LA
LEZIONE DI JURIC Mentre l'anno scorso, complici la sospensione prima e lo
slittamento poi dei campionati, ci sono stati pochi cambi di panchina e quasi
tutti con esito negativo, quest'anno, grazie al vaccino e al graduale ritorno
alla normalità, abbiamo assistito al valzer delle panchine con alcune
situazioni davvero curiose: siamo passati dai ritorni eccellenti di Allegri,
Mourinho, Spalletti e Sarri che alzeranno il livello qualitativo del prossimo
campionato alla fuga di Conte (Take Money and Run, si cantava una volta),
dalla stretta di mano di Inzaghi a Lotito, alla scoperta che Dionisi è un traditore
seriale (accusatori: Empoli e Sampdoria). Infine, al contratto da
rispettare (verbo molto inneggiato da Juric) ma coniugato a modo suo.
Il
tecnico croato ci ha lasciato 2 splendidi risultati sportivi e 1 lezione di
vita. Fondamentale. Da una parte, le potenti emozioni che ci ha fatto vivere
nel corso di questo biennio non si dimenticheranno presto, con prestazioni alla
pari contro chiunque, generando apprensione ovunque. E poi il merito di
chiudere entrambe le stagioni nel lato sinistro della classifica, facendo
meglio di molte altre piazze che hanno speso di più e male. Per la storia, ricordo,
Juric segue l'immancabile Bagnoli (4 volte), ma si pone davanti a Mandorlini e
Prandelli (1) in questa particolare classifica.
La
lezione di vita che ci ha lasciato, invece, è che non dovremmo innamorarci degli
interpreti, per quanto bravi e simpatici possano apparire. Verona è stata per
Juric, in definitiva, una tappa della sua carriera, un bollino positivo come lo
fu Crotone e migliore di Genoa, dove non è riuscito ad esprimersi in pieno. Non
importa se Setti lo ha recuperato da un periodo grigio e gli ha offerto grande
visibilità, non importa neppure se gli ha fatto un contratto pluriennale con
cospicuo rialzo di ingaggio. Ad un certo punto ha stabilito che il suo lavoro
qui era finito, che non c'erano più le condizioni per “alzare l'asticella” ed
ha scelto Torino (a mio avviso, poteva scegliere di meglio) per proseguire il
suo progetto professionale. Juric, insomma, ci ha ricordato che lui è un
professionista e pertanto è solo di passaggio, anche se è stato molto amato: i
protagonisti vanno e vengono, solo il Verona rimane.
Del
resto, i continui mal di pancia, l'insofferenza verso il Presidente e, in alcune
occasioni anche verso la squadra erano evidenti a tutti. Nelle conferenze
stampa parlava solo delle difficoltà della stagione e di come era riuscito a superarle,
dimenticandosi che nel girone di ritorno il Verona si è letteralmente fermato, riuscendo
a cogliere solo la metà dei punti dell'andata. Sta di fatto che, a forza di
parlare del passato e pensare al (proprio) futuro, Juric ha trascurato il
presente. Diciamo, a partire da Cagliari in avanti. Per poi recuperare qualcosa
nel dignitoso finale di stagione, come commiato. Ci mancheranno sicuramente le
sue illuminanti spiegazioni tattiche, di come parla dei giocatori e di come
prepara la partita. Non ci mancheranno invece alcune esternazioni a volte fuori
luogo, e nemmeno quella comunicazione apparentemente empatica e diretta che, ad
un certo punto, abbiamo confuso come amore eterno nei nostri confronti. Di
eterno, non c'è proprio niente. E questo ha fatto bene a ricordarcelo.
UNA
TEORIA BISLACCA Juric ha costruito la sua e nostra fortuna nella disciplina
tattica, concedendo libertà e fantasia sulla base della protezione del
collettivo. Falso 9, inserimenti degli esterni, lo sviluppo tecnico muscolare della
fascia sinistra, il grande assetto difensivo sono alcune delle tante caratteristiche
tattiche del suo Verona che abbiamo apprezzato. Ma soprattutto, la compattezza
e la grinta dimostrata in campo, come se ogni partita fosse quella decisiva. Lo
ricorda bene Veloso quando rammenta la sua filosofia: andiamoci a prendere
la palla, se li aspettiamo siamo morti. Ma per rendere possibile ciò, ci
ha spremuti. Di qui il numero incredibile di infortuni muscolari (e
ricadute) patiti durante la stagione, complice anche, ma non solo, i fitti
impegni agonistici. E meno male che non facevamo le Coppe...
Forse,
proprio da qui è partita la sua necessità di cambiare aria. Al di là della limitata
disponibilità di investimento di Setti, magari lo stesso Juric ha capito che oltre
a questo punto non poteva andare con questi giocatori. E se fosse proprio questo il suo limite?
Ovvero l'impossibilità di portare a termine un ciclo duraturo? A causa del suo
carattere e della sua inquietudine lo vedo il classico allenatore che arriva,
sprigiona tutta l'energia positiva che riesce, se ne va. Gli manca la pazienza
di consolidare i risultati raggiunti. Ogni ciclo virtuoso invece alterna fasi
di crescita verticale a fasi di crescita orizzontale. L'asticella, l'ha
raggiunta eccome quest'anno confermando i valori dell'anno precedente. Ma
invece di ripartire da ciò che ha ottenuto, lavorando sui dettagli rimasti irrisolti
(ad esempio l'attacco sempre sotto performante e il lancio di nuovi giovani) ha
deciso di andare via. Lui ha continuamente bisogno di nuovi stimoli, nuovi
giocatori, ricominciare tutto daccapo.
