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2. Non si fa sconto a nessuno

 

Ci sono stagioni che nascono bene e finiscono male, ci sono stagioni che nascono male e finiscono peggio, e poi ci sono stagioni che nascono peggio e finiscono esattamente come sono nate. Le abbiamo vissute tutte, ovviamente tutte finite in retrocessione, la prima citata è quella dell'anno di Malesani, la seconda è quella di due stagioni fa mentre la terza è quella che abbiamo vissuto quest'anno.

Ogni volta che accade questo dramma sportivo, perché di dramma si tratta, è sempre utile cercare di dipanare la matassa degli errori che ovviamente è sempre intricatissima e di dimensioni enormi. Colpa di Pecchia, colpa di Fusco, colpa di Setti, colpa dei giocatori, colpa dei tifosi, colpa della sfortuna, colpa del Palazzo, colpa della birra scadente dello stadio e colpa anche di Navas che ha fatto segnare Pazzini...

Piano, andiamo un po' per gradi altrimenti rischiamo di venire travolti a nostra volta nel delirio collettivo che oramai ha devastato la nostra tifoseria.

Innanzitutto vorremmo precisare che quando si è di fronte ad un simile dramma (sportivo) si dovrebbe seguire la linea del "non si fa sconto a nessuno". Tutti colpevoli, non si fanno prigionieri.

Partiamo dalla base: il fatto tecnico.

Il pubblico di Verona un po' di calcio lo ha visto. Non ha il palato raffinato come un milanista degli anni '90 però non è nemmeno un tifoso beneventano che fino all'anno scorso si sognava di notte la serie B, figuriamoci la A. Quindi, quando qui qualcuno, dopo un congruo numero di partite, viene bollato come un "poco capace" un bel po' di verità c'è sempre. E' già successo in passato, con Cagni ad esempio, il quale a parte un exploit con l'Empoli (con annesse recriminazioni sciocchine nei nostri confronti) ha raggiunto miseri risultati e senza scomodare Salvioni possiamo dire lo stesso anche di Sarri che è piombato a fare il "grande calcio con zero risultati" a Napoli solo grazie ai vaneggiamenti di De Laurentiis e non certo per particolari meriti acquisiti sulle italiche panchine di periferia. Quindi quando tutti noi pensavamo "questo nol val na cica" avevamo la nostra quota di ragione.

Paradossalmente però dovremmo riconoscere che, come per tutte le situazioni del mondo, ci sono persone più adatte a fare una cosa e persone più adatte a farne un'altra. Così, probabilmente un allenatore come Sarri sarebbe stato più indicato a portare alla salvezza una squadra pericolante mentre un allenatore come Pecchia potrebbe essere più adatto a guidare squadre tecnicamente più attrezzate e con ampie rose. In fondo, a Sarri, si critica soprattutto il fatto di non essere in grado di gestire nemmeno un minimo di turnover che viceversa è esattamente l'unico pregio che abbiamo riscontrato in Pecchia il quale ha turnato tutti i giocatori in tutte le posizioni possibili, portiere compreso. Quindi, (attenzione, bestemmiate alla fine del concetto, leggetelo tutto d'un fiato e non fermatevi) va da sé che se il nostro mister predica un calcio moderno, europeo, votato alla vittoria sempre e comunque , dove non ci sono punti di riferimento per gli avversari, dove si gioca con punte mobili in attacco, con terzini messi a fare gli esterni offensivi ed esterni a fare i terzini così possiamo spingere in cinque, in sei o in sette anziché solo in tre, allora forse si è compiuto un errore madornale a riconfermarlo in una squadra che non poteva permettersi assolutamente nulla di tutto ciò e che doveva come prima cosa badare non solo a non prenderle ma anche a non prenderne troppe.

E qui c'è il primo errore madornale. Pecchia l'abbiamo già visto l'anno scorso. Aveva una corazzata per la categoria, ha fatto del bel calcio a tratti, ha avuto problemi ma li ha anche risolti e bene o male ha portato la corazzata in porto sana e salva. Bene, bravo bravino bravissimo però salvarsi sapevamo tutti che sarebbe stato un altro paio di maniche. Però costava poco. Però era legato a doppio filo a Fusco. Però lui ha un ego abbastanza importante e così lui ha accettato come sfida personale di guidare una squadra inadatta al proprio credo calcistico e, dato che non stiamo parlando di un allenatore navigato e rotto a tutte le evenienze, modificarlo in corsa non è una cosa per niente facile. Ci ha provato, è vero, ma non gli è riuscito. Qualcuno gli ha consigliato, la prossima volta che accetta di allenare una squadra, di pretendere anche che ci siano dei giocatori decenti perché con la sola presunzione non si va da nessuna parte.

