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6. Il Viaggio Continua

Perchè devi sapere che in tutti i viaggi che noi facciamo, anche nei più stupidi, alla fine c'è sempre qualcosa di buono, come per esempio un sacco d'oro o una fonte di giovinezza o un oceano o un fiume che nessuno aveva mai visto o almeno una gran bistecca con patata al forno (da IL PRIGIONIERO DI FALCONER, John Cheever)

Il Viaggio Continua

Si dice che una volta che i giochi si chiudono, o che finisce un viaggio, rimangono solo il rimpianto e il ricordo. Entrambi però possono essere piacevoli, come nel nostro caso.

Se il rimpianto è quello di non poter rivivere all'infinito la gioia e l'emozione che abbiamo provato nella poderosa cavalcata dei nostri ragazzi per essere catturati daccapo dagli stessi brividi e dallo stesso senso di liberazione, il ricordo ci aiuta. Ci aiuta anche come forma di analisi. Lasciando da parte quella emotiva, già più volte scaricata dal sottoscritto e splendidamente riproposta i giorni scorsi da Davide e Alberto (e, se vogliamo, filo conduttore anche delle pagelle di Valeriano), rimane da affrontare quella un tantino più razionale e filosofica. Altrettanto gratificante perchè in grado di sottolineare certi perchè e certi come.

Punto primo, il campionato si gioca fino alla fine. Ricordiamocelo anche per il futuro. Bisogna crederci sempre, non mollare mai. Perchè siamo noi gli artefici di noi stessi. Quante volte abbiamo pensato che non ce l'avremmo fatta e invece le cose sono finite in maniera diversa? Quante volte, al contrario, abbiamo pensato che sarebbe stato un gioco da ragazzi, una semplice formalità, e siamo rimasti alla fine con un pugno di sabbia in mano?

Di solito, quando succedono queste cose, esce fuori qualcuno che non è in grado di cogliere il significato di ciò che è accaduto e parla allora di miracolo (se va bene) o di sfiga perenne (se va male). Ma siamo proprio sicuri che si sia trattato di un banale miracolo - quindi del succedersi di eventi non dimostrabili e provenienti direttamente dal trascendente - la promozione di quest'anno? O, peggio ancora, capriccio del destino? Finendo per attribuire sempre a qualcosa (o a Qualcuno) di estraneo ai veri protagonisti i meriti e i demeriti di quello che accade finiamo per non rendere giustizia ai meriti del lavoro di Mandorlini, alle sue decisioni, all'impegno di tutti i giocatori, alla guida lungimirante del Presidente. Profetica, aggiungerei.

Persino volendoci soffermare alla finale con la Salernitana e mettendo da parte un attimo il resto del campionato con tanto di poderosa rimonta, la condizione con la quale siamo arrivati a giocare i playoff, lo spirito della squadra, etc etc, c'è qualcosa di miracoloso? Assolutamente no. Tutti i giocatori avversari hanno ammesso di aver sbagliato completamente l'approccio della prima gara, soffrendo i nostri assalti e cadendo inevitabilmente nel nervosismo per cercare di opporsi in qualche modo. Il secondo tempo giocato all'Arechi poi, ha evidenziato un crescendo di consapevolezza da parte nostra e di frustrazione dall'altra. A loro bastava un gol per mettere tutto nuovamente in discussione ma un gol, nel gioco del calcio, è un oceano. Un infinito invalicabile.

Dobbiamo avere il coraggio di rendere merito al gesto sportivo di questi eroi, perchè nessuno ci ha regalato niente. Non è stato un miracolo!

Perchè ci abbiamo messo tanto tempo? Perchè il Verona aveva bisogno dei suoi tempi per smaltire la sbornia. È riuscito a emergere solo oggi dai propri limiti e pesi e responsabilità a causa degli eccessi e dello stordimento in cui era finito. Mi riferisco essenzialmente al declino pastorelliano (sarebbe più corretto parlare di vera e propria depressione, vista la condizione penosa in cui ha ceduto la società) e alla condizione arvediana di emergenza continua. Avevamo bisogno di tempo per trovare una persona che mettesse a disposizione soldi per coprire i buchi e passione per rilanciare l'ambiente. Doveva essere ricostruita la rosa, maturare qualche ragazzo, cambiare la testa a chi era rimasto e far imparare di nuovo a vincere. Come la malattia in cui è caduto l'Hellas è stata lunga e impietosa, anche la guarigione non poteva che essere prolungata perchè doveva ricomporre daccapo cellule danneggiate, tessuti strappati, organi lesi. Altre società, in situazioni analoghe, hanno preferito tagliare corto fallendo e rinascendo sulla base di nuove compagini; noi no: siamo caduti in uno stato comatoso per anni e ci siamo risvegliati solo quando sono cominciati a rinascere i germogli della nuova primavera. Grazie alla passione quotidiana dei tifosi, sempre vicini anche nei momenti più difficili con 8.000 abbonati a stagione e 700/800 fedelissimi sempre presenti in trasferta e al Presidente Martinelli che ci ha sempre creduto. Del resto, parliamoci chiaro, poteva il Verona fallire? Che tragedia sarebbe stata per tutti noi?

Anche qui, non c'è stato alcun miracolo. Solo costanza, determinazione e volontà.

Il mister, a fine gennaio, parlava di B in due stagioni e di un campionato da vincere senza passare per il playoff. Poi tutto è andato come sappiano perchè nessuno è riuscito a fare meglio. Adesso parla di serie A in un paio di stagioni come logica collocazione della nostra società. Non si è fermato dunque.

Infatti è così. Mandolini e questo gruppo hanno iniziato solo ora a vincere. Sembra il Verona di Bagnoli partito dalla serie B e arrivato a vincere lo scudetto. Oggi assistiamo costantemente al fenomeno di formazioni che ottengono promozioni doppie nel giro di due stagioni consecutive: il Novara e il Cesena dalla C alla A, il Gubbio, la Juve Stabia e il Varese dalla C2 alla B. Chi vince si alimenta di una forza vitale tale che scavalca ostacoli, campionati e avversari giocando sempre con gli stessi uomini e con la stessa guida tecnica. Gli esperti parlano di slancio agonistico, forza del gruppo, autostima realizzativa. Non contano i nomi e neppure le individualità, conta lo spirito che c'è in quella squadra che rende possibile l'impossibile. Laddove per anni non riuscivamo a combinare niente di buono, indipendentemente dagli sforzi fatti, oggi siamo qui a correre senza fatica controllando le pulsazioni e la frequenza del nostro passo. Laddove gli altri devono ancora capirci qualcosa, noi conosciamo la nostra forza e i nostri limiti.

Il Verona di Mandorlini, dallo scorso mese di marzo ha iniziato un'avventura che nessuno è più riuscito a fermare. Siamo dunque in piena corsa. I conti, i conti che riguardano il bilancio di questo viaggio, li faremo alla fine. Tra un bel pò di tempo, amici miei.

Massimo

Colonna sonora: Destination Anywhere cantata dai Commitments. Regalo poi, a tutti coloro che percorreranno il viaggio insieme a noi le parole guida del grande John Updike. I sogni si realizzano. Senza questa possibilità, la natura non ci inciderebbe a farne.

LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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