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Speciale TATTICA
  1. 140 ANNI DI BATTAGLIE
  2. IL METODO - prima parte
  3. IL METODO - seconda parte
  4. IL SISTEMA
  5. IL CATENACCIO
  6. LA ZONA E IL CALCIO TOTALE
  7. IL VERONA DI BAGNOLI
  8. LA ZONA MISTA: IL 4-4-2 e IL 4-3-3
  9. LA ZONA MISTA: IL 3-5-2 e IL 4-3-2-1
  10. IL CALCIO OGGI
    EPILOGO: IL RUOLO DELL'ALLENATORE

EPILOGO: IL RUOLO DELL'ALLENATORE

Nel corso di queste puntate ho cercato di raccontare l’evoluzione tattica del Calcio come un fenomeno interno ad esso e quindi frutto del suo processo naturale di perfezionamento e crescita. Gli occhi con i quali ho raccolto queste trasformazioni, sono stati quelli di un appassionato alla ricerca di risposte. E talvolta di soluzioni. Di tanto in tanto, ho avuto il vantaggio di poter sfruttare la conoscenza tecnica dell’amico Mauro e il suo contributo ha obiettivamente agevolato la mia comprensione. Manca però un ultimo aspetto da approfondire, quello che riguarda colui che guida squadra al massimo risultato possibile, il primo a crederci e l’ultimo a mollare: il comandante della nave.

Gian Carlo Cadè

Oggi come oggi, assistiamo a una partecipazione collettiva molto più accorata e competente di una volta. I tifosi non si soffermano solo a criticare genericamente la propria squadra, giudicano le prestazioni individuali, denunciano gli errori dell’allenatore durante la gara e le scelte del presidente nella campagna acquisti, entrano in merito agli aspetti tattici, arrivano perfino a valutare la tenuta psicofisica dei calciatori.

La situazione è grottesca perché, se da una parte assistiamo ad una sempre maggiore specializzazione professionale, dall’altra verifichiamo una migliore sensibilità al fenomeno in sè e una democratizzazione dell’evento agonistico. E’ solo presunzione la nostra? Sicuramente sì, ma con qualche attenuante. Innanzitutto perché la passione calcistica porta ad andare oltre e a non accettare di buon grado la sconfitta sul campo: l’avversario conta, ma certi errori dovevano essere comunque evitati. In secondo luogo, ho l’impressione che questo stia diventando un fenomeno generalizzato, indipendente cioè dal Calcio in sè.

LA GESTIONE DEL RISCHIO Quando investono in Borsa, alcune persone si affidano al “fai da te” come se fosse il modo migliore di comportarsi, ignorando di fatto tutti i meccanismi (relativi all’habitat informativo, statistico, fondamentale e tecnico) legati alla gestione del rischio. Finché non cominciano ad affrontare la realtà in tutta la sua complessità, subendo qualche perdita significativa, viene naturale ritenersi i più bravi in assoluto; quando poi ci si rende conto che gran parte dei piccoli successi passati è quasi sempre frutto del caso, le cose cambiano.

Lo stesso accade con il Calcio. Tutto funziona fintanto che il mondo gira nell’unico verso da noi ipotizzato: come si guadagna in Borsa solo quando questa tira al rialzo, i tifosi scelgono moduli e giocatori esclusivamente sulla base dell’imitazione o della simpatia verso quel tecnico o quella teoria particolare, rimanendo di fatto estranei a ciò che accade realmente. In pratica, restando comodamente seduti in poltrona. Per essere davvero più bravi del mercato azionario e/o dell’allenatore di turno, occorre invece ottenere risultati positivi e duraturi nel tempo anche in condizioni avverse e dopo aver praticato le proprie scelte reali in un ambiente vero, naturale. Solo allora ci si rende conto quanto giochino contro di noi decine di sfumature che non avevamo tenuto in considerazione e che non siamo stati preparati ad affrontare.

Ferruccio Valcareggi

Insomma, la differenza che esiste tra il tifoso e l’allenatore sta nel fattoche il primo proietta le proprie convinzioni su una realtà stabile e pianificata, mentre il secondo è abituato a trattare con gli esseri umani (giocatori, dirigenti, tifosi, giornalisti), ad opporsi agli avversari e a gestire il cambiamento continuo delle condizioni di base. Non a caso, una delle prime regole che si insegna nei Corsi di formazione calcistica è che il calcio è fatto di tecnica e di casualità.

