con il Verona nel 1955-56, quando era alla soglia dei 35 anni. Negli 8 anni di serie A ebbe modo di confrontarsi con i campioni dell'epoca, alcuni dei quali rimasero sbalorditi dalle sue parate. Vale la pena citare un ricordo di John Hansen tratto dal blog Il Pallone Racconta, in merito alla partita Juventus - Bari 1-0 del campionato 1948-49: "Fu una partita memorabile, un susseguirsi di incessanti attacchi alla rete del Bari, difesa da un portiere che non ho mai più potuto dimenticare, Bepi Moro, un autentico gatto, agile, coraggioso, dai riflessi fulminei, dalla presa ferrea. Lottammo per oltre un’ora prima di batterlo."

Purtroppo per lui, anche a distanza di anni dall'episodio della partita Treviso - Lucchese, la nomea del portiere incline a vendersi le partite non lo abbandonò a causa di alcuni detrattori tra cui, stando ai suoi racconti, l'allenatore del Verona Allasio che non fu mai tenero con lui: "Nel Verona avevo come allenatore Allasio. Ogni volta che si perdeva, mi accusava di essermi venduto la partita".

Federico Allasio, piemontese, classe 1914, fu chiamato a sostituire Angelo Piccioli nel campionato di serie B 1954-55 dopo la quarta sconfitta consecutiva in altrettante gare ad inizio 1955: 5-2 a Salerno, sconfitta casalinga 1-0 nel derby col Vicenza, 2-0 a Taranto e 2-0 ad Alessandria. Allasio, che in precedenza aveva guidato la Lazio per 16 partite, è famoso soprattutto per essere padre della bellissima attrice Marisa Allasio. Riceve in eredità da Piccioli un Verona ultimo in classifica alla fine del girone di andata del campionato di serie B, con soli 11 punti in 17 gare. Il ritorno non è esattamente esaltante ma, grazie a 5 punti nelle ultime 3 gare (e restituendo al Vicenza lo sgarbo dell'andata, successo al Menti per 1-0 grazie al gol partita di Zamperlini), il Verona si salva.

Nella stagione successiva, il Verona prende Bepi Moro dalla Roma. Moro racconta che i termini del contratto erano due stagioni a 5 milioni l'una, ma fu allontanato dopo la prima stagione e percepì in tutto 6 milioni. Nella sua unica stagione veronese, Bepi Moro collezionò 15 presenze, alternandosi con il giovane Italo Ghizzardi che poi sarà protagonista, nella successiva stagione, della cavalcata verso la prima serie A della storia gialloblu.

Con la maglia del Verona, Moro non avrà modo di mettere in mostra le sue fenomenali doti di para-rigori. Nel corso della stagione 1955-56, al Verona viene fischiato un solo rigore contro, a Bari all'undicesima giornata. Il barese Baccalini trasformò il penalty battendo Moro e portando i galletti sul 2-1 prima del gol di Bretti a siglare il definitivo 3-1.

In totale, Moro subisce 26 reti in 15 gare con la maglia del Verona, riuscendo a tenere la propria porta inviolata solamente in 3 occasioni, tutte al vecchio Bentegodi: col Livorno (vittoria 2-0), col Modena (vittoria 1-0) e col Catania (pareggio a reti inviolate).

Nel frattempo, a fine 1955, Allasio viene esonerato dopo una pesante sconfitta interna col Brescia (1-3) e al suo posto Mondadori richiama Piccioli, che conduce il Verona ad un tranquillo decimo posto in classifica. Moro, titolare fino a quel momento, viene accantonato per far posto a Ghizzardi, salvo giocare poi le ultime 3 partite di campionato. La sua ultima partita in gialloblu fu Cagliari – Verona 2-0 del 10 giugno 1956. Stando alle memorie di Moro, il secondo anno di contratto non venne onorato dal Verona per la pessima nomea che gli aveva fatto Allasio; più probabile che Piccioli avesse deciso di puntare su Ghizzardi per il futuro della squadra (Moro aveva già 35 anni).

