Oggi ci ha lasciati Osvaldo Bagnoli.
Il senso di vuoto è enorme. Per quanto ci si senta preparati, perché l'età non perdona, è solo il fatto compiuto a dare peso al dolore, ad annientare la razionalità con una sentenza senza appello.
Osvaldo Bagnoli è stato prima di tutto un grande uomo.
I grandi uomini non se ne vanno mai da soli, portano con sé, nell'oltre indefinito destinato alla propria anima, il peso enorme di tutto ciò che hanno costruito, rappresentato, lasciando un vuoto che sposta di colpo il baricentro della realtà, in bilico l'equilibrio tra il passato e il presente, finché non sopraggiunge la leggenda a ridare quel peso al futuro.
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Osvaldo Bagnoli era già, virtualmente, leggenda dal maggio del 1985, quando insieme ad un gruppo di uomini, sostenuti da una città, da una provincia, da tante persone mai così salde nel definirsi veronesi, non vinse solo il campionato di calcio di serie A, ma distrusse in un colpo solo ogni gerarchia del potere sportivo, impose la Provincia alla potestà metropolitana, esaltando l'operosità silenziosa dei manovali rispetto al rumoroso ingranaggio della grande finanza: il trionfo della sostanza nell'eterna lotta contro la forma.
Uomo semplice, di quella semplicità che diventa valore nel momento in cui affronta le complessità percorrendo il binario di pochi e semplici ideali: il lavoro, la dedizione, l'onestà e un'umiltà talvolta fastidiosa perché ostentata anche di fronte alle grandi imprese. Era semplice anche come allenatore nel suo approccio con il calcio: sosteneva come un mantra, soprattutto quando cercavano di tirare fuori qualche parola in più da interviste che gli pesavano enormemente, che il gioco del pallone era solo una questione di ruoli interpretati bene e di equilibrio di squadra, senza troppi sperimentalismi.
Non amava le primedonne, le sue squadre erano meccanismi organici che si muovevano perfettamente quando ciascuno faceva bene il suo ruolo nella parte di campo che gli competeva. Pretendeva qualità, disciplina e quel rispetto personale che trasformava un gruppo di giocatori in un organismo familiare, in cui tutti, a vario titolo, dovevano coordinarsi per un obiettivo comune.
A fare la differenza, in campo e fuori, era il lato umano, quello che gli ha permesso di risorgere giocatori che in altri contesti annaspavano, di tenere insieme caratteri diversi, di guardare oltre l'immediato con la lungimiranza dell'intuito. Il lato umano che lo ha fatto amare in ogni dove in cui ha potuto esprimere la sua idea di calcio e la sua riservata umiltà di grande uomo.
Nato in Bovisa, quartiere popolare ed operaio della periferia milanese, fu giovane rincalzo del Milan scudettato del Gre-No-Li prima di approdare al Verona, neo-promosso per la prima volta in serie A, nel 1957, perché gli interessava giocare piuttosto che il prestigio della squadra.
A Verona conobbe la futura moglie e da allora si legò alla nostra città, pur cambiando spesso domicilio per seguire la carriera di calciatore prima e quella di allenatore dopo. Nel 1981, dopo aver riportato il Cesena in serie A, preferì ripartire dalla cadetteria con il Verona, iniziando il ciclo irripetibile che culminerà con lo scudetto e si chiuderà, con un profondo sussulto di orgoglio, nella retrocessione del 1990, all'ultima giornata, dopo aver sfiorato una salvezza con una squadra raffazzonata all'ultimo momento e in odore di fallimento societario.
Al Genoa un altro mezzo miracolo: quarto posto e semifinale di coppa Uefa l'anno successivo con una vittoria ad Anfield Road.
Poi l'Inter, la prima, ed ultima, «grande» ad affidargli la panchina. Un ambiente tossico, una casamatta piena di primedonne, con un presidente che cercò di imporgli la formazione. Venne esonerato e lasciò il calcio all'età di 59 anni.
Da allora, ha mantenuto il suo basso profilo, la sua indole schiva, nell'ambiente perfetto di una Verona in cui ha continuato a muoversi come cittadino, intervenendo con la sua presenza ogni qual volta fosse chiamato a rappresentare il suo trionfo tricolore o, più semplicemente, come sportivo nelle file degli ex gialloblu, mantenendo un legame profondo non solo con i veronesi, ma con tutti i giocatori che quel trionfo lo hanno costruito con lui sul campo.
Per chi scrive è stato l'uomo che ha trasformato i sogni in realtà, l'esempio di come i traguardi si possano raggiungere senza clamore, affidandosi all'impegno, al lavoro, al rispetto di persone e ruoli, il simbolo di un mondo e di un calcio che non ci sono più da tempo, ma sui quali solo oggi stendiamo l'ultimo velo.
Per chi ha vissuto quegli anni, il peso di Bagnoli e del suo Verona sono parti ancora oggi indelebili, strutturali, molto più di un bel ricordo, si entra nel profondo di un'identità culturale personale e sociale, la consapevolezza di aver scalato una vetta che sembrava inaccessibile, un senso di grandezza impossibile da cancellare.
Nella memoria oggi vediamo la sua espressione seriosa, il raro sorriso abbozzato che solo in una foto, il giorno del trionfo nell'uggiosa Bergamo di quel maggio lontanissimo, si apre del tutto; l'esplosione di insofferenza nei confronti di Enrico Ameri, a «tutto il calcio minuto per minuto», nel giorno dell'aggancio dell'Inter in classifica dopo il pareggio a reti bianche a Napoli; i suoi maglioni a scacchi, sfoggiati per anni, che Gianni Brera ipotizzò avesse preso in stock alla svendita di qualche grande magazzino; la giacca invernale stretta con la cintura ben sopra la vita, mentre il Verona terminava, nel fango di Brema, la stagione dei miracoli; in tuta gialloblu, a preparare il campo di allenamento, con le mani piene di paletti e cinesini perché anche quello fa parte del lavoro del mister.
Nel cuore invece, lo vediamo sottobraccio a Ciccio Mascetti e a Claudio Garella mentre si avvicinano a Roberto Puliero che, con un microfono in mano e qualche altoparlante appeso, non si sa come, in qualche anfratto di infinito, ha interrotto una radiocronaca, giusto il tempo di salutare l'Osvaldo per poi continuare con il classico «amici sportivi veronesi, riprendiamo senz'altro la nostra diretta...».
È stato bellissimo condividere quel tempo sospeso tra sogno e realtà, grazie di cuore Mister Bagnoli, che la terra ti sia lieve.
Davide