Certi allenatori cercano di limitare il più possibile l’effetto sorpresa e i condizionamenti esogeni, altri preferiscono convivere con la sorte alleandosi con lei, cavalcandola.

  • I primi vogliono ridurre il rischio cercando in questo modo di controllare la realtà. Il perfezionismo che spesso riscontriamo nei manager di maggior successo, non solo nell’ambito sportivo, è conseguenza della loro cura ossessiva al particolare, finalizzata al contenimento e alla gestione dei rischi. Ad esempio, la rigidità tattica che riscontriamo talvolta in Ficcadenti oppure la disciplina caratteriale di Capello, si giustificano con l’esigenza di tenere sempre al livello massimo possibile la concentrazione dei propri giocatori o perché sono più giovani rispetto alla media o perché sono chiamati a vincere assolutamente qualcosa a seguito degli importanti investimenti fatti.
  • Altri tecnici invece, come Spalletti e Ancelotti, ritengono che questo sia uno sforzo inutile e che non porta da nessuna parte. Per questo preferiscono adattare il loro comportamento alla realtà e abituano i giocatori a fare altrettanto: differenti condizioni richiedono differenti atteggiamenti. Per questo si muovono con i loro ragazzi in maniera più collaborativa, coinvolgente, aggregante.
Osvaldo Bagnoli

Tutto dipende dai differentistili individuali di leadership insiti in ciascun capo. Ovviamente non esiste il migliore in assoluto, esiste quello che funziona meglio con quel particolare gruppo di lavoro e a quelle condizioni. Prendiamo l’esempio della Roma: qualche anno fa, solo un tecnico duro e impermeabile come Capello è stato in grado di isolare un ambiente focoso e invadente dalla squadra, riuscendo così a vincere uno scudetto bellissimo; oggi, solo un tecnico flessibile e intelligente come Spalletti ha potuto ridare entusiasmo a un ambiente depresso e stressato dal punto di vista societario e di risultati.

Eppure i tifosi non si rendono sempre conto di ciò. Talvolta presi dal loro entusiasmo o semplicemente dal tifo, ricordano più certi manager che si affermano nelle aziende come tagliatori di teste, evidenziando in maniera efficace solo ciò che non funziona, senza essere poi in grado di districarsi nella ricostruzione, nel recupero motivazionale del personale e nella riconquista delle quote di mercato (che nel calcio sono i successi). La passione acceca e allontana dalla realtà. Peccato che qui abbiamo da affrontare un fenomeno maledettamente concreto: l’arco di una intera stagione agonistica e la necessità di fare sempre risultato. Pertanto, meno accecati siamo dalla nostra passione, più resteremo lucidi ad affrontare le difficoltà che di volta in volta si presentano davanti a noi.

LA GESTIONE DELLO STRESS Responsabile della presunzione e della accresciuta consapevolezza dei tifosi è stato il grosso processo di spettacolarizzazione montato intorno al Calcio. Non bastasse il contenuto agonistico dell’evento in sé, il Mondo del Pallone ha attratto una quantità di luce, soldi e incenso che supera spesso il significato sportivo. In Italia, esistono almeno 4 o 5 quotidiani sportivi, 2 o 3 settimanali, ogni testata riserva almeno un paio di pagine dedicate (che poi sono quelle più lette, insieme alla cronaca nera), ci sono televisioni tematiche, ogni sera o c’è in programmazione una partita oppure un talk-show di commento. Per non parlare poi dei siti internet organizzati dai tifosi…

Tutto è nato il 22 ottobre del 1967, quando alla Domenica Sportiva Carlo Sassi dimostrò, rallentando i fotogrammi delle immagini televisive, che il gol segnato da Gianni Rivera nel derby con l’Inter era in realtà irregolare. E’ stato un errore arbitrale o malafede? Apriti cielo!

