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INTRODUZIONE  
QUELLA PRIMA MAGLIA BIANCONERA...  
L'INCONTRO CON PAOLO MAGGIORE E LE GIOVANILI DELL'HELLAS «
LA STAGIONE 1970-71 E LE GIOVANI SPERANZE GIALLOBLU  
IL DEBUTTO A TORINO CONTRO LA JUVENTUS  
TRAFERIMENTO A PISA, UN BLITZ DI GARONZI  
DISCESA FRA I DILETTANTI, GLI ANNI DI MONSELICE  
IL CHIEVO DI GARONZI E L'ESPERIENZA DA ALLENATORE  
PAPA' MAFALDO  
 

L'incontro con Paolo Maggiore e le giovanili dell'Hellas

Finché un giorno non lo vede Paolo Maggiore, che lo porta con sé alla Fiumeter Folgore, squadra dove è cresciuto anche il compianto Mario Giacomi.

Alla Fiumeter Folgore l’allenatore di Fausto Nosè è Romano Mattè, che se lo prende anche sotto l’ala protettiva cercando di dargli ripetizioni per la scuola. “Ma era inutile” continua mamma Elena con il sorriso sulle labbra “non facevano altro che parlare di calcio e tattiche, altro che studi. Non per niente, un anno è stato bocciato all’Aleardi, ma forse non era solo colpa del calcio: passava più tempo in sala biliardi che a scuola. E dire che siamo venuti a Verona anche perché, nel mio orgoglio di mamma, pensavo che mio figlio avrebbe avuto un’istruzione migliore! Ma, intendiamoci, è andata benissimo anche così, sono orgogliosa di quello che ha fatto.”

Fausto Nosè insieme allo scopritore di talenti Paolo Maggiore e ad un  giovane Romano Mattè
Fausto Nosè insieme allo scopritore di talenti Paolo Maggiore e ad un giovane Romano Mattè

La Fiumeter Folgore è una delle società giovanili più prestigiose del panorama calcistico veronese, ed è logico che presto qualche osservatore cominci a notare quel ragazzino piccolo di statura ma dotato di grande tecnica. Lo cerca il Mantova, in quegli anni spesso più abile del Verona ad accaparrarsi i talenti giovanili, ma anche la Juventus. I genitori di Fausto però si impuntano: prima il diploma, poi il calcio. Per la distanza anche Mantova diventava improponibile, suo padre non poteva certo portarlo all’allenamento lasciando il lavoro, e con i mezzi pubblici non gli sarebbe rimasto il tempo per studiare.

Così Fausto, nella stagione 1966-67, approda nelle giovanili del Verona, portato da Conti che, insieme a Tavellin (allenatore della De Martino) e a Gigi Caceffo (allenatore della Primavera) è fra i suoi allenatori nelle giovanili gialloblu. Sono nomi importanti nella storia del Verona, quello che a livello giovanile miete successi negli anni Sessanta, prima nel campionato allievi e poi nella Primavera, con i ragazzi classe ’49.

Nella stagione 1969-70 Fausto Nosè si fa notare come uno dei giovani più promettenti del vivaio gialloblu. In quegli anni, sebbene fosse già stato introdotto il campionato Primavera, era ancora attivo il campionato De Martino o campionato “riserve”, dove giocavano praticamente squadre miste fra i giovani della Primavera e le riserve della prima squadra. Nella stagione calcistica 1968-69, quella in cui il Verona affrontò il secondo campionato di serie A della sua storia, fu introdotta la possibilità di portare in panchina, oltre al portiere di riserva, anche un tredicesimo uomo. Per tutti gli altri componenti della rosa l’unico “surrogato” era il campionato De Martino.

Spesso la De Martino era il “banco di prova” dove si testavano le condizioni fisiche di un giocatore in fase di recupero da un infortunio, prima di reinserirlo in formazione titolare. Tanto per fare un esempio, il 2 aprile 1970, nella trasferta di Reggio Emilia, scende in campo con la De Martino Gianni Bui, al rientro dopo l’operazione alle tonsille. Quindi, per i giovani come Fausto Nosè, giocare nella De Martino significava già potersi schierare al fianco di giocatori affermati o, addirittura, al fianco di giocatori di fama mondiale, come Jorge Toro, il cileno proveniente dal Modena, che aveva disputato un ottimo mondiale nel 1962 ma che trovò poco spazio con Renato Lucchi. In campionato, Toro giocò solo 7 partite, di cui 2 da titolare e il resto subentrando dalla panchina. Il cileno si dovette accontentare di perforare con buona costanza i portieri delle altrui De Martino, oltre a “consolarsi” nel post-campionato, nel quale il Verona fu impegnato in alcuni match di caratura internazionale.

Tanto per dare un’idea del “valore” del campionato De Martino, riportiamo qui sotto il tabellino di Mantova – Verona 0-2, giocata il 25 marzo 1970 sul campo di Castiglione, e deciso proprio da 2 reti di Toro.

MANTOVA: Recchi, Mantovani, Ossola, Moioli, Freddi, Bottura, Danova, Carotti, Bertoli, Penuzza, Ferracini.
VERONA: Colombo, Righetti, Nanni, Rossignoli, Cimitan, Dalla Libera, Stoppa, Toro, Rossetti, Savoia, Nosè.

La De Martino normalmente giocava a metà settimana (il giovedì), per dar modo alla presunte riserve di essere eventualmente impiegabili in caso di infortuni dell’ultima ora di qualche titolare, mentre la Primavera giocava la domenica.

Come detto, Nosè lascia il proprio segno in entrambi i campionati, con brillanti prestazioni, fornendo assist per i compagni e segnando in più occasioni.

Formazione della Primavera del Verona 1969-70
Nella foto Vantini gentilmente messa a disposizione dal portiere Carlo Perusi, una formazione della Primavera del Verona 1969-70: Grezzani, Bonato, Schio, Pozzato, Perusi, Bergamaschi; accosciati: Formenti, Gregorotti, Cantieri, Nosè, Rossetti.

Il portiere della Primavera, Carlo Perusi, ricorda così Nosè calciatore: “La sua carriera forse è stata condizionata dalla statura, altrimenti nessun traguardo gli sarebbe stato precluso. Classe purissima, eccezionale senso tattico, era il secondo allenatore in campo; illuminava il gioco nella tre quarti avversaria, dotato di tocco vellutato e con ottima visione di gioco, forniva alle punte preziosi passaggi smarcanti e non disdegnava concludere a rete.”

Mercoledì 21 aprile 1970, nel campionato De Martino, una sua rete su calcio di rigore permette alla formazione allenata da Tavellin di superare l’Inter. Vale la pena leggere la formazione di quel Verona: De Min, Ripari, Ranghino, Bergamaschi, Fanini, Stenti, Stoppa, Grotto, Rossetti, Malaccari, Nosè.

Nonostante la presenza di 3 titolari della prima squadra, il rigore viene affidato allo “specialista” Nosè, che si guadagna una giornata di gloria con la pubblicazione della sua foto in calce all’articolo sulle pagine de L’Arena (didascalia: la “promessa” Nosè).

Il campionato De Martino 1969-70 si conclude con un’altra prestigiosa affermazione della squadra di Tavellin, che batte 1-0 il Milan. Nosè realizza la rete della vittoria e si fa anche parare un rigore da Pierangelo Belli.


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LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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