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Hellas Verona english presentation

1. Vuoto a perdere

 

La cifra esatta per definire la stagione gialloblu testé conclusa si avvicina molto al "nulla cosmico" leopardiano, con la differenza che il buon Giacomo da quel nulla tirava fuori versi immortali, poesia pura, filosofia, tensione esistenziale e tracce indelebili di umanità sofferta, mentre i nostri "eroi" non ci hanno tirato fuori proprio niente di costruttivo, se non la voglia di metterci dietro alle spalle il più scialbo ed insulso campionato che io ricordi. Ci eravamo lasciati lo scorso anno di questi tempi con molti dubbi circa il futuro del Verona nella ritrovata serie A, l'apertura del dossier con "chi vuol essere lieto, sia, del doman non c'è certezza" riassumeva ansie e punti di domanda che hanno trovato risposte puntualmente negative sul campo e fuori. Una stagione che si fatica a definire nella sua pochezza: deludente? Disarmante? Rassegnata? Insulsa forse rende meglio l'idea. Non si riesce nemmeno ad incazzarsi più di tanto, anzi, fa quasi tenerezza sentire Pecchia affermare che "siamo stati in corsa fino a tre giornate dalla fine", quando a fine novembre la retrocessione del Verona veniva già data dai siti di scommesse a 1,50 e solo la partenza difficile della matricola Benevento ci ha permesso di chiudere al penultimo posto: in realtà eravamo di gran lunga la squadra più debole del torneo e i conti, quelli veri, quelli che si fanno alla fine, lo hanno confermato. La stagione è finita nel modo peggiore ma prometteva male fin dall'inizio: era iniziata con la fugace apparizione di Cassano, un personaggio con una lunga sfilza di "ex" in un curriculum che inizia con "ex eterna promessa" e finisce con "ex calciatore". Qualcuno aveva anche azzardato che potesse ripetersi quanto successo con Luca Toni, atleta attempato ma campione e professionista vero che ha stracciato ogni record in maglia gialloblu e, con l'arrivo di Cerci (altro giocatore al condizionale), per qualche giorno, complice forse il clima vacanziero del ritiro e gli ettolitri di birra disponibile, a Verona arrivava l'eco di un tridente potenzialmente devastante con i due "ex tante cose" a supporto di Pazzini: di devastante abbiamo visto solo i tridenti avversari infilare ripetutamente la nostra difesa mentre davanti, Pecchia, per contrastare il nulla cosmico, si è pure inventato Fares centravanti. Una squadra già debole tecnicamente ed inconsistente sotto il profilo del carattere, è stata poi ulteriormente seviziata in un mercato di gennaio che ha del tutto azzerato il già deficitario tasso qualitativo. Ciliegina sulla torta mister Pecchia che, purtroppo, ha confermato i tanti dubbi già espressi in B nonostante l'obiettivo raggiunto, dimostrandosi del tutto inadatto alla categoria ma godendo di una fiducia tanto illimitata quanto difficile da comprendere (se non probabilmente in termini puramente economici, visto il contratto in stile "formazione lavoro" con conseguente stipendio da apprendista per la categoria) da parte di una dirigenza che gli ha garantito la panchina fino all'ultima gara. Di Setti abbiamo già parlato in varie occasioni e non mi sembra il caso di rimarcare come l'obiettivo di associare l'austerity (necessaria a suo dire per sistemare il bilancio) con una classifica dignitosa sia del tutto fallito. Prendersi tutta le responsabilità della retrocessione è il minimo che Setti potesse fare, ma "con le ciacole no se impasta fritole" e con la squadra messa in piedi da Fusco non si poteva restare in serie A: i numeri sono impietosi e non concedono nessuna attenuante. Un avvicendamento tecnico probabilmente non avrebbe cambiato il finale di una stagione già segnata in partenza, ma sarebbe stato un segnale importante per i tifosi, la dimostrazione che quantomeno si cercava di dare una svolta dignitosa, invece niente. Pessima poi la dipartita di Fusco a giochi fatti, incomprensibile o forse fin troppo comprensibile se considerata nel canovaccio di un gioco di ruoli dove, come si faceva un tempo nelle compagnie amatoriali quando gli attori erano meno dei personaggi da interpretare, qualcuno doveva cambiarsi d'abito più volte con il rischio di confondere le battute. Ancora più pessimo (espressione non contemplata dalla lingua italiana ma ci prendiamo una licenza poetica) il tentativo di scaricare sui tifosi parte della responsabilità dei risultati sul campo, senza rendersi conto che, in un colpo solo, si ampliava il divario tra tifoseria e società, e si dava indirettamente degli immaturi a giocatori professionisti ai quali i fischi avrebbero dovuto suscitare voglia di riscatto e non l'ennesima scusa.

Insomma, non c'è niente da salvare. Campionato inutile, insulso. Il nulla cosmico.

Di calcio il Verona non ne ha fatto vedere, abbiamo in tutto e per tutto fatto la parte dello sparring partner in un campionato che, a parte le squadre di alta classifica che rappresentano un lotto a se stante, per il resto ha confermato la mediocrità attuale del calcio nostrano riuscendo ad essere i peggiori tra i peggiori. Poche vittorie arrivate più per la legge dei grandi numeri, e per circostanze favorevoli, che per veri meriti contingenti, pochissimi pareggi, segno inequivocabile di una squadra incapace di pianificare una gara di contenimento quando necessario, forse per mancanza di umiltà, forse per manifesta incapacità, forse per entrambe le cose. E tante sconfitte, tra cui due 0-5 in casa: siamo riusciti a bissare nella stessa stagione il record negativo di 29 campionati in massima serie. Ma i risultati alla fine, per quanto negativi, non possono misurare la delusione e la rabbia di non aver mai lottato, di non essere mai stati in partita, di essere retrocessi senza mai alzare la testa. Il Verona e i suoi tifosi sono abituati a soffrire, a perdere più che a vincere, ma non può essere un alibi, non è accettabile che la dirigenza abbia finto stupore di fronte all'atteggiamento negativo di una tifoseria che "dovrebbe essere consapevole che la dimensione del Verona è quella di fare l'altalena tra serie A e serie B". Nessuno di noi pretende la luna e sappiamo bene che il nostro destino di tifosi veronesi è quello di soffrire, ma c'è modo e modo di retrocedere, lo si può fare con la dignità dell'ultimo Verona di Bagnoli, uscendo tra gli applausi per aver onorato la maglia che tanto amiamo, o con l'avvilente condotta di questa stagione insulsa, per la quale, a conti fatti, sto perdendo fin troppo tempo: descrivere il nulla cosmico è roba per i poeti, io non sono Leopardi e nell'ultimo torneo non riesco a vederci nient'altro che il vuoto.



Davide




Hellastory, 04/06/2018

LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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