Attilio Perotti

Da quel momento la partita viene giocata settimanalmente almeno 3 volte: in campo tra le squadre; nella sintesi serale, con il montaggio delle azioni salienti; infine nella rielaborazione dialettica ed emotiva dei tifosi durante la settimana. Si va in campo la domenica (o sabato) successiva con ancora in testa il clamore lasciato dalla gara precedente.

Tutto questo strascico mediatico può condizionare sicuramente la prestazione dei calciatori. Se un attaccante segna dopo un lungo periodo di digiuno, il suo gol diventa una liberazione; se un portiere incappa in un periodo storto, perde ogni sicurezza di sé e commette nuovi errori; se il leader della squadra è fuori forma o si infortuna, lo spogliatoio ne risente in un modo o nell’altro. L’allenatore, in questi frangenti, è costretto ad essere contemporaneamente un preparatore tecnico, uno psicologo e un padre.In una interessante intervista rilasciata al Sole 24 Ore lo scorso 20 febbraio, Jaconi tecnico dell’Ivrea, ha chiarito perfettamente questo concetto: “Alleno i miei calciatori dal collo in su. Se non entri dentro di loro, se non instauri un rapporto di stima e confidenza, delle gambe e delle strategie di gioco non te ne fai proprio nulla”.

Eppure l’agonismo è tensione allo stato puro. Non è un caso infatti che i record e le migliori prestazioni si ottengono nella manifestazioni nelle quali ci si confronta con gli atleti più bravi. Anche in Borsa, nelle fasi più turbolente di mercato, si corrono maggiori rischi ma si hanno anche più opportunità di guadagno. La calma piatta, non produce stimoli e quindi non porta risultati eclatanti. Perché dovrebbe?

Proprio per questo, compito dell’allenatore è anche quello di gestire lo stress. Provocarlo se necessario, smorzandolo quando è eccitato. A conferma di ciò, il tecnico del Milan Ancelotti ha sostenuto nello stesso articolo che “la tensione è un aspetto positivo di questo lavoro. A volte è fondamentale per avere risultati.L’abilità dell’allenatore è quindi quella di compensare la stimolazione interna al gruppo con quella esterna: la gestione emotiva del confronto, a certi livelli ed entro certi limiti, diventa dunque un momento positivo e di crescita.

Ma questa non si impara da sola. Occorre esperienza e capacità. Ad esempio, Ficcadenti negli ultimi 2 campionati gialloblu ha mostrato limiti nella sua capacità di tenere sulla corda la squadra nei momenti di letargo della stagione. E i punti persi tra febbraio e marzo, non sono stati recuperati nel finale di campionato quando gli stimoli erano assolutamente evidenti e producevano da soli l’adrenalina necessaria. La stessa necessità di ricorrere a continui ritiri per trovare “idee e serenità” è indice che non sono così facili da trasmettere. Del resto, ogni momento della stagione, ha proprie motivazioni e proprio stress: in agosto c’è la conquista del posto in squadra e l’analisi della completezza della rosa; in autunno ci sono i pesanti turni infrasettimanali; a marzo non bisogna mollare per non perdere punti e posizioni di classifica; dopo Pasqua si deve lottare fino in fondo ma con lucidità.

Claudio Cesare Prandelli

LA GESTIONE DI SE’ Dobbiamo renderci conto che una squadra di calcio è un essere vivente, e non solo perché somma algebrica di 11 giocatori: ogni team infatti soffre, si innervosisce, si stanca, si esalta. Non è la prima volta che, una volta entrati in campo, i piani tattici del mister saltano per aria. Magari dipende dalla bravura dell’avversario più aggressivo del previsto, oppure da un infortunio, un’espulsione, un errore del singolo. Allora qualcosa deve cambiare, e in fretta.

Qualunque essere vivente sottoposto a una fase di tensione, ha una reazione automatica: o prende paura e va in confusione, oppure prende atto della nuova situazione e cerca di reagire. Qui si vede la bontà del lavoro settimanale del tecnico, il suo operato sugli automatismi comportamentali, il processo di autostima e la razionalità che infonde. Se ha fatto un buon lavoro, la squadra si riprende da sola; altrimenti è costretto a intervenire dalla panchina. Ma rendiamoci conto che le bacchette magiche non esistono e ogni modifica in itinere non viene recepita sempre con la stessa efficacia. Anche perché deve modificare una situazione di per sé molto complicata, quasi critica.

