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HELLAS VERONA

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INTRODUZIONE  
QUELLA PRIMA MAGLIA BIANCONERA...  
L'INCONTRO CON PAOLO MAGGIORE E LE GIOVANILI DELL'HELLAS  
LA STAGIONE 1970-71 E LE GIOVANI SPERANZE GIALLOBLU «
IL DEBUTTO A TORINO CONTRO LA JUVENTUS  
TRAFERIMENTO A PISA, UN BLITZ DI GARONZI  
DISCESA FRA I DILETTANTI, GLI ANNI DI MONSELICE  
IL CHIEVO DI GARONZI E L'ESPERIENZA DA ALLENATORE  
PAPA' MAFALDO  
 

La stagione 1970-71 e le giovani speranze Gialloblu

Tanto basta perché Nosè entri nella cerchia di quei giovani calciatori che costituiscono il naturale serbatoio di riserva della squadra titolare. Questo significa allenarsi con la prima squadra, quantomeno in occasione delle partitelle infrasettimanali. E, nell’agosto del 1970, arriva anche la convocazione per il ritiro di Bagno di Romagna insieme alla prima squadra.

Cinque speranze a Bagno di Romagna
“Cinque speranze a Bagno di Romagna” titola L’Arena dell’1 agosto 1970: si tratta di Bergamaschi, Nosè, Gobbi, Rossetti e il portiere Berteotti. Di Nosè si dice: “Un falso piccolo, in quanto ha grinta da vendere e tocca la palla con precisione verso i compagni più smarcati.”

E’ curioso notare che anche allora i dilemmi erano sempre gli stessi: lanciare i giovani o no? La società investe sui giovani ma poi, all’atto di lanciarli in prima squadra, si fanno i conti con la maggior esperienza dei “titolari”, con le esigenze di classifica che non lasciano mai tranquilli, con gli umori della piazza, con le attitudini degli allenatori. Nel campionato 1970-71 troverà completa maturazione Franco Bergamaschi, mentre per le altre 4 “speranze” che con lui divisero il ritiro dell’Hellas, in quel di Bagno di Romagna, ci saranno solo scampoli di gloria.

In occasione di un’intervista prima dell’inizio del campionato 1970-71 per L’Arena, Renato Lucchi dichiara che spera di poter dare spazio un po’ a tutti i giovani a disposizione: “Orazi è l’elemento di maggior spicco, e Bergamaschi e Listanti sono pure delle sicure promesse”. Listanti, cannoniere che l’anno prima aveva trascinato il Montevarchi in serie C, 24 anni, sarà ceduto al Cesena a novembre, dopo un avvio di stagione promettente con la De Martino, grazie anche agli assist di Nosè.

Il colpo estivo di Garonzi si chiama Lucio Mujesan, che viene scambiato con Liguori, mediano della Ternana messo sotto contratto dall’Hellas già in aprile del 1970. Liguori non arriva nemmeno a Verona, viene subito girato a Bologna nell’affare che porta Mujesan in gialloblu. Mujesan è l’uomo destinato a far coppia con Clerici e a non far rimpiangere Gianni Bui.

Il campionato del Verona però non ingrana. L’attacco “stellare” promesso da Lucchi, che in estate aveva anticipato un Verona a 3 punte con Clerici, Mujesan e D’Amato, si vede in campo solo alla prima di campionato contro l’Inter. Nonostante l’abbondanza di punte, l’unica rete gialloblu è segnata da Sirena ma non è sufficiente a far punti: l’Inter si impone 2-1 con una doppietta di Boninsegna.

All’ottava giornata, il 29 novembre 1970, il Verona perde malamente a Foggia per 3-0, piegato dalle reti di Bigon, Saltutti e dell’ex Maioli. Per Garonzi la misura è colma ed esonera Lucchi affidando la squadra al vice Ugo Pozzan, che esordisce sulla panchina gialloblu con un incoraggiante pareggio a San Siro contro il Milan. Non si può dire esattamente che il Verona cambi marcia, perché le vittorie continuano a scarseggiare, ma la squadra viaggia alla media di un punto a partita e, nelle prime 7 giornate con Pozzan in panchina, arriva solo una sconfitta, con il Napoli sul neutro di Bari.