Doveva dimettersi ad un certo punto? No. E perché mai? Quasi sicuramente i patti erano chiari fin dall'inizio o almeno questo è quello che traspare dall'esterno. La squadra sarà quello che sarà, tu fai il meglio che puoi e se non ce la facciamo pazienza. In fondo era stato dichiarato fin da subito che l'allenatore sarebbe rimasto Pecchia per tutta la stagione e che ce la saremmo dovuta giocare fino alla fine. Era o non era il "modello Crotone" che ha insistito con Nicola fino alla fine? Non dite che non ce l'avevano detto.

Però costava poco... e in più non rompeva nemmeno per farsi prendere questo o quel giocatore, così pieno di sé da farsi andar bene qualsiasi scarto e qualsiasi fuori rosa reintegrato. Inoltre è anche così aziendalista da non far giocare chi deve essere ceduto o messo fuori rosa alludendo ad improbabili scelte tecniche. Cosa volete di più? Un allenatore ideale.

A detta loro, in società erano entusiasti tutti di come conduceva la squadra, soprattutto durante la settimana. Entusiasti del clima, della grinta, del metodo che usava. La squadra era con lui, è sempre stata con lui, ha detto Setti. A Verona, nel calcio, siamo sempre dei precursori, specialmente quando c'è da prendersi qualche legnata nei denti e dato che di solito "l'allenatore paga colpe non sue e viene esonerato" qui vediamo bene di invertire nettamente l'andazzo e di tenerci l'allenatore anche se i risultati gli sono completamente contro. Ma in fondo, come dicevamo, era un così caro allenatore, economico, aziendalista, salutava sempre... con che coraggio esonerarlo? E chi lo esonera poi? Il suo superiore amico e mezzo procuratore? Anche questa cosa di avere direttore sportivo e allenatore legati a triplo filo è una situazione che non si può tollerare. Una sorta di conflitto di interessi. Controllore e controllato che vanno a braccetto. Preferiremmo per tutta la vita Sogliano e Mandorlini che si scannano ogni volta che si vedono. Non dovrà più essere così (solo come esempio, in realtà Sogliano anche no).

E che nessuno ci venga a raccontare, come ci hanno raccontato davvero vis-à-vis, che in tribuna a Sassuolo c'era Iachini pronto a sedersi sulla panca della squadra sconfitta. Non è vero, non ci crede nessuno, Iachini ha pure mezzo smentito.

Stendiamo poi un velo veramente pietoso sulla gestione mediatica dell'allenatore. Partiamo già male perché Pecchia quando parla è mono-tono o mono-nota, come la canzone di Elio. Parlantina spedita ma concetti poveri e particolarmente ripetitivi. Ci aggiungiamo poi che quel che dice può essere mal interpretato (gli concediamo anche il beneficio del dubbio che non volesse davvero dire alcune cose che ha detto) e ti ritrovi con delle bestialità improponibili che arrivano puntualmente dopo sconfitte indecorose. Tipo che il vento era contro, che il clima è ostile, che abbiamo giocato bene il primo tempo, che stiamo crescendo...Per piacere, basta. Concordate prima tutto quello che deve dire e stop. Non dategli libertà di parola. Non si può sentire.

A proposito di cose che non si possono sentire, parliamo un attimo di Fusco e del momento esatto in cui si è aperta la crepa, diventata poi un canyon, che ha diviso la società dai tifosi.

Siamo abbastanza tutti concordi nel dire che l'anno scorso Fusco abbia svolto un buon lavoro. Rosa sufficientemente completa, dichiarazioni giustamente in linea con l'obiettivo e con il risultato ottenuto. Tutto bene, soprattutto perché è finita bene.

