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LA MILITANZA, DA SOLA, NON BASTA PIU'
04/01/2010
Durante le feste natalizie, si sa, siamo portati a far visita a parenti ed amici, e a frequentare luoghi diversi. La conversazione, in questo periodo, è incanalata in 3 o 4 argomenti tradizionali e si potrebbero registrare a priori sia le risposte che le domande di rimando per proporle successivamente ogni volta che serve, sempre uguali nel tono e nell'approfondimento. Senza alcuna partecipazione emotiva. Laddove incontro una certa difficoltà a rompere gli schemi è quando si parla di calcio. Lì, fuori da Verona e dal Verona, vengo talvolta ignorato perché non appartengo al club di tifosi di Inter, Milan, Juventus e Roma (che insieme raccolgono il 60% dei consensi) e anche perché mi accorgo che il loro modo di chiacchierare di pallone è imborghesito, lontano chilometri dalla passione e dalla sofferenza alle quali sono abituato. Viaggiano più che altro su ambiti di costume, ed hanno una partecipazione snob verso il fenomeno agonistico. Sì, ci saranno pure 4 o 5 partite che vale la pena seguire durante la stagione, ma loro si accendono più che altro per le gare di coppa internazionale e giocano molto sulle disgrazie altrui. Non è un caso se, negli stadi di A, il canto più comune è chi non salta ... è! Per questo, in salotto la conversazione si incanala soprattutto contro lo sfigato di turno (creando fragili alleanze che di volta in volta cambiano tra loro) e nessuno affronta mai gli obiettivi da raggiungere e le difficoltà da superare.
Affermazioni del tipo: scusa, ma dove gioca adesso il Verona? oppure quando è che vi fondete con il Chievo? oppure è un peccato che il Verona non giochi più in A, ma è un pezzo che mancate... non lasciano più il segno. Mi sono immunizzato grazie alle piccole dosi di veleno che ho ingurgitato in tutti questi anni. Pastorello ed Arvedi hanno prodotto, in tal senso, i benefici di una cura omeopatica. Il problema è semmai quello di riuscire ad emarginarmi e a sminuire ogni intervento perché, si sa, tifando una squadra di serie C (fosse anche in B, cambierebbe poco) vuol dire automaticamente non essere considerato un grande intenditore di calcio. Certo, chi mi conosce sa che ci vuole altro per escludermi e allora li educo al principio della «militanza ideologica», rendendo loro pan per focaccia.
I TIFOSI DELL'HELLAS SONO DEI PRIVILEGIATI Una cosa simile accade anche nel sistema politico (di entrambi gli schieramenti). Tanto minore è il numero di militanti di un partito, tanto maggiore è la sua componente ideologica. Il dramma semmai è quello di dover decidere, in sede elettorale, se è preferibile correre soli andando incontro alla possibile esclusione dai seggi a causa dello sbarramento elettorale, oppure perdere un po' di autonomia e allearsi/fondersi con altri gruppi. Il dubbio non è da poco perché non sempre l'elettorato è disposto ad accettare l'intransigenza ideologica e rimanere inevitabilmente isolato dal parlamento (cioè da chi legifera e/o da chi ha potere di opposizione). Ogni tanto è indispensabile essere rappresentati. Ecco perché, in alcuni momenti, gli elettori che la pensano in un certo modo votano ciò che fa loro meno ribrezzo ma che verrà poi sicuramente eletto. Oppure, sconsolati, si astengono. Isolando ed impoverendo sempre di più il partito per il quale varrebbe invece la pena di battersi.
È curioso notare, d'altra parte, come il consenso elettorale dei partiti di massa annacqui invece la componente ideologica perché lì si è più orientati al compromesso pur di riuscire a governare.
Il calcio è, allo stesso modo, una forma di militanza e ideologia. È militanza perché non è possibile tifare una squadra se poi non si va allo stadio a sostenerla oppure non si condivide la passione con qualcun altro che la pensa esattamente come te. È ideologia perché ci si sente idealmente scelti da lei e in lei ci si identifica. Naturalmente, la passione politica prevede un approccio culturale superiore al semplice tifo sportivo, che è più istintivo, ed ha obiettivi e teatri completamente differenti. Non è un caso però se, da sempre, esponenti di schieramenti estremi si insinuano nelle curve, dove massima è l'omologazione, per fare reclutamento.