Quanto conta dunque l’allenatore nelle fortune della squadra? E’ la stessa cosa avere in panchina Capello o Cagni, Spalletti o Salvioni? Il Verona che ha vinto il suo Campionato, poteva mai esistere senza Bagnoli? I vari Meisl, Pozzo, Chapman, Rappan, Herrera, Rocco, Michels che hanno scritto la storia del calcio mondiale devono il loro successo alle intuizioni che hanno avuto o all’abilità dei loro giocatori?

Ognuno si dà le proprie risposte.

Nils Erik Liedholm

UN DIFFICILE EQUILIBRIO L’immagine che offre in questo periodo il Calcio italiano non è quella che dobbiamo trattenere. Non può inficiare il significato profondo che tutti noi diamo a questo sport, sia dal punto di vista della passione che delle aspettative. Da parte mia, nel contesto passionale che genera, mi sono divertito a raccogliere in questa Rubrica tutta una serie di elementi che mi hanno avvicinato ancora di più.

Innanzitutto ho compreso ancora meglio quanto siano condizionanti nei calciatori il sacrificio, le motivazioni, le sofferenze fisiche, certe remunerazioni spropositate, gli obiettivi stressanti, le regole deontologiche da rispettare e i comportamenti da tenere. E’ una carriera così virtuale la loro, che certi compromessi diventano fondamentali per allungarla artificiosamente. Eppure, se in qualche occasione esiste un forte connubio tra un mondo vanitoso, superficiale e frivolo (quello che offre l’immagine peggiore di sè), il più delle volte esistono persone che - dopo 15 anni di attività agonistica - devono reinventarsi lontano dalle grandi platee. A questo punto, soli di fronte a loro stessi, cessano di essere eroi di piccoli o grandi palcoscenici e si trasformano in anonimi esseri umani. Entrando qualche volta in crisi.

Per questo, il calcio sarà pure un mondo deludente, talvolta corrotto e molto montato, ma merita anche un certo rispetto. In particolare l’allenatore, che rappresenta la figura di sintesi, ne riassume la volubilità, i rischi e il potenziale. Sarà per questo che è anche così affascinante.

Se è bravo e riesce a plasmare il gruppo con la sua competenza, può riuscire ad ottenere risultati importanti. Ma se si colloca in un contesto instabile, con pochi mezzi (umani) a sua disposizione e ancor meno tempo per impostare il proprio lavoro, non basta l’esperienza che ha e diventa il capro espiatorio. Quante volte, errori di mercato di Presidenti incompetenti oppure incomprensioni di spogliatoio causate da giocatori viziati, hanno costretto all’esonero di tecnici capaci? Non potendo ammettere i propri errori di programmazione, non potendo neppure cedere in blocco tutti i giocatori, i proprietari delle società scaricano su di loro anche responsabilità che non hanno.

Noi ci limitiamo a giudicare solo quello che abbiamo davanti agli occhi, anche se non sappiamo quasi mai perché accade. Nemmeno la conoscenza della storia riesce a farci evitare di commettere nuovamente gli errori del passato: 140 anni di sfide, evoluzioni tattiche, nuove tecniche di allenamento non sono stati in grado di darci la certezza della vittoria. Non ci riusciranno mai. E’ proprio per questo che allora siamo ancora qui a parlare di Calcio: per sentirci protagonisti nell’espressione della nostra passione, ma anche per provare ad addentrarci il più possibile in un mondo molto più complesso e distante da noi di quello che possiamo credere. Ma questa è anche la sua salvezza e la giustificazione per la quale riesce a durare tanto a lungo. Nonostante tutto.

Massimo

Andrea Perazzani 2003-2008 Hellastory è ottimizzato per una risoluzione dello schermo di 800x600 pixel. Per una corretta visione si consiglia l'uso del browser Microsoft Internet Explorer versione 5 o successiva con Javascript, Popup e Cookies abilitati. Ogni contenuto è liberamente riproducibile con l'obbligo di citare la fonte. Per qualunque informazione contattateci.