Quest'anno si è visto esattamente il contrario e se è vero che fare una rosa vincente in serie B può essere relativamente più facile che fare una rosa da salvezza in serie A (soprattutto se non puoi spendere e devi rientrare), è anche vero che non puoi pensare di prendere per il sedere nessuno facendo dichiarazioni da fenomeno aziendalista (anche lui). L'abbiamo già detto, qualcosa ci capiamo di calcio, i giocatori li vediamo e le rose le sappiamo anche giudicare. E' accettabile che ci dica che sarà una stagione di "lacrime e sangue", non è assolutamente accettabile continuare a girare i discorsi a proprio favore cercando di vendere una realtà che non esiste. Ad esempio, dire che un giocatore che finora è stato fuori rosa e che per anni non hai calcolato di striscio è diventato in un attimo un patrimonio della società vuol dire solo ed esclusivamente che la società ha un patrimonio di giocatori ridicolo. Chi pensa(va) di intortare? Sarebbe stato più profittevole un rapporto diretto e schietto con la tifoseria. "Sarà una stagione di lacrime e sangue" (e fin qua andava bene) "stateci vicini perché le risorse sono limitate" (e a Verona è sempre così), "anche se tecnicamente non siamo attrezzati sopperiremo con la grinta e con il cuore" (e anche questa non sarebbe stata una novità) "ci serve il vostro aiuto, siete il nostro dodicesimo uomo, spingeteci col vostro calore"(una sviolinata, ovvio, ma che ci sta sempre bene) "vi garantisco che chi non corre sarà preso a sediate sulla schiena" (giusto per esprimere brevemente il concetto). Non serviva tanta prosopopea, a volte un bagno di umiltà paga più di tanti insopportabili giri di parole.

Già, umiltà, perché non puoi presentare un diciassettenne come attaccante titolare per salvarti e dire che la rosa è completa. Puntare solo su scommesse e giocatori con pochissima esperienza può rendere solo con un allenatore di quelli stratosferici e non è nemmeno detto. Figuriamoci nel nostro caso. E se la rosa pareva incompleta e zoppa al 31 agosto, al 31 gennaio è stata ulteriormente impoverita tecnicamente e anche numericamente, con settori completamente scoperti. Il tutto sempre asserendo in conferenza stampa che è stato fatto un buon lavoro e che siamo competitivi, addirittura più di prima. E' comprensibile che la gente che ascolta vada via di testa.

Non è giustificabile da parte del direttore sportivo che la rosa risulti incompleta, prima in attacco, poi anche a centrocampo, sempre in difesa. Una quantità di scommesse mai vista tutta assieme. Alcuni perché si sperava si potessero riprendere, come Cerci, altri perché si sperava potessero esplodere, come Kean, come il coreano, come Fares. Ma tanti altri, scusate, su cosa si doveva scommettere? Valoti, Souprayen, Fossati, Matos, Petkovic, Heartoux, Caracciolo, Nicolas, Zaccagni, Buchel... mi dite cosa ci potevamo aspettare di più da questi gregari? Oltre al fattore tecnico c'è da considerare anche quello mentale e caratteriale. La squadra è composta da giocatori fragili e inadatti alle pressioni di questa piazza e di questa categoria. Non ditemi che un direttore sportivo non capisce che il portiere titolare quando scende in campo è agitatissimo. Non ditemi che è normale che poi questo poveraccio venga mandato al macello, in lacrime, in sala stampa dopo una partita disastrosa. E di Romulo, detto cuor-di-leone, fatto capitano ne vogliamo parlare? Quali capacità può avere uno come Romulo di cementare il gruppo e di tenere alto il morale della squadra quando fino all'anno scorso era lui uno di quelli che doveva essere ripreso e spronato dai compagni (chiedere ai fratelli Zuculini)?

Riguardo infine alla gestione dello spogliatoio va anche qui detto che si è fatto veramente di tutto per minarne la stabilità. Il caso Pazzini è emblematico. Lasciamo perdere per un momento che Pazzini sia arrivato al capolinea come giocatore, è innegabile che lui era uno degli uomini-spogliatoio, se non il principale, della squadra. Nel momento in cui stravolgi le gerarchie sul campo e non chiarisci esattamente con lui la situazione (cioè, non lo rendi sereno), lui trasmetterà il proprio malcontento a tutto il resto della squadra. Chiedete al buon Delneri, genio indiscusso della gestione degli spogliatoi, cosa gli è tornato indietro di positivo quando decise di mettere fuori rosa Toni per quanto fosse spento. Dopo di che i risultati non hanno certo aiutato e da frattura nasce frattura, i giocatori capricciosi (come Bessa) trovano terreno fertile e la rosa non si tramuta in vera squadra. Così, può capitare che qualche partita per puro caso riesci a portarla a casa ma di sicuro se le cose si mettono male la partita diventa irrecuperabile, smetti completamente di giocare e vai a finire che ti prendi anche un bel po' di "barete". Qualcuno li ha mai visti lottare veramente, questi?

