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6. Setti scende in campo?

 

Il campionato che l'Hellas si appresta a disputare offre ai tifosi molte meno certezze e genera molte più apprensioni di quello di due anni fa. Anche se tutte le retrocessioni lasciano amaro in bocca e senso di frustrazione emerge questa volta anche una profonda sfiducia nella capacità di rilancio. Ci sono almeno due aspetti che lasciano al momento perplessi. Il primo – per assurdo anche quello più facile da risolvere – riguarda il valore della rosa a disposizione, svuotata a gennaio per esigenze economiche in cambio di giocatori presi in prestito e che fortunatamente non vedremo più. Quello che resta è decisamente inferiore di quanto consegnato a Pecchia due estati fa. Quella squadra poteva almeno contare su gente come Romulo, Pazzini, Pisano, Siligardi, Bianchetti e su rientri affidabili come Nicolas e Zaccagni. Non c'è dubbio che il grosso arrivò in sede di mercato (Caracciolo, Luppi, Ganz), soprattutto a centrocampo (Fossati, Bessa e Zuculini), ma c'era una base di partenza. Oggi invece il Verona ha una rosa qualitativamente ridotta all'osso e con la certezza che i pochi titolari decenti verranno prontamente messi sul mercato (Pazzini, Romulo, Nicolas sono in partenza; Fares forse è già accasato a Ferrara). Non c'è solo l'intero reparto offensivo da rifondare (e mi chiedo chi tra Matos e Cissè sia in grado di fare i gol che servono), mancano soprattutto i punti di riferimento del nuovo Verona. Caracciolo a parte, non vedo leader. Non ci sono insomma al momento giocatori di esperienza e personalità, in grado di prendersi sulle spalle i compagni nei momenti di difficoltà. Vanno comprati.

Il secondo aspetto che genera una certa inquietudine riguarda l'assetto societario. Due anni fa Setti presentò l'ambiziosa coppia Fusco – Pecchia. Quest'anno, per molti giorni si è parlato di Marchetti – Venturato che hanno ottenuto importanti risultati a Cittadella, mentre invece ci troviamo con l'incognita D'Amico – Grosso. Non c'è confronto.

Senza alcun dubbio Grosso si presenta con credenziali migliori di Pecchia, sia per quello che è stato da giocatore che per il suo breve cammino da allenatore, visto che nel curriculum di quest'ultimo erano elencati due esoneri a Latina e Gubbio (tutto dire ...) e qualche stagione da vice di Benitez. L'ex terzino campione del mondo invece, a parte il titolo di per sé sufficiente a qualificarne lo spessore, da giocatore ha vinto parecchio sia in Italia (Inter e Juventus) che all'estero (Olympique Lione) e da allenatore ha conquistato il Viareggio con la Juventus e disputato una buona stagione a Bari, piazza difficile, dove è riuscito a centrare l'obiettivo playoff. Le perplessità riguardano tutte D'Amico, ex braccio destro di Fusco, all'esordio assoluto nel difficile ruolo di direttore sportivo. Se i due sembrano avere ottimi rapporti, fatto indispensabile per intraprendere un progetto credibile, fatico a rendermi conto delle sue capacità relazionali e di indirizzo in un ambiente completamente da ricostruire e quanto mai depresso.

La soluzione più credibile è che questo vuoto societario venga colmato o direttamente da Setti, oppure coinvolgendo un direttore generale di spessore ed esperienza.

Nelle società di calcio, si vanno sviluppando due modelli organizzativi: uno bipolare, presidente e direttore sportivo; l'altro tripolare, presidente, direttore generale e direttore sportivo. Il primo è efficace quando hai un presidente abituato a scendere in campo in prima persona facendo sentire il proprio peso specifico ai tifosi, ai media e soprattutto alla squadra. Il modello bipolare poggia tutto sull'efficacia comunicativa e motivazionale del presidente e sulla competenza del direttore sportivo. L'altra soluzione invece distribuisce i ruoli e identifica come primo interfaccia societario il direttore generale che parla in nome e per conto.

Non c'è dubbio che, per le caratteristiche di Setti, quest'ultimo modello appare più consono. Avere un riferimento aziendale e uno sportivo gli consentirebbe di non esporsi troppo e di trovare un paio di interlocutori qualificati con i quali condividere le scelte. Anche perché, come ci siamo resi conto anche quest'anno, Setti ha assoluto bisogno di confrontarsi con qualcuno prima di prendere decisioni importanti. La difesa ad oltranza di Pecchia, assolutamente ingiustificata, lascia ancora sgomenti.

Oggi l'ambiente, e non solo la rosa, vanno ricostruiti e riconquistati. I tifosi sono stufi di sentir parlare di bilancio e di piagnistei per scelte sbagliate. Occorre riportare la gente allo stadio e dare fiducia. Altrimenti i risultati non arrivano. Non arriveranno mai. Tra l'altro, lo stesso Fusco recentemente si è espresso a favore di una soluzione organizzativa che preveda la presenza di un direttore generale. Lui, l'anno scorso è apparso per mesi l'unica voce societaria ottenendo risultati disastrosi ovunque, e non solo dal punto di vista sportivo.

Per questo motivo lascia qualche perplessità la promozione di D'Amico. Poteva avere un senso se affiancato da Marchetti come direttore generale. E ha un senso se Setti sta cercando una figura analoga da affiancargli. Ma se tutto resta come adesso anche il lavoro di Grosso appare più complicato perché lasciato al suo destino senza alcuna protezione societaria. Che interlocutore è D'Amico? Quanto è autorevole?

A tal proposito, alcuni sostenitori gradirebbero l'inserimento in società di una figura carismatica, in grado di recuperare energia positiva gialloblu. Si è provato con Adailton, ma lui preferisce intraprendere l'attività di allenatore; si è parlato di Toni, ma lui ambiva al ruolo di D'Amico. Setti sa che non può iniziare il prossimo campionato senza aver concesso qualcosa alla piazza: non parlo solo in termini di giocatori in arrivo, anche dal punto di vista empatico. Non avendo più da scagliare le proprie delusioni contro Pecchia e Fusco ormai fuori, lui rimane l'ultimo responsabile del fallimento sportivo. Occorre quindi risolvere in fretta la questione per evitare di iniziare la nuova avventura già in salita e con il vento contrario.

Massimo




Hellastory, 18/06/2018

LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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