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INTRODUZIONE  
QUELLA PRIMA MAGLIA BIANCONERA...  
L'INCONTRO CON PAOLO MAGGIORE E LE GIOVANILI DELL'HELLAS  
LA STAGIONE 1970-71 E LE GIOVANI SPERANZE GIALLOBLU  
IL DEBUTTO A TORINO CONTRO LA JUVENTUS  
TRAFERIMENTO A PISA, UN BLITZ DI GARONZI «
DISCESA FRA I DILETTANTI, GLI ANNI DI MONSELICE  
IL CHIEVO DI GARONZI E L'ESPERIENZA DA ALLENATORE  
PAPA' MAFALDO  
 

Trasferimento a Pisa, un blitz di Garonzi

A fine stagione, Garonzi parte per Pisa con Fausto per convincerlo ad accettare il trasferimento alla società nerazzurra, con la quale il Verona intrattiene da anni ottimi rapporti. E’ ancora Elena a raccontarci della trattativa che portò il figlio in Toscana: “Garonzi aveva venduto un giocatore che aveva sotto contratto al Pisa, e aveva già incassato i soldi. Poi saltò fuori che il trasferimento non si poteva fare. Garonzi, pur di non dover restituire i soldi, qualcosa doveva inventarsi, quindi promise Fausto al Pisa. La dirigenza toscana lo aveva visto giocare e ne era entusiasta. Noi molto meno, perché era ancora minorenne e l’idea che andasse a giocare così lontano da casa non ci piaceva. Fu una trattativa estenuante, con l’ultima telefonata di Fausto da Pisa verso le 2 di notte: ci prese per sfinimento e convinse me e mio marito che avrebbe accettato il trasferimento a Pisa.”.
“Ma poi cosa succede?” chiese Fausto a Garonzi.
St’an che vien te torni al Verona”.

E invece, l’anno dopo Fausto Nosè rimane in Toscana. A Pisa, Fausto passa quattro anni indimenticabili. Ancora oggi è uno dei calciatori con più presenze nella storia della formazione pisana, dove disputa quattro campionati di serie C, girone B, totalizzando 118 presenze, che lo piazzano fra i primi 50 “alfieri” con più presenze in maglia nerazzurra.

Il primo anno a Pisa gioca con l’amico Dino Gobbi, che aveva già condiviso con lui l’esordio in casa della Juventus nel febbraio del ‘71, e con un altro ex, Sandro Joan, che dal 1963 al 1967 aveva realizzato 20 reti in serie B con il Verona. In quel Pisa c’era inoltre il futuro gialloblu Klaus Bachlechner, classe 1952, agli esordi di carriera.

Pisa 1971-72
Una formazione del Pisa 1971-72, con le firme dei protagonisti vergate di traverso.
Gonfiantini, Leardi, Coramini, Raschi, Gasparroni, Joan; accosciati Busilacchi, Parola, Nosè, Barontini, Gobbi.

Ma anche qui, pur sceso di categoria rispetto alla serie A solo “assaggiata” con il Verona, e nonostante la stima della dirigenza toscana, Fausto finisce ad un certo punto sotto esame. Il caso vuole che, nella stagione 1973-74, arrivi a Pisa una vecchia conoscenza: l’allenatore Ugo Pozzan. “La prima volta che lo lasciò in panchina, partii per Pisa e affrontai Pozzan dicendogli che non ricominciasse con la solita storia di lasciarlo fuori.” racconta sempre la madre Elena “Dopo qualche mese Pozzan morì, e mi dispiacque molto, mi sentii un po’ in colpa per averlo trattato male.” Ugo Pozzan infatti fa in tempo a sedersi sulla panchina del Pisa per poche volte, poi gli viene diagnosticata una leucemia che, nel volgere di un mese, lo porta alla morte avvenuta il 4 novembre 1973.

Nel frattempo, anche se a distanza (“Magari proprio per questo, a volte la distanza riesce a rendere più uniti”), Fausto aveva stretto il rapporto con Zelinda, conosciuta una sera ad una festa a Verona insieme coi compagni di squadra, che diventerà poi sua moglie. Al matrimonio fecero da testimoni gli amici del calcio Bergamaschi e Perusi. “Pisa fu davvero un bel periodo: capitava che ogni tanto frequentassimo i giocatori con le loro moglie e fidanzate, era un gruppo ben affiatato, conserviamo bei ricordi” conferma Zelinda.


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LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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