Sappiamo, perché ci è stato detto e su questo non abbiamo proprio alcun dubbio, che questo di gennaio è stata la terza sessione di calciomercato (quindi da gennaio 2017) con budget negativo, quindi non solo non si doveva spendere ma si doveva addirittura incassare. Però le cose potevano essere fatte meglio o quanto meno presentate in maniera diversa. Per loro sfortuna le bugie hanno le gambe corte, l'eccessivo eloquio ha i piedi quadrati e la presunzione è senza garra. Alla fine il campionato è stato galantuomo come il tempo e il disastro sportivo è sotto gli occhi di tutti.

All'apice delle responsabilità qui sopra elencate non può che esserci che un'unica persona: Maurizio Setti.

Si è sperticato per dimostrare di essere il vero proprietario della società, si è sperticato per dirci che il bilancio è perfettamente in regola, si è sperticato per mille cose, tranne che per l'unica cosa per cui si doveva sperticare: cercare di ottenere il risultato sportivo.

Non troviamo giustificazione alcuna per non aver, da giugno dell'anno scorso ad oggi, fatto tutto il possibile per farci restare in Serie A.

E' una colpa gravissima, ai nostri occhi, più grave di quelle addossate ai due dipendenti menzionati sopra.

Si finisce la stagione ad un livello di mestizia mai raggiunto prima. Siamo morti sul campo ben prima di essere condannati dalla classifica e poi non c'è più stato un solo sussulto. Capitolati senza un solo gemito, in una atmosfera irreale dove i tifosi si sono sentiti presi in giro con la netta sensazione che non sia stato fatto tutto il possibile per evitare la retrocessione, anzi, che non sia stato fatto assolutamente nulla per evitarla. Questo ha scatenato la disaffezione verso questi uomini di campo e non e verso questa proprietà. E' vero che seppure lentamente anche il pubblico di Verona sta cambiando e si sta lentamente uniformando verso lo schifo italiano, però per far disertare lo stadio a un certo tipo di tifosi ce ne vuole. Ce ne vuole tanto di impegno. Bravi, ci siete riusciti.

Detto ciò, possiamo procedere a fare le pagelle ai giocatori. Pagelle stringate visto che non sono loro i responsabili di questa retrocessione. Anzi, probabilmente alcuni ne sono vittime.



Valeriano




Hellastory, 06/06/2018

CROTONE VALE PIU' DI TRE PUNTI


Questa settimana sono usciti i dati definitivi del numero di abbonati. Ebbene, 7617 è un numero veramente basso che testimonia, al di là di ogni ragionevole dubbio, il livello di disaffezione attuale dei tifosi gialloblu nei riguardi della proprietà. Non solo, perdere 3800 abbonati (oltre un terzo) dopo una retrocessione simile mette in discussione anche la percezione attuale del progetto di rilancio in corso, e girare comunque con ben 2600 tifosi in meno rispetto alla serie B condotta da Pecchia è indice che già da un paio di anni a questa parte la stima è ai minimi. E pensare che, solo poche stagioni fa, avevamo superato il tetto dei 16000 abbonati (stagione 2013/14). Dove sono andati a fine tutti quei tifosi? In parole povere, siamo tornati ai numeri depressi (7200/7300) dell'epoca di Pastorello, quando ci muovevamo nella palude senza prospettive della serie B. C'è insomma un gran bisogno di fiducia a Verona e c'è un potenziale enorme di affetto da recuperare. Ebbene, la partita di Crotone – avversario diretto nella lotta alla promozione – è una di quelle che può risvegliare dal lungo letargo lo sfiancato orso gialloblu e spegnere un po' di acredine. In questo, un ruolo decisivo lo sta giocando Grosso, persona equilibrata e concreta, abituata a vincere (almeno da giocatore), meticoloso osservatore dei suoi ragazzi, in grado di veicolare le interviste sugli errori (innocui) commessi quando trionfa e su ciò che ha visto di positivo quando i risultati non vengono (Padova).

[continua]
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