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PAOLO PIUBELLI, "PAN E BALON"   
LE GIOVANILI GIALLOBLU E LE PRIME CONVOCAZIONI   
STAGIONE 1990-91   
STAGIONE 1991-92   
STAGIONE 1992-93   
STAGIONE 1993-94 «
L'INFORTUNIO E UNA "NUOVA" VITA   


 

STAGIONE 1993-94

Nella stagione 1993-94 alla guida del Verona arriva Bortolo Mutti dal Leffe, squadra di serie C dove ha ben figurato. Mutti si porta dietro i suoi "affezionati", e per Piubelli le presenze in campo cominciano a diradarsi e la panchina ad andargli stretta. Un conto è essere appena approdati in prima squadra, ed essere chiusi nel ruolo da gente come Prytz e Marino Magrin, o da Stojkovic. Altro conto è essere già nel giro della Nazionale under 21 e dover rimanere in panchina per fare posto a Cefis che, con le sue 28 presenze, sarà uno dei gialloblu più intoccabili. Per Cefis, proveniente dal Leffe, quella nel Verona sarà l'unica stagione di serie B: per il resto la sua carriera sarà fatta solo da campionati di serie C.

Fra quelli che avevano seguito Mutti dal Leffe c'era anche un giovanissimo Filippo Inzaghi...

"Con lui avevo legato molto. Di Pippo Inzaghi invidiavo in particolare la capacità di rendere sempre al massimo anche in gara, cosa che a me riusciva maledettamente difficile. Inzaghi non era propriamente dotato dal punto di vista tecnico: tanto per intenderci, Piovanelli col pallone faceva cose incredibili. Inzaghi no, ma appena arrivava un pallone nell'area lui era lì a buttarla dentro. Alla domenica giocava come se fosse l'allenamento del lunedì: nessun timore, solo una determinazione spietata per fare gol".

La rosa del Verona 1993-94
La rosa del Verona 1993-94. Piubelli è il terzo da destra nella fila centrale.

Dopo una sola gara da titolare nelle prime 7 giornate, chiedi di essere ceduto.

"Per me non si trattava della questione di chi fosse davanti a me nelle preferenze dell'allenatore, quanto della necessità di avere una continuità di gioco che, una volta arrivato in prima squadra, non ero mai riuscito a trovare appieno. Non ero il giocatore che poteva entrare a partita in corso, io avevo caratteristiche fisiche che mi portavano ad esprimermi al meglio se giocavo da inizio gara. Poi c'è da fare anche un'altra valutazione...".

Quale?

"Se tornassi indietro, chiederei subito di essere ceduto e di andare via da Verona. A malincuore, certo, ma mi sono reso conto che l'emozione in me giocava un ruolo troppo forte e non ero in grado di gestirla. Giocare nella squadra della tua città, quella per cui hai sempre tifato, dove sei cresciuto con gli amici, era una pressione insostenibile per un ragazzo come me. Quando andavo nei calcio club i tifosi parlavano ancora di Galderisi, Garella, Ferroni, erano ancora gli anni in cui tutti avevano sotto gli occhi lo scudetto, mentre la realtà parlava di una situazione decisamente diversa. Sentivi addosso il peso della responsabilità di giocare in una società che solo qualche anno prima faceva sognare tutti".

Piubelli viene girato in prestito alla Juve Stabia, serie C1 girone B. A Castellammare di Stabia tocca con mano la realtà di altre tifoserie rispetto a quella della sua città, quella per intenderci dove anche lui va a mettersi in curva.

"Trovai una tifoseria molto calorosa. A Castellammare gli allenamenti erano seguiti da più di 1.000 persone anche durante la settimana: la squadra andava a gonfie vele, era un giusto mix fra giovani e veterani del calibro di capitan Musella, Celestini e Amodio, che avevano giocato tutti col Napoli in serie A".

Come fu il tuo impatto lontano da Verona?

"Potete immaginare come fu il mio ingresso in spogliatoio, con il tatuaggio del Verona sull'avambraccio bello in vista" scherza Piubelli.

In realtà la stagione è decisamente positiva, al punto che la squadra arriva quinta in campionato e accede ai playoff, arrivando sino a giocarsi la finale, persa contro la Salernitana che guadagna così la serie B andando a far compagnia al Perugia vincitore del girone. Nel girone A della C1 è appena stato promosso in serie B, per la prima volta nella sua storia, il Chievo, che si appresta così a giocare il primo derby con il Verona.