Il tifoso del Verona, da questo punto di vista, è dunque un esempio di virtù per i tifosi delle grandi società di serie A. Abituato da sempre a soffrire non ha mai perso l'entusiasmo di seguire la propria squadra del cuore. È tifoso a prescindere dai risultati e non ha bisogno delle disgrazie altrui per riuscire a consolarsi. Difatti, non ho assistito, in questi anni, a fughe vergognose di butei verso squadre di Champions, e neppure tradimenti verso il Chievo con il quale c'è - al massimo - una modesta sopportazione. Anche per colpa della mancanza di antagonismo sportivo.
Il calcio come lo concepiamo noi, è dunque completamente scollegato dalle fortune della squadra, e si trasforma quindi in ideologia allo stato puro. Non essendo stati viziati dai risultati consideriamo tutto il mondo contro. Ecco perché riusciamo a resistere alle avversità e la nostra forza d'animo desta ovunque curiosità e ammirazione.
Fatto il ragionamento (è facile essere tifoso di..., ma vuoi mettere?) vengo inevitabilmente riaccolto nel recinto degli «intenditori».
MA STANNO INVECCHIANDO Questa è però l'altra faccia della medaglia: se è vero che il Verona in questi ultimi anni non ha perso tifosi, perché così ideologizzati, non ne ha nemmeno recuperati di nuovi. Soprattutto, quello che mi preoccupa di più, è il vuoto generazionale che si sta creando. Gli adolescenti veronesi sono attratti dal Grande Centro (per riprendere l'esempio precedente) perché hanno bisogno di identificarsi con soggetti forti e vincenti. Per loro, tifare Hellas oggi è da sfigato (perché gioca in C) o da vecchio (perché è la squadra del papà e del nonno). I bambini, invece, al momento imitano i genitori, ma non hanno ancora preso la loro decisione emotiva. Purtroppo, l'assenza di risultati sportivi sta portando altrove il tifo liceale.
Non sono neppure così convinto che le mostre, le celebrazioni e il richiamo alle origini siano così inclusivi come si crede: certo, per noi rappresentano momenti di commozione, orgoglio e senso di appartenenza; ma, per chi si deve ancora accostare all'Hellas, destano solo curiosità, sono un fenomeno sociologico. L'amaro confronto con la realtà li esclude subito dopo. I giovani, al contrario nostro, hanno bisogno di vivere il presente e di avere riscontri immediati, mica cimeli e reperti di un passato glorioso che nessuno può assicurare loro. Non hanno tempo di aspettare e non sanno neppure sognare.
Anche l'immagine del grande tifoso gialloblu appassionato e immune da ogni sofferenza, che di tanto in tanto certi giornalisti propongono nei loro siti solo per attirare facile compiacimento, dimostra quanto poco seguano l'evoluzione del tifo gialloblu o non siano in grado di cogliere gli aspetti più complessi. Noi, che ci siamo dentro, lo sappiamo benissimo. Ecco perché farmi rappresentare sempre e solo in questo modo non mi fa troppo piacere: sono analisi superficiali e non affrontano mai abbastanza quanto abbiamo dovuto soffrire per apparire oggi immuni.
Torniamo al mio grido di allarme. Forse, non abbiamo una grossa percezione di ciò, perché vediamo le cose esclusivamente dal nostro punto di vista. Ci basta sapere che il numero di abbonati non scende e che le presenze allo stadio sono ancora le stesse. Ma ciò non è sufficiente. Se il numero di presenti allo stadio per Chievo - Juventus sarà identico a quello di Hellas - Pescara, la loro età media è però nettamente inferiore. E non mi dà neppure troppa soddisfazione il fatto che quasi tutti simpatizzino bianconero. Inoltre, come ha ammesso un amico che da anni segue tutte le trasferte dell'Hellas in giro per l'Italia, l'età media dei butei lontano dal Bentegodi si aggira intorno ai 35/40 anni.
