domenica 2, h 21:15  

HELLAS VERONA

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CITTADELLA0

hi!hi!hi!hi!hi!hi!hi!
Hellas Verona english presentation
Dossier 2012/2013 su Hellastory.net

1. godiamocelA!

Serie A doveva essere e serie A è stata. Promozione diretta senza passare per i play-off. Tutto secondo copione e tutto estremamente bello, talmente perfetto da sembrare irreale, soprattutto per chi, abituato a nutrirsi di delusioni e fallimenti, si trova apparecchiato un pranzo luculliano con piatto forte di promozione e contorno di capocannoniere, miglior difesa e tante vittorie.
Tutto talmente bello e perfetto che quel residuo di paranoia, cresciuta nell'humus degli anni duri della lega pro e dell'anonimato della B (ma forse già ospite fissa del DNA del tifoso gialloblu), non mi permette di procedere con la sguardo fisso in avanti, ma mi fa girare ogni tanto lo sguardo di lato, per guardarmi le spalle, come se qualcosa, ancora, minacciasse la mia felicità. È una specie di tic nervoso, un riflesso incondizionato che solo il tempo, forse, potrà farmi superare. Sono talmente avvezzo a questa paranoia che anche a giorni di distanza dal risultato ottenuto, non mi riesce di godermi il momento e mi rendo conto di non essere il solo, in quanto basta scambiare due chiacchiere con qualche amico tifoso per riempire insieme le classiche "fosse" di tanto "senno di poi", ancora intrisi dall'incertezza che, fino alle ultime gare, ha caratterizzato la classifica del Verona in campionato. Capita, ad esempio, di sentire frasi del tipo: "si va ben, ghe l'emo fatta, ma se Carcuro no el segnava al '94..." come se la promozione, per essere goduta appieno, avesse dovuto arrivare con diverse giornate di anticipo, vincendo tutte le gare con 3-4 gol di scarto, magari raggiungendo quota 100 punti e senza contare sui passi falsi altrui. A quel punto, devo pensare intensamente che, fino all'altro ieri, ci si lamentava di aver perso la promozione in A per un solo punto (2004-'05), di essere stati retrocessi in terza serie perché lo Spezia aveva allegramente banchettato in casa della Juve (2006-'07) e di aver perso una promozione in B all'87' dell'ultima partita dopo aver dominato il torneo (2009-'10): se adesso, di fronte al grandissimo risultato raggiunto, ci lamentiamo di come ci siamo arrivati, beh, vuol dire che nel nostro caso paranoia fa rima anche con masochismo.
Forse però è l'aria di Verona la responsabile, visto che anche il presidente Setti, che da emiliano della bassa dovrebbe essere un tutt'uno con l'ottimismo e la concretezza, ha dichiarato qualche giorno fa che secondo lui la squadra valeva almeno 90 punti, facendo pensare che anche la dirigenza sia in qualche modo contagiata da questo "senno di poi", perché posso capire che il Presidente si aspettasse una promozione meno affannosa e magari di vincere il campionato ma, a risultato comunque raggiunto, che senso ha una dichiarazione del genere? Sarà stata anche, come sostengono i più, una frecciata a Mandorlini per una squadra che qualche patema lo ha dato nel corso della stagione, ma non credo sia solo questo, credo che in fondo, anche la dirigenza, come i tifosi, abbia sofferto partita dopo partita un campionato che si è risolto solo all'ultima gara. Del resto, basta fare qualche passo indietro e pensare ad alcune prestazioni sconcertanti rispetto alla qualità di giocatori che avevamo in campo, a classifiche in cui il Sassuolo faceva terra bruciata e il Livorno, l'outsider che non ti aspetti, ci supera di qualche lunghezza e ci costringe a tenere una posizione da play-off, per risentire qualche brivido e rivedere chiaramente la paura di quei momenti, l'ennesima sensazione della speranza che diventa disillusione, dell'accettazione, peraltro virile e composta come si confà al vero tifoso gialloblu, che tocca ingoiare amaro ancora.
Anch'io sono d'accordo con Setti sui 90 punti, con una sostanziale differenza però: lui dice "si doveva", io dico "si poteva", perché poi, andando a spulciare ben bene le tante variabili che questo campionato ha offerto, quei 90 punti preventivati all'inizio possono benissimo valere gli 82 della fine, e non solo perché la cifra è quella della promozione diretta, ma anche perché le somme vanno sempre tirate alla fine e le previsioni spesso, soprattutto se tra il dire e il fare ci sono 42 gare, difficilmente riescono ad essere precise. I risultati delle singole gare non sono determinati semplicemente dalla qualità delle squadre, ma anche dalle situazioni contingenti che determinano formazione e atteggiamento in campo, oltreché dagli episodi singoli che si possono verificare durante una gara. Meritavamo di perdere contro il Vicenza al Bentegodi? Direi proprio di no, ai punti avremmo stravinto, ma le vittorie nel calcio non si decidono ai punti. L'altro esempio, opposto, è quello del pareggio di Empoli dove, al contrario, meritavamo di perdere. I punti in classifica, non me ne voglia Setti, devono essere valutati anche in rapporto ai risultati degli altri e all'andamento generale del campionato: si potevano prevedere a priori tre squadre che fanno il vuoto e che toccano od oltrepassano tutte quota 80? Alla vigilia i pronostici erano, nell'ordine, per Verona, Padova, Spezia e Sassuolo. I modenesi hanno fatto un campionato stratosferico fino a 4/5 della stagione, per poi rischiare di mandare all'aria la stagione in un finale che li ha visti combattere soprattutto contro se stessi, fino alla grande prova d'orgoglio contro il Livorno il quale, senza partire con i favori del pronostico, presentatosi ai nastri di partenza con una rosa che l'anno scorso si era salvata con affanno, ha disputato una stagione eccezionale, vestendo i panni della guastafeste, visto che Padova e Spezia si sono ben presto perse nei meandri della media classifica.