I problemi vengono dall’attacco, dove Mujesan non ha confermato neppure in lontananza la sua fama di goleador: pur accreditato di 18 reti negli ultimi due campionati in serie A con la maglia del Bologna, nelle prime 9 giornate con la maglia del Verona non va mai a segno. A San Siro si infortuna e non rivedrà più il campo per tutta la stagione. Destino simile per Moschino, contropartita torinese per Maddè, che con Mascetti e Ferrari l’anno prima aveva dato vita ad un centrocampo molto affidabile. Per fortuna Clerici continua a segnare con continuità e, a differenza delle precedenti stagioni, anche Mascetti comincia a ingranare in zona gol.

In un articolo di Luigi Vinco, pubblicato sul settimanale Sport 70 Triveneto a inizio 1971, si parla del possibile “lancio” di Nosè in prima squadra. Guido Tavellin, suo allenatore nella De Martino, ne parla così: “Quando lo vedo giocare incrocio le braccia e lo sto ad osservare tanto è elegante, bello, stilizzato. Mi chiedete se è maturo da serie A? Per me sì”. E Garonzi: “A Pozzan ho parlato chiaro: prima della fine del campionato voglio che mi valorizzi Bergamaschi, Nosè e Berteotti”. Il Presidente gialloblu si leva quindi qualche sassolino nei confronti di Lucchi, rivelando che l’allenatore esonerato dopo Foggia “non credeva in nessuno, nemmeno in Listanti, che infatti mi ha costretto a cedere al Cesena”. Conoscendo il carattere di Garonzi, difficile credere che Lucchi potesse arrivare al punto da imporre il mercato in uscita dei giovani. Più probabile che l’offerta del Cesena fosse irrifiutabile e d’altronde, accantonata l’idea delle 3 punte, Listanti era inevitabilmente scivolato indietro nelle gerarchie di Lucchi che già doveva tenere fuori uno fra D’Amato e Mujesan, assunto che Clerici era intoccabile dato che era l’unico a vedere la porta con continuità.

Pozzan invece sembra un po’ più attendista per l’impiego di Fausto Nosè:“Ci vorrà qualche mesetto per vederlo in prima squadra”. Invece, per motivi di necessità, dovrà far esordire Fausto Nosè in prima squadra dopo poco più di un mese.


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LE VOCI DENTRO


Alcune settimane fa, Vitale uscì con un'affermazione che non ebbe molto risalto mediatico anche perché fornita da un giocatore arrivato da poco. Disse che se avessero esonerato il mister sarebbe stata una sconfitta per tutti loro. Quella frase, buttata lì tra l'indifferenza e lontana dall'eccitazione dei risultati che si andavano sviluppando, si è accantonata in una parte secondaria del mio stato d'animo ma ha avuto però il privilegio di non farmi partecipare troppo allo sconforto collettivo di Lecce. Ricollocando in maniera differente quel prezioso contributo (e raro, visto che sono sempre scarse le voci che vengono dallo spogliatoio) persino alcuni momenti drammatici di questa stagione vengono ripensati. Come l'inopportuna crisi isterica di D'Amico dopo la gara interna col Crotone, che rimane inopportuna nei modi e nei contenuti, ma che è anche figlia di una sana frustrazione interiore. Sana perché testimone di un disappunto reale, inopportuna perché uscita come quando ce la prendiamo con moglie, figli o capo ufficio per i problemi che invece abbiamo con noi stessi. Dietro lo sproloquio c'era però una rabbia per chi non riusciva a venire a capo della situazione come avrebbe voluto e si incazza per questo. Così come pure certi sconsolati messaggi di Zaccagni e compagni che, dopo Lecce e Padova, hanno ammesso con la stessa limpidezza che i tifosi hanno ragione ad arrabbiarsi e che comunque noi vogliamo venire in A. Sdoganare le parole serie A dopo una brutta sconfitta non è cosa da poco. Oppure, certi silenzi autunnali di Pazzini per la sua esclusione, allora per me inspiegabili, ma che forse celavano un tatto e una lungimiranza del nostro campione con l'intento di non alimentare polemica a polemica in una situazione già complicata di suo, imbrogliata da Grosso con le sue elucubrazioni e i suoi esperimenti scientifici, e dalla quale si sperava di uscire prima possibile. Pazzini è un campione vero, dentro e fuori dal campo. Per rendersi conto del suo spessore basta vedere come vengono gestite nel mondo del calcio situazioni analoghe all'Inter con Icardi o al Milan autunnale con Higuain. E, se permettete, Pazzini per il Verona vale esattamente quanto Icardi per l'Inter e Higuain per quel Milan. Se non di più.

[continua]
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