Oggi, esclusivamente per meriti sportivi, la squadra che tira di più in Italia è l'Inter. Al secondo posto, per semplice antagonismo, il Milan. Ebbene, chi va a san Siro a seguire una partita rimane impressionato dalla composizione demografica dei tifosi: non solo è altissima la frequenza femminile e dei nuclei familiari, ma sono soprattutto le schiere di ragazzi a frequentarlo. Interi gruppi di adolescenti. Al Bentegodi non funziona così. Sia la curva che la tribuna sono diventati club esclusivi in cui ci si incontra, sempre gli stessi, la domenica pomeriggio. Fortissimo è il radicamento, debolissimo il ricambio.
COSA FARE DUNQUE? I tifosi di mezza età, in questi anni terribili, si sono consolati (essendo uno di loro, lo ammetto, talvolta pateticamente) con il recupero del passato, quelli appena più giovani con la speranza di rivivere un giorno il periodo che è finito con Prandelli. Del resto chi, ultimamente, è stato sul punto di farsi catturare emotivamente poteva forse trovare un'identificazione nella mediocrità che ha offerto Pastorello, oppure negli anni dell'umiliazione della C?
Martinelli ha fatto benissimo, quest'estate, a scegliere il ritiro gialloblu in provincia. Ma lo ha fatto soprattutto per noi. Come insegna l'analoga esperienza del Chievo, questo non richiama affatto nuovo pubblico. Rende semmai più comoda la vita di chi ha tempo per recarsi a seguire gli allenamenti. Mi piacerebbe sapere, a tal proposito, se il numero dei tifosi che hanno visto la squadra è stato davvero raddoppiato o triplicato come ci si auspicava, oppure se sono andati a vedere il Verona sempre gli stessi, più volte? Cambia eccome.
Purtroppo l'ingresso di nuovi tifosi e l'introduzione alla militanza ideologica si ottiene solo in due modi: con i risultati sportivi, facendo crescere dall'interno il senso di appartenenza ora disperso altrove, e investendo in maniera significativa nel settore giovanile. Con la valorizzazione dei nostri ragazzi. Mi chiedo, provocatoriamente, se per un adolescente di talento di 15/16 anni rappresenti ancora un valore sentirsi chiamare dall'Hellas visto che, dopo tre anni di C e prima ancora cinque di B, la società non è riuscita a portare in prima squadra neppure un giovane appartenente al proprio vivaio? Perfino quelli della famosa classe 81 ce li siamo dovuti prendere altrove (Pegolo, Cossu, Dossena). In questo, Terracciano ha un ruolo delicatissimo e decisivo: sapere che la squadra della propria città (o provincia) cresce grazie al proprio vivaio genera orgoglio e senso di appartenenza. Per questo, quando si parla genericamente dell'importanza dell'investimento nei giovani, si considerano non solo aspetti di natura economica, ma anche di richiamo emotivo in chi pratica calcio.
Purtroppo ci vorrà tempo, lo so. Ma più passa, peggio è. Occorre tornare in fretta nel calcio che conta e trovare nuovi esempi alla Tommasi (ci rendiamo conto che siamo fermi «ai tempi di Tommasi»?). Solo allora ci aiuteranno il fallimento ideologico del Chievo, che pur essendo da anni in serie A non è riuscito a portare via un solo tifoso all'Hellas, e la scarsa militanza che offrono i grandi club di Champions. Solo allora il richiamo alle origini chiarirà quanto è più ricco di significati un successo gialloblu.
Nel frattempo però dobbiamo guardarci intorno e contarci. Ogni volta che riusciremo a portare all'Hellas un adolescente daremo un futuro anche alla nostra squadra. In attesa che, chi è preposto, ci porti nuovamente in parlamento, tocca a noi scaldare il cuore di chi sta cercando qualcosa per cui essere orgoglioso. Non dobbiamo più accontentarci di noi stessi.
Massimo
NOTA come temevo non è stato affatto facile trovare foto nelle quali comparissero nuove generazioni. Fabio e Florin, nel loro splendido abbraccio, rappresentano l'eccezione che conferma la regola: la lontananza da Verona rende il loro amore per l'Hellas assolutamente ideologizzato. Ma dove stanno andando i Florin di Verona?
COLONNA SONORA Sogna ragazzo sogna del maestro Roberto Vecchioni.
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