Ma non finisce qui: tre squadre che fanno il vuoto possono anche salire direttamente, come era già successo nel 2008 a Juventus, Napoli e Genoa, la mediocrità generale del campionato, dove a deludere sono anche le squadre di seconda fascia che aspirano ai play-off (Brescia, Varese e inizialmente anche il Novara) fa pensare ad un epilogo simile anche per questa stagione, finché non spunta il... quarto incomodo! L'Empoli di Sarri, inquietante stratega con lineamenti da iettatore pirandelliano e un passato da bancario che, qualche tempo fa, dalle nostre parti, non ebbe fortuna, ma che quest'anno ha portato i toscani ad un passo dalla promozione. L'Empoli gioca bene, risale la classifica e nel finale di stagione diventa il piede di porco al quale si affidano le aspiranti ai play-off e finanche sky che, già da mesi, ha previsto un bel pacchetto tutto dedicato agli spareggi promozione da godersi sul divano di casa. Il finale lo sappiamo tutti: il Verona ingrana la marcia giusta nelle ultime gare, sorpassa il Livorno e si presenta, all'ultima giornata, con la festa promozione già apparecchiata grazie probabilmente a San Zeno che, qualche mese prima, quando in Arena è stato sorteggiato il calendario di serie B, deve averci messo lo zampino preparando un finale perfetto: drammatico spareggio tra Sassuolo e Livorno in contemporanea all'allenamento ad orario del the (con tanto di biscottini felicemente condivisi) per Verona ed Empoli. Questo l'andamento esterno, ossia il campionato nel suo insieme, ma per capire come la squadra non sia potuta ad arrivare ai fatidici 90 punti, bisogna anche guardare all'interno, perché non tutto è funzionato come si pensava, a cominciare dalla scelta di alcuni giocatori e dal rendimento di altri. Il fatto che a Verona siano arrivati giocatori di qualità come Bacinovic e Rivas, solo per citare due nomi importanti del mercato, non significa che poi siano funzionali al gioco di Mandorlini. Meteore come Fatic e Grossi come unico segno lasciano un grosso punto di domanda: cosa li abbiamo presi a fare? Pesoli e Ferrari sono squalificati, mentre altri giocatori, facenti parte dell'ossatura della squadra, come Gomez e Hallfredsson, alternano buone prestazioni ad altre in cui restano in ombra, come del resto è fisiologico nell'ambito di un campionato lungo e pesante come quello di B. Il Verona inizialmente non convince sul piano del gioco, ma si vincono partite grazie ai gol di Cacia e di Martinho (forse la vera sorpresa della stagione), al rendimento eccezionale di Jorginho e alla maturità di Rafael, al quale va dato atto di essersi costantemente migliorato negli anni fino a diventare uno dei migliori portieri della cadetteria. Si vince nonostante il gioco che manca, il che significa comunque maturità e qualità della rosa. In questo senso, sotto il profilo del gioco, anche Mandorlini non è esente da colpe, in quanto cerca in tutti i modi di adeguare al suo 4-3-3 giocatori con caratteristiche non corrispondenti alla sua interpretazione del modulo, ma emerge anche, oltre alla sua cocciutaggine, quella di Sogliano, ovvero colui che di fatto i giocatori li ha presi seguendo valutazioni personali, evidentemente (e anche giustamente dal punto di vista di un ds) inerenti non solo la funzionalità nel contesto della rosa, ma anche la gestione della stessa in termini economici e di collaborazione con altre società e procuratori.
Ritengo che fino al mercato di gennaio, Mandorlini e Sogliano, che certo non difettano di personalità, abbiano vissuto una sorta di conflitto, solo in parte professionale. Poi, per fortuna, anziché scontrarsi, le due personalità hanno unito le forze ed entrambi hanno fatto qualche passo indietro in termini di orgoglio individuale e molti passi avanti verso la quadratura finale del cerchio: scelte di mercato finalmente condivise e qualche aggiustamento di modulo da parte del mister. Il gioco è migliorato ma, soprattutto, il Verona si è dimostrato assolutamente concreto, alternando peraltro prestazioni discutibili ad altre più convincenti, ma sempre più lanciato in classifica e affrontato da tutti gli avversari come una delle squadre da battere. Il meglio lo si è visto nel finale, con il Verona che si dimostra squadra un gradino sopra la altre per la tenuta fisica, per la qualità dei singoli finalmente inserita in un meccanismo che funziona in modo regolare e per quella personalità che nasce dalla consapevolezza dei propri mezzi e da un ambiente in cui ogni componente, società, squadra e tifosi, è saldamente stretta attorno all'obiettivo.
