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HELLAS VERONA

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HELLAS VERONA

 
Hellas Verona english presentation


INTRODUZIONE  
QUELLA PRIMA MAGLIA BIANCONERA...  
L'INCONTRO CON PAOLO MAGGIORE E LE GIOVANILI DELL'HELLAS  
LA STAGIONE 1970-71 E LE GIOVANI SPERANZE GIALLOBLU  
IL DEBUTTO A TORINO CONTRO LA JUVENTUS  
TRAFERIMENTO A PISA, UN BLITZ DI GARONZI  
DISCESA FRA I DILETTANTI, GLI ANNI DI MONSELICE «
IL CHIEVO DI GARONZI E L'ESPERIENZA DA ALLENATORE  
PAPA' MAFALDO  
 

Discesa fra i dilettanti, gli anni di Monselice

Dopo gli anni di Pisa, gli offre un contratto il Prato, che milita in serie D. I dirigenti del Prato gli offrono anche un lavoro in banca, a lui che è ragioniere, diplomato all’Aleardi di Verona. Ci sono anche delle squadre del Sud su di lui, potrebbe seguire le orme dello zio Luciano Nosè, che ha giocato a Bagheria negli anni Cinqunta, ma Fausto preferisce tornare verso casa. Così, nell’estate del 1975, dopo quattro splendidi anni a Pisa, è arrivato il momento di tornare a Verona e dedicarsi alla famiglia. Accetta l’offerta del Cerea, squadra della Bassa Veronese che milita in Promozione, nella quale si era fatto le ossa anche l’amico Mario Giacomi proprio nella stagione 1970-71 nella quale Fausto aveva invece esordito in serie A col Verona.

All’epoca non c’erano ancora la serie C2 e l’Eccellenza, quindi la Promozione era la quinta serie calcistica nazionale. A fine anno per Fausto Nosè arriva la grande soddisfazione della vittoria nel torneo delle rappresentative regionali di Promozione. Il Torneo delle Regioni era una manifestazione calcistica ideata verso la fine degli Anni Cinquanta per coinvolgere i comitati regionali della FIGC.

Le prestazioni di Nosè con la maglia del “piccolo Toro” e con la maglia della rappresentativa regionale non passano inosservate. A fine stagione il Monselice si fa avanti con un’offerta che il Cerea non può rifiutare, e Fausto finisce a giocare nella formazione padovana che milita in serie D. E’ la stagione 1976-77.

“Nel primo anno mi sembra che fece 28 presenze e, cosa strana per lui, nemmeno una rete” ricorda Giuseppe “Pino” Lazzaro, suo compagno di squadra nel Monselice di quegli anni, attualmente scrittore e giornalista sportivo. “Fausto era davvero bravo: testa alta, rapido e svelto, gran sinistro e carattere. Il primo anno con lui arrivammo terzi, con 41 punti, dietro Audace (44) e Mestrina (42)”.
L’anno successivo invece i 9 gol stagionali di Nosè contribuiscono a centrare l’obiettivo della promozione in serie C della squadra. Il Monselice si classifica primo lasciando alle spalle Abano e Cerea. Si apre l’epoca d’oro del Monselice, che giocherà 5 campionati nella neonata serie C2 e affronterà il derby contro il Padova.

Monselice 1978-79
Una formazione del Monselice 1978-79. In piedi: Bottaro, Stefanelli, Freddi, Zorzi, Facchinetti, Stefani; accosciati, sempre da sinistra: Nosè, Valbusa, Bedin, Purgato, Lazzaro.

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LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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