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1. L'importante è partecipare

L'importante � partecipare

"L'importante non è vincere ma partecipare." De Coubertin ne era sicuramente convinto quando affidò a questa affermazione il principio più importante della sportività, sottolineando anche come l'esistenza di un vincitore presupponga per forza di cose anche quella di uno sconfitto. Ed è proprio chi appartiene a quest'ultima schiera, quella degli sconfitti, immensamente più folta di quella dei vincitori, ad essersi appropriato di questa frase da sventolare come extrema ratio di orgoglio o come scusante di fronte al palese fallimento di una competizione. Esistono infatti vari tipi di sconfitti che vanno da chi merita l'onore delle armi a chi dovrebbe nascondersi dalla vergogna, passando per infiniti stati intermedi. Queste sono considerazioni costruite nel tempo, attraverso decenni di modernità in cui lo sport in genere (e il calcio in particolare) da esclusivo sollazzo per nobili perditempo, è entrato a far parte della cultura popolare definendo nettamente due categorie di persone: chi compete sul campo e chi si immedesima esternamente nella competizione sostenendo una delle parti in gara. Atleti e tifosi insomma. L'ampiezza del fenomeno e il coinvolgimento sempre più vasto di interessi economici hanno purtroppo ridotto sempre di più l'assunto iniziale che, peraltro, dovrebbe rimanere la base di ogni competizione sportiva: c'è una tenzone, una gara, e ci sono un vincitore e un vinto, oppure un vincitore e più vinti, insomma c'è uno che arriva primo e gli altri no. Questo è lo sport.

Ora, io non so dove riposino le spoglie di De Coubertin, ma so per certo che un sismografo ben tarato, nei pressi della lapide, ne avrebbe sicuramente registrato i fremiti nel momento in cui è stato approvato il cosiddetto "paracadute". In pratica, con questa aberrazione contro natura, lo sconfitto, anziché consolarsi con l'amaro calice dell'aver "partecipato", viene al contrario premiato con svariati milioni di euro sonanti. Ma vi pare possibile? Questa è la morte dello sport, il punto di non ritorno, la scossa che dà vita ad un Frankenstein senza cervello e senza cuore. Da sport a spettacolo, dallo stadio al divano, da De Coubertin a "the show must go on".

Con questo non voglio assolutamente dire che siamo retrocessi per intascare i soldi del paracadute.
Non ci voglio credere più che altro. Casomai, visto come si era messa, con un ultimo posto da cui non siamo più riusciti a muoverci per oltre tre quarti di campionato, magari ad un certo punto questa certezza del paracadute ha affievolito ancora di più quel "richiamo alla pugna" che peraltro le comparse in maglia giallo-blu hanno raramente mostrato di aver sentito in questa sciagurata stagione. Questa cosa del paracadute però non mi va giù, tra le tante nefandezze del "calcio moderno", questa è veramente la più assurda e non venitemi a dire "meno male che c'è, sennò rischieremmo di restare in B chissà quanto", come se fosse sicuro che con quei soldi si costruisce subito la squadra giusta per risalire.

Non lo so perché siamo retrocessi. O meglio non ne conosco il motivo principale, quello che taglia la testa al toro e mette d'accordo un po' tutti. Continuo ad essere convinto che questa rosa non fosse peggiore di almeno altre 2-3 che la salvezza se la sono guadagnata. E allora? Colpa degli allenatori che si sono avvicendati? Della società? Della sfortuna? Degli infortuni? Dell'atteggiamento dei giocatori?

Di tutto un po'. Certamente, in estate, nessuno avrebbe scommesso sul Verona ultimo in classifica. Dopo la bella prova d'esordio contro la Roma poi, c'era già chi parlava di Europa. E allora cos'è successo?

Io dico che sono state sottovalutate, da tutti, a partire dalla dirigenza, passando per l'allenatore e finendo ai tifosi che, peraltro, poi non contano nulla in termini decisionali, alcune avvisaglie che già c'erano state nella stagione precedente. In particolare il gioco ripetitivo con poche variazioni tattiche e una modesta alternanza di soluzioni; una difesa colabrodo formata da giocatori tecnicamente discutibili aggravata da un atteggiamento tattico che, puntando sulle ripartenze, costringeva a subire il gioco avversario a ridosso della nostra area così che il gollonzo lo prendevamo sempre. Ci metto anche una mia personale avversione nei confronti del portiere, roba che mi porto dietro dalla Lega Pro: Rafael non è all'altezza della serie A, non fermiamoci per favore a qualche "miracolo", un portiere si giudica anche da altre cose e quest'anno le sue lacune sono uscite tutte insieme, fortuna che non ha continuato a fare danni fino al termine. Difesa scarsa dicevo, a cui aggiungere un centrocampo con alternative non all'altezza dei titolari e comunque molto lento e impacciato quando si trattava di dover fare la partita. Una preparazione atletica che, considerando i tanti infortuni, necessitava quantomeno di una messa a punto. Pecche quindi già vistose coperte dalla straordinarietà di Luca Toni nel metterla dentro con frequenza da campione di altri tempi che, però, appunto, ha fatto il suo tempo, e un altro da 20 e passa gol a campionato non lo trovi facilmente: o vai a prenderti qualche promessa dalle serie inferiori e rischi che non sia all'altezza o che Mandorlini non ci provi neanche e metta in campo Toni anche con la stampella, o al massimo trovi Pazzini, che è un bel centravanti ma non è Luca Toni, e posso anche essere d'accordo che siamo il Verona e di meglio è difficile portare in riva all'Adige, ma allora devi costruire anche una squadra che giochi diversamente, perché le caratteristiche di un Luca Toni ce le ha solo Luca Toni e il lancio lungo per Luca Toni che in qualche modo la mette dentro non è una schema generale di gioco ma una soluzione fatta apposta per Luca Toni. Mi sono spiegato vero?