La stagione appena conclusa, per molti versi, mi ricorda quella del ritorno in A con Bagnoli, nel lontano 1981-'82, quella di un società che non si era limitata ad incollare i cocci del defunto Hellas di Garonzi ma si proponeva con linguaggio e strategie nuove, adatte al cambiamento dei tempi che si stava già profilando e avrebbe portato a quello che, per almeno un decennio, sarebbe diventato il "campionato più bello del mondo", in cui il Verona avrebbe fatto la parte della grande. Erano anche i tempi di "Verona per il Verona", l'associazione nata per ampliare il sostegno alla squadra e per favorire il radicamento dell'Hellas nel tessuto cittadino e provinciale, contribuendo in modo tangibile a creare un interesse crescente delle istituzioni e delle imprese nei confronti della squadra. Questo interesse lo percepisco anche oggi.
Non fu così per le promozioni successive: quella del '91, eccellente prova di abnegazione e responsabilità da parte della squadra, fu minata nell'entusiasmo dal recente fallimento della società e dal futuro incerto nonostante la buona volontà della nuova dirigenza diretta dal compianto Eros Mazzi, sanguigno e passionale, ma anche tanto inesperto da condurre una campagna acquisti che portò l'illusione "piksie" in riva all'Adige lasciando però il resto della rosa assolutamente inadeguata alla massima serie che, difatti, venne abbandonata dopo una sola stagione; quella del '96, anch'essa caratterizzata da molta incertezza, con Perotti che faceva le valigie l'indomani della promozione e una società, quella gestita da Stefano Mazzi che, nonostante i mezzi impiegati per ricostruire squadra e immagine (vi ricordate le maglie disegnate direttamente dal presidente?), peccava ancora di inesperienza: squadra affidata a Cagni e rosa inadatta ad affrontare la serie A, retrocessione già scritta con parecchie giornate di anticipo; infine quella del '99, con la bella impresa dell'Hellas di Prandelli offuscata dalla presenza nella stanza dei bottoni di Pastorello, già inviso a buona parte della tifoseria che ne intravedeva il ruolo, tutt'altro che disinteressato, di "spremitore" o di "vampiro", caratteristiche che, nonostante le 3 stagioni in serie A, verranno fuori in tutto il loro squallore negli anni successivi.
Un'altra analogia la vedo nel fatto che, il calcio italiano, a mio avviso, si trova anche oggi davanti ad un cambiamento di rotta molto importante, così come all'inizio degli anni '80 quando, da una parte, vennero riaperte, seppur a maglie strettissime, le frontiere, e dall'altra cominciava a porsi la questione del crescente interesse televisivo per il calcio, sia sulle tv locali che sui nuovi network nazionali. Il punto d'arrivo di quella lunga stagione si ebbe a metà degli anni '90, con l'apertura totale agli stranieri seguita alla sentenza Bosman e il ruolo primario degli introiti della pay-tv per le società calcistiche rispetto alle entrate del pubblico allo stadio e agli sponsor. Il cambiamento che vedo ora è quello che dividerà in modo netto una élite di squadre da tutto il resto del movimento calcistico, rendendo sempre meno fluido il sistema con sempre minore mobilità tra le categorie: in pratica vedo una serie A a 18 squadre sempre più blindata e rivolta solo alle società che abbiano un bacino di utenza talmente fidelizzato da garantire spettatori allo stadio e a casa, sottoforma di abbonamenti alla pay-tv, ma anche da poter sostenere investimenti in merchandising legati al marchio della squadra. Il Verona queste caratteristiche le ha tutte e credo che, assieme ad altre probabili considerazioni di ordine "passionale", Setti (e chi magari gli sta dando una mano dietro le quinte) abbia investito proprio per questo nella squadra della nostra città. L'élite del calcio sarà più tecnologica, con la probabile adozione della "moviola in campo", non applicabile nelle serie minori, ma lo sarà non tanto per rendere più corretto l'andamento delle gare, quanto per introdurre nuovi argomenti di discussione e un nuovo spettacolo nello spettacolo. Ci sono altre cose che mi sembra di intravedere nel futuro prossimo del calcio, ma non è questo il momento per affrontarle, ho accennato alla questione solo per spiegare come percepisco parecchie analogie tra la promozione del 1982 e quella odierna, augurandomi, ovviamente, che non si fermino qui, visto che quell'impresa inaugurò il periodo più glorioso del nostro amato Hellas.
Ma forse, dietro questa ricerca di analogie, c'è anche quella latente paranoia con cui è partito tutto il mio discorso, quella difficoltà a rompere gli indugi e godermi completamente questo bel momento, senza pensare al fango di 11 anni d'oblio e alle tante speranze per il futuro. Godersi il presente sarebbe la cosa migliore. Per questo, vorrei ribadire a me stesso e anche agli altri amici tifosi un concetto di una banalità assurda ma talmente grande e profondo da rendermi difficile considerarlo in tutta la sua pienezza: siamo davvero in serie A, ce la siamo sudata ma alla fine tutto è andato bene, il malato Hellas, dopo undici anni di malattia, di cui quattro in rianimazione dove ha rischiato anche la morte, si è ripreso e l'ultima operazione è andata bene, ora è tornato a casa!