E' il primo anno in cui in serie C sono stati introdotti i playoff per la promozione; la Juve Stabia elimina in semifinale la Reggina, dopo due gare combattute. All'andata la Juve Stabia si impone 2-0; al ritorno la Reggina ribalta il risultato con i gol di Cevoli e Mariotto, e si va ai supplementari, dove succede di tutto. Prima Rivi trova la rete del 2-1 che dà la qualificazione alla Juve Stabia, poi Cevoli segna il 3-1 e riapre i giochi ma, con la Reggina sbilanciata in cerca della rete – qualificazione, è De Simone a siglare il definitivo 3-2 che vale l'accesso alla finale per i campani.

La finale dei playoff si gioca al San Paolo il 23 giugno 1994, e finisce con un eloquente 3-0 per la Salernitana allenata da Delio Rossi. La Juve Stabia crolla nella ripresa e finisce la gara addirittura in 8 uomini.

Giusto così, si può dire, dato che nei confronti diretti in campionato la Salernitana aveva battuto la Juve Stabia 3-1 a Salerno, e pareggiato 1-1 a Castellammare.



La
  formazione della Juve Stabia che il 19 dicembre 1993 perse 3-1 a
  Salerno
La formazione della Juve Stabia che il 19 dicembre 1993 perse 3-1 a Salerno. In piedi: De Simone, Amodio, Colavitto, Veronici, Piubelli e Fabbri; accosciati: Pizzo, Talevi, Lunerti, Onorato e Musella.

Paolo Piubelli ha potuto "sperimentare" con mano, una ventina d'anni prima della squadra di Mandorlini, cosa vuol dire scendere in campo all'Arechi per una gara importante che può valere una stagione.

"Durante il riscaldamento spuntava gente a bordo campo e ogni tanto te ‘rivava un copin..." ricorda divertito.




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LE VOCI DENTRO


Alcune settimane fa, Vitale uscì con un'affermazione che non ebbe molto risalto mediatico anche perché fornita da un giocatore arrivato da poco. Disse che se avessero esonerato il mister sarebbe stata una sconfitta per tutti loro. Quella frase, buttata lì tra l'indifferenza e lontana dall'eccitazione dei risultati che si andavano sviluppando, si è accantonata in una parte secondaria del mio stato d'animo ma ha avuto però il privilegio di non farmi partecipare troppo allo sconforto collettivo di Lecce. Ricollocando in maniera differente quel prezioso contributo (e raro, visto che sono sempre scarse le voci che vengono dallo spogliatoio) persino alcuni momenti drammatici di questa stagione vengono ripensati. Come l'inopportuna crisi isterica di D'Amico dopo la gara interna col Crotone, che rimane inopportuna nei modi e nei contenuti, ma che è anche figlia di una sana frustrazione interiore. Sana perché testimone di un disappunto reale, inopportuna perché uscita come quando ce la prendiamo con moglie, figli o capo ufficio per i problemi che invece abbiamo con noi stessi. Dietro lo sproloquio c'era però una rabbia per chi non riusciva a venire a capo della situazione come avrebbe voluto e si incazza per questo. Così come pure certi sconsolati messaggi di Zaccagni e compagni che, dopo Lecce e Padova, hanno ammesso con la stessa limpidezza che i tifosi hanno ragione ad arrabbiarsi e che comunque noi vogliamo venire in A. Sdoganare le parole serie A dopo una brutta sconfitta non è cosa da poco. Oppure, certi silenzi autunnali di Pazzini per la sua esclusione, allora per me inspiegabili, ma che forse celavano un tatto e una lungimiranza del nostro campione con l'intento di non alimentare polemica a polemica in una situazione già complicata di suo, imbrogliata da Grosso con le sue elucubrazioni e i suoi esperimenti scientifici, e dalla quale si sperava di uscire prima possibile. Pazzini è un campione vero, dentro e fuori dal campo. Per rendersi conto del suo spessore basta vedere come vengono gestite nel mondo del calcio situazioni analoghe all'Inter con Icardi o al Milan autunnale con Higuain. E, se permettete, Pazzini per il Verona vale esattamente quanto Icardi per l'Inter e Higuain per quel Milan. Se non di più.

[continua]
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