La
domanda che mi pongo è se, in definitiva, Juric possa davvero appartenere alla
categoria di quei tecnici in grado di realizzare un ciclo duraturo come, ad
esempio fece a Verona Mandorlini e, altrove, Gasperini a Bergamo, Inzaghi a
Roma, Sarri a Napoli, De Zerbi a Sassuolo. Oppure fa parte della categoria di
quei tecnici che sollecitano a tal punto la squadra che oltre ad un certo limite
non possono andare e devono per forza ricominciare altrove (nell'elenco
metterei Conte, Ballardini, Gattuso, Iachini). Due anni al massimo. E'
sintomatico il fatto che giocatori cresciuti rapidamente con lui in maniera
esponenziale finiscono poi per sparire lontani da lui (eccezion fatta per
Pessina). Non parlo solo degli ex gialloblù ma anche degli ex genoani
accantonati e recuperati qui da noi (Veloso, Lazovic, Gunter). Non è un limite
tecnico, il suo, ma esclusivamente caratteriale.
Poiché
Juric appartiene al nostro passato, oramai, verificherò col Torino se questa
teoria è bislacca. Se ne avrò voglia. Piuttosto, è importante capire se qui a
Verona ha lasciato macerie oppure un ambiente comunque fertile da cui ripatire.
Propendo decisamente per la seconda.
UN
REGALO A DI FRANCESCO Dal punto di vista tattico, Juric e Di Francesco sono
agli antipodi. Di Francesco punta sul possesso palla, più che sull'uomo.
Predilige il principio dell'elasticità, secondo cui l'allenatore modula
le proprie scelte in base alle capacità e alle caratteristiche dei calciatori a
disposizione. Ha un modulo di massima (il 4/3/3), ma ne ha utilizzati diversi a
seconda delle situazioni. Entrambi però hanno la capacità di far crescere i
giovani e non temere le sfide impossibili. A Sassuolo ha scoperto giocatori
importanti come Berardi, Acerbi e Sensi e la rimonta sul Barcellona in Champions
League sono perle di una carriera che si è un po' persa per strada.
Infatti,
Di Francesco arriva dopo due fallimenti consecutivi. Cosa potrebbe trovare a
Verona che non è riuscito a Genova e Cagliari, due società della nostra stessa
fascia tecnica? Problemi ambientali o suoi errori di relazione? Cosa hanno
avuto Ranieri e Semplici più di lui tanto da riuscire a ricucire in fretta e
bene lo strappo che aveva creato?
E'
una bella sommessa quella di Setti, dopo non essere riuscito ad agganciare
Italiano. Una scommessa basata però su un rischio calcolato: la rosa a
disposizione è affidabile e il gruppo coeso. Perderà sicuramente qualche pezzo pregiato
per fare cassa, ma il Verona sa stare in campo. E poi, anche qui ci sono
giovani promettenti da inserire. A Di Francesco verranno chiesti 1) la salvezza
2) la valorizzazione di nuovi talenti in ottica plusvalenze future. Dal punto
di vista ambientale, i tifosi gialloblù si innamorano facilmente (ne abbiamo
già parlato), non dovrà gestire elementi ingombranti che mai avrebbero potuto
trovare spazio con Juric e avrà la giusta visibilità mediatica che certamente
né il Presidente, né D'Amico sono intenzionati ad oscurare. Insomma, con tutti
i limiti finanziari, il Verona è un'isola felice, che paga con
regolarità gli stipendi (a differenza di Cagliari e Sampdoria) e dichiara in
partenza che non può permettersi di fare il salto più lungo della gamba. Ma
nemmeno vuole correre i rischi di Parma, Cagliari e Torino dell'ultima stagione.
Con
piacevole sorpresa, infine,
ho scoperto che Di Francesco ha diversi estimatori tra gli ex gialloblù:
Cammarata, Guardalben e soprattutto Tommasi scommettono sulle sue capacità e
sull'Hellas come ambiente adatto per restituirgli quella serenità e quella
volontà di riscatto di cui ha bisogno. Cinicamente parlando, arriva con la
lavagnetta tattica in una mano e la valigia pronta per il prossimo esonero
nell'altra. Tanto, un Iachini o un Tudor si trova sempre in caso di bisogno. Ma
se le cose dovessero invece andare bene, come auspichiamo, se insomma la
squadra dovesse imparare a seguirlo e ad apprezzarlo come ha fatto con Juric,
ci troveremmo in casa una persona riconoscente verso i nostri valori e verso
il calore che riceverà. Torna il pubblico al Bentegodi, non dimentichiamolo. E pertanto
saremo noi, questa volta, a fargli un grosso regalo: a Verona ci sono tutte le
condizioni per lavorare bene. Benvenuto mister.
Massimo
Colonna
sonora: Per Juric: Un'estate fa (non c'eri che tu) di Califano
Per
Di Francesco: Should have known Better di Sufjan Stevens