Davide

GRAZIE HELLAS!!!!


Di nuovo in A, passando per il via dopo i lunghi mesi di purgatorio grossiano, incapaci di esprimere il cuore e il coraggio che questi giocatori dovevano avere cacciato da qualche parte. È bastato l'arrivo di un tecnico normale, che non aveva mai vinto niente di importante in panchina prima ma che è uomo vero in grado di ricomporre i cocci frantumati dal calcio da xbox del suo predecessore per restituire quel briciolo di speranza e di fiducia in se stessi che era andato completamente perso. Setti, per fortuna, non ha ripetuto l'errore dell'anno precedente e pochi giorni dopo aver sbandierato la sua Coerenza (con la C maiuscola) si è fatto sopraffare dal Buonsenso (con la B maiuscola) per l'Arrembaggio (con la A maiuscola) finale. Strada tutta in salita dunque, ma una dopo l'altra il Perugia di Nesta, l'ostico Pescara e infine lo sfrontato Cittadella (che aveva abbattuto lo Spezia e soprattutto il Benevento) sono stati ostacoli che hanno esaltato la solidità e la forza di carattere del gruppo. Come tutti i grandi serial televisivi, quelli che ti inchiodano davanti allo schermo fino all'ultima puntata, non potevamo che legittimare l'impresa al Bentegodi con 2 reti da recuperare. Il palo di Laribi, la traversa di Pazzini con le parate di Paleari a Cittadella avevano mascherato un risultato bugiardo per come era scaturito, con i soli primi 20 minuti realmente concessi agli avversari. E rinviato tutto ad oggi, 2 giugno, festa della Repubblica e della Promozione in A. Di fronte ad un pubblico eccezionale, la squadra ha dominato per 90 minuti non concedendo neppure un tiro in porta. Il Cittadella ha corso e picchiato tutta la partita non riuscendo ad opporre altro che un agonismo strenuo. Sono felice per Zaccagni, Di Carmine (ma che gol ha fatto?) e Laribi. Sono felice per Aglietti unico a conquistare la promozione in A sia da giocatore che da allenatore. Sono felice per tutti i gialloblù. Sono felice e basta. Grazie Hellas, grazie di avermi scelto.

[continua]
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