Comunque siano andate veramente le cose, la carriera di Moro col Verona si chiude qui, con il solo campionato 1955-56 in bacheca. Le 26 reti incassate in 15 partite non sono esattamente poche, ma permettono comunque al portiere trevigiano di figurare nei primi 50 portieri della graduatoria di Hellastory in ordine di media gol incassati. Fa specie notare che con la media di 1,733 gol subiti a partita, Bepi Moro occupa la posizione n. 45 ed è davanti a Guido Masetti, portiere veronese degli anni Venti che poi divenne un idolo a Roma. Proprio a Roma, Bepi Moro scalza dalla memoria dei tifosi l'immagine di Masetti, diventando un beniamino in città. Salvo poi accorgersi che, passato il momento di gloria, nessuno lo considera più, al massimo lo strillone girovago "... smette di fischiettare, grida "Anvedi Moro!", fa una smorfia, passa e va."

BEPI MORO, L'ARTISTA DELLA PORTA

Forse non tutti sanno che Moro ha anche all'attivo una presenza ai Mondiali con la maglia della Nazionale. Siamo nel 1950, il calcio internazionale cerca di ripartire dopo la Seconda Guerra Mondiale. L'Italia, nonostante sia detentrice del titolo, è a rischio esclusione in quanto Paese aggressore durante la guerra. E' merito di Ottorino Barassi, presidente della Federcalcio, se l'Italia riconquista la fiducia della Fifa. Barassi si presenta alla riunione della Fifa nel 1946 con la Coppa del Mondo, quando tutti pensavano che fosse stata sottratta dai nazisti e fusa per ricavarne l'oro. La Fifa decide infine per l'espulsione di Germania e Giappone e accoglie la Coppa intitolandola a Jules Rimet.

Bepi Moro, nel 1950, è portiere del primo Torino post- Superga. Ruolo difficile, quello di non far rimpiangere Bacigalupo. Il Torino è solo l'ombra di quello stellare che aveva dominato la scena negli anni precedenti, tuttavia conquista un onorevole sesto posto, e Moro viene convocato come terzo portiere, alle spalle di Sentimenti IV della Lazio e di Casari dell'Atalanta.

La spedizione azzurra è una vera e propria armata Brancaleone, a partire dallo staff tecnico dove non si capisce chi comanda e chi allena: il commissario tecnico è il presidente del Torino, Ferruccio Novo, cui viene affiancato Aldo Bardelli, presidente della Commissione Tecnica Federale. A dirigere gli allenamenti vengono chiamati Mario Sperone e Luigi Ferrero. La spedizione parte via nave, 15 giorni per raggiungere il Brasile fiaccando le residue energie dei calciatori. Come avrà modo di dichiarare Omero Tognon "allora in Nazionale non giocavano i migliori, dominavano le varie cricche".

E' un Mondiale strano, azzoppato dalle rinunce all'ultimo momento di Francia, Austria e India. Anziché 4 gironi da 4 squadre ci si ritrova con 2 gironi da 4 squadre, un girone da 3 squadre (quello dell'Italia, con Paraguay e Svezia) e un girone – si fa per dire – da 2 squadre (Bolivia e Uruguay).

Il girone a 3 non ammette errori, e l'Italia, perdendo la prima gara contro la Svezia per 3-2, è già fuori dai giochi. La Svezia pareggia con il Paraguay, e quindi l'ultima gara del girone sarebbe buona solo per i sudamericani. Ma l'Italia riscatta la sconfitta iniziale e, grazie anche a diversi cambi in formazione, si impone 2-0. Si viene a sapere che, nella prima partita, Sentimenti IV non era in condizioni di giocare, ma ha preferito tacere. Nella gara con il Paraguay dovrebbe andare in porta Casari, ma Moro si è ben distinto in allenamento e si merita la maglia da titolare, e ha così l'onore di prendere parte ai Mondiali e di uscire dal campo da imbattuto.

Sarà anche in memoria di queste gesta in Azzurro che, alla sua morte avvenuta nel gennaio del 1974, l'allora portiere della Nazionale Dino Zoff mandò la sua maglia alla famiglia, in memoria di "...Giuseppe Moro, che l'aveva onorata, era degno di indossarla come nessun altro."

Paolo

Bibliografia:

- Mario Pennacchia, La vita disperata del portiere Moro, a cura di Massimo Raffaelli, Isbn Edizioni, Milano 2011
- Supermondiale - La storia della Coppa del Mondo di calcio, progetto Panini, Edizione speciale per la Gazzetta dello Sport, 2014

Nella terza foto, Moro difende la porta azzurra contro il Paraguay ai mondiali del 1950 in Brasile



Hellastory, 16/01/2021
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