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L'ODORE DELL'ERBA APPENA TAGLIATA
16/02/2010

Inizio della gara, ore 18,00. I preparativi, a casa, cominciano due ore prima anche se la testa è già lì da un paio di giorni. La regola vuole che io sia il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene. Alla fine c'è da chiudere la tribuna, il cancello del campo, tutti gli spogliatoi, spegnere le luci. Ma quello accadrà molto più in là, e quei momenti li vivo ogni volta al rallentatore, come l'ultimo passaggio necessario per smaltire la delusione o assaporare l'atto conclusivo di un grande successo. Quando i genitori e i tifosi se ne saranno andati via portandosi dietro i propri ragazzi con i borsoni pieni di indumenti sporchi, di promesse fatte e talvolta non mantenute, di muscoli affaticati e qualche ferita da rimarginare.

Ora no. C'è troppo da fare.

La formazione è stata fatta, ne abbiamo parlato a lungo con il mister. Nel raccoglitore blu ci sono le distinte da consegnare all'arbitro e alla squadra avversaria e le schede dei convocati: tesserino, certificato medico, attestazione per i più piccoli, quelli sotto i quindici anni. Speriamo che gli altri si ricordino di portare il documento, ogni volta se ne dimentica qualcuno con conseguente agitazione collettiva e ritorno precipitoso a casa prima della fatidica chiamata dell'arbitro. In fondo al raccoglitore ci sono invece le cartelle degli esclusi, gli infortunati e tutti quelli che non si sono preparati a dovere. Anche a questo livello il mondo si divide a metà: c'è chi accetta la sfida e chi, per debolezza o sfortuna, la rifiuta. Un foglio colorato di rosso divide gli uni dagli altri. Gli eroi oppure le vittime (sapremo più in là) da chi può solo raccontare la storia senza farne parte.

Raccolgo i quattro palloni da gara. Il cronometro. Il grosso mazzo di chiavi del campo, mi pare di essere diventato una versione prosaica di San Pietro. Sciarpa e berretto societario. C'è tutto. Predispongo le cose in auto con cura maniacale, forse c'è anche della scaramanzia in ogni gesto. Non si sa mai.

Passo dall'oratorio per vedere se qualcuno ha bisogno di un passaggio. C'è sempre qualche genitore che ha qualcosa di meglio da fare che soffrire con il proprio figliolo il sabato pomeriggio, e c'è sempre qualche ragazzo che si presenta mezzora prima del previsto perché non ha di meglio da fare a casa e fa finta di aver finito i compiti.

Il campo è 4 o 5 chilometri più in là, in periferia. Di sabato pomeriggio, a quest'ora, ci vogliono al massimo 15 minuti. Tutto sta trovare un parcheggio decente.

Noi, da sempre, abbiamo lo spogliatoio numero 2. Al nostro fianco, il 3, è quello degli ospiti. Dall'altra parte, più piccolo ma dotato persino di minifrigo e fornelletto, quello dell'arbitro. Carmelo è un custode perfetto: l'ambiente è ordinato e pulito. Sappiamo bene in che stato lo lasceremo. E poi, in fondo, trovo il termos con il suo famoso the caldo al punto giusto, zuccherato al punto giusto. C'è forse una bevanda migliore per scaldarsi dentro e respingere la sete? Chi mi accompagna sa quello che deve fare: svuotare e riempire di acqua le borracce, gonfiare o sgonfiare i palloni da gara, recuperare le bandierine per i guardalinee, trovare i bicchieri di carta da mettere vicino al termos. Uno dopo l'altro arrivano i ragazzi, ridono tra loro, scherzano su tutto. Forse è un modo come un altro per scacciare la tensione. Altro che interrogazione di latino, questa è adrenalina allo stato puro! Arriva il mister e non riesce ad imporre il silenzio. Sono tutti troppo eccitati. Solo quando disegna sulla lavagnetta i numeri di chi parte titolare e la posizione in campo riesce ad averli un attimo per sé. Ma solo un attimo, però. I consigli e gli ammonimenti sono individuali, di massima ciascuno sa esattamente quello che deve fare. Almeno, così dovrebbe essere, dopo tutte le prove fatte durante gli allenamenti.