Quindi, riassumendo, è cambiato qualche nome ma la difesa è rimasta trista e ben disposta a farsi infilare che nemmeno la Cicciolina dei tempi d'oro; a centrocampo più o meno la stessa solfa: i nuovi innesti non hanno fatto da trampolino al salto di qualità; la preparazione atletica è addirittura peggiorata e l'infermeria, nel girone di andata, è diventata un lazzaretto. Dell'attacco ho già parlato: sostituire Luca Toni non era possibile e la speranza che si ripetesse come nelle due stagioni precedenti è rimasta vana (ed era prevedibile).

Ma non basta ancora a spiegare la debacle.

Adesso arrivano i punti di domanda. Il primo riguarda Mandorlini: cosa è successo nello spogliatoio gialloblu? Lasciamo stare le critiche al gioco, guardiamo l'altro fattore, non meno importante, quello delle motivazioni, della carica, sul quale difficilmente si è potuto in questi anni mettere in discussione il mister romagnolo, cosa è successo? Possibile che in gare come quelle di Carpi o quella casalinga praticamente da dentro e fuori contro il Bologna in casa, si sia vista una squadra scarica e timorosa, praticamente già rassegnata? Mandorlini era quello che "le gare fondamentali non le sbaglia mai". Era, appunto.

Poi è arrivato Delneri e c'è stato il "rimpasto" di gennaio, con il nucleo storico dell'era Mandorlini ulteriormente ridotto dalle partenze di Rafael e Halfredsson: al solo Juanito l'onore di portare il testimone di un ciclo sempre più vicino alla fine.

Il girone di ritorno, chiuso "brillantemente" con la bellezza di 20 punti, dei quali 6 regalati da Bologna e Juventus, è stata una continua rincorsa al risultato che doveva riaprire i giochi. Risultato che ovviamente non è mai arrivato, al contrario abbiamo perso tutti gli scontri diretti, e lo abbiamo fatto con pieno merito: Carpi e Frosinone, ad esempio, al Bentegodi non hanno rubato nulla.

Delneri ha fatto semplicemente il "Caronte" della situazione, ci ha traghettato in un inferno che il "paracadute" fa sembrare un purgatorio.

E la dirigenza? Setti non ha mai avuto il dono della parola. Da quando è arrivato a Verona ha sempre detto cose scontate o fuori luogo, palesando anche una difficoltà dialettica notevole, da persona pratica che certamente non ha nell'espressività il suo punto di forza. Fortuna per lui che, appunto, è a Verona, dove in genere i fatti contano molto più delle parole, in altre piazze dal palato più fine non sarebbe stato gradito fin dall'inizio a prescindere dalla fideiussione fiduciaria di Martinelli. I fatti fino ad un certo punto hanno parlato meglio di lui, giusto dargliene merito, così com'è giusto rivolgergli le dovute critiche per questa stagione fallimentare. Cosa ha sbagliato? Verrebbe da dire: "tutto, ha sbagliato tutto", quantomeno se gli riconosciamo una responsabilità oggettiva, decisionale. In realtà invece non è semplice giudicare l'operato della società che, ovviamente, segue logiche diverse da quelle del tifoso. Le referenze di Bigon non erano eccelse ma nemmeno così negative, tutto sommato proveniva da una società (il Napoli) di prima fascia, l'esperienza ce l'aveva e in merito alle risorse, prima di accettare è presumibile che sia stato al corrente delle disponibilità finanziarie del Verona, quindi questo non può essere un alibi. Resta anche il fatto che, ad inizio stagione, la campagna acquisti era stata giudicata positivamente e il pollice verso è frutto di considerazioni oggettive venutesi a creare via via che la stagione prendeva la piega che tutti purtroppo ben conosciamo. Gardini nel frattempo ha fatto le valigie e se n'è andato a Milano, sponda nerazzurra, altra figura difficile da decifrare e mossa mai spiegata fino in fondo. A Setti rimprovero il profilo troppo basso quando avrebbe dovuto farsi sentire di più e qualche uscita poco felice, come quella fresca di oggi sugli stipendi non pagati "perché i giocatori mi hanno fatto arrabbiare" che sanno di tanta inesperienza. Gli rimprovero anche le maglie più inguardabili mai indossate dai giocatori del Verona, così, solo per puntualizzare ogni dettaglio. Speriamo che faccia tesoro di questa sciagurata esperienza e ci riporti subito in serie A, anche perché alternative serie all'attuale presidente non se ne vedono all'orizzonte e in passato "abbiamo già dato" a sufficienza in tal senso.

Ecco, tutto questo per ribadire che io non lo so di preciso perché siamo retrocessi, so solo che sono incazzato e amareggiato per una stagione di merda, che questo pessimo risultato mi fa piacere ancora meno il calcio (sono un tifoso, non chiedetemi di essere troppo obiettivo, se avessimo vinto lo scudetto il calcio mi piacerebbe molto di più anche con il campionato spezzatino e tutto il resto del corollario "moderno") e che De Coubertin non sarebbe fiero di me: non mi dà nessuna soddisfazione l'aver solo partecipato all'ultimo campionato. Ed ho anche paura di volare, ogni volta che stacco i piedi da terra mi sento cadere, con o senza paracadute.



Davide




Hellastory, 26/05/2016

LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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