Esco a parlare con i genitori, attendendo l'arbitro e l'arrivo della squadra ospite. Da come arrivano i nostri avversari, dalle loro facce, dall'abbigliamento sportivo che indossano, dalle facce sicure che sfoggiano i loro dirigenti capisci se sono forti oppure no. Se ci credono, oppure no. La classifica non tradisce mai il vanto di sé.

Poi arriva l'arbitro, e questo è un momento fondamentale. A seconda di com'è, sai già che gara ti aspetta. Se è giovane correrà per tutto il tempo seguendo da vicino l'azione, entra nella partita ed è disposto al dialogo. Se è anziano, a metà del primo tempo si ferma, non fischia i fuorigioco e va solo su e giù per il cerchio del centrocampo, interpretando a naso, solo con il suo (presunto) buon senso. I peggiori sono quelli che hanno la faccia da ragioniere, messi male fisicamente, per niente atletici, piuttosto sfigati. Per loro arbitrare è più di un passatempo: è un momento di attenzione, di rivincita. Vogliono essere protagonisti a tutti i costi, si arrabbiano con le panchine, giustificano stizziti ogni decisione che prendono, sono irascibili e fragili. E poi ci sono le donne arbitro, gran brutta esperienza: o hanno paura, oppure sono peggio di una professoressa di matematica. Il calcio è di genere maschile e loro qui sono invariabilmente fuori luogo.

Finalmente salgono e vanno sul terreno di gioco a scaldarsi e a prendere il primo abbraccio del pubblico. L'arena apre lo spettacolo: diamo un senso a tutto questo.

Quando sto per entrare so esattamente quello che mi aspetta: occhi attenti ad ogni movimento in campo, esaltando una parata, un recupero vigoroso, un tiro coraggioso; minimizzando ogni fallo che facciamo e deplorando ogni intervento che subiamo. Poi c'è da vedere chi non ce la fa con quell'avversario, chi soffre, chi si è stancato, chi non è più reattivo. Nessun ragazzo lo ammette mai, troppo orgoglioso per mollare. E, alla fine, c'è da gestire il gruppo di genitori che si attardano fuori dallo spogliatoio in una sorta di sala stampa all'aperto. Ciascuno dice la sua, più o meno agitati e saccenti. Sono più esperti di Ancelotti e di Mourinho, bravissimi a teorizzare l'assurdo e a muovere al meglio sul campo i figli altrui. Come non si può rendersene conto? Peggio del peggior canone inverso. Così mi trovo a difendere con convinzione tutti i ragazzi, ad esaltare i meriti di ciascuno o quelli dei nostri avversari all'occorrenza, a giustificare le scelte tattiche. Sono bravo a fare queste cose, concedo a tutti pochi argomenti di discussione: per principio ogni sconfitta è dignitosa, ogni successo un trionfo. Certo, so benissimo che ciascuno resta fermo nella propria convinzione, almeno scarica con me il fastidio e la delusione che ha dentro. I ragazzi, frastornati, devono restare fuori dalla bagarre. Loro hanno il loro mister per queste cose. Basta e avanza.

Tra qualche istante comincerà la partita. Le squadre sono schierate a centrocampo. Io, in piedi in panchina. Chiudo un attimo gli occhi e inspiro forte: è magnifico l'odore di erba appena tagliata. L'ultimo attimo di pace. Quando li riaprirò, dopo il fischio d'inizio, succederà esattamente quello che saremo capaci di far succedere. Questo è il calcio. Questo, in fondo, è la vita.

Massimo

COLONNA SONORA la liturgia del gioco del pallone si concentra spesso sul momento agonistico oppure su quello collettivo del tifoso che va allo stadio a condividere con altri gioie e dolori. Ma c'è anche un momento personale, quasi intimo, che mette di fronte il tifoso con la partita che sta per iniziare. Quel momento ognuno lo vive a modo suo. Ringrazio Lou Reed per Perfect Day.



Stagione 2010/2011
06/09/2010   IL VERONA VINCE DUE VOLTE
01/09/2010   POCHE IDEE E PASTICCIATE (seconda parte)
31/08/2010   POCHE IDEE E PASTICCIATE (prima parte)
05/08/2010   ALLORA, PARTE ADESSO IL PROGETTO DI MARTINEL...
07/07/2010   LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

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