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La scheda di Osvaldo Bagnoli

Bagnoli

Osvaldo Bagnoli


Nato a: Milano
Il: 03.07.1935
Nazionalità: italiana
Altezza: -
Peso: -
Ruolo: Allenatore
Palmares: 1 scudetto (Hellas verona 1984-85), 1 promozione in C1 (Fano 1978-79), 2 in A (Cesena 1980-81, Hellas Verona 1981-82)
Debutto da allenatore: Solbiatese

Malinconico, introverso, diffidente, testardo, assolutista: quante ne sono state dette su Osvaldo Bagnoli nei vari momenti della sua ascesi, un personaggio scomodo perché personaggio non era, nemmeno ribaltandolo, provando a trasformarlo in un anti-personaggio. Bagnoli era ed è, fuori dal campo, un uomo normale, che conduce un'esistenza tranquilla, dotato di una grandissima umanità e di una modestia spontanea, sincera. Una vita che contrasta con quello che poi Osvaldo seppe fare sul campo ottenendo risultati straordinari con tutte le sue squadre, frutto di una capacità e di una preparazione che lo fanno indubbiamente appartenere al ristretto novero dei migliori di sempre in Italia. Un allenatore eccezionale, capace di ottenere sempre il massimo dal materiale umano, spesso poco più che discreto, che gli veniva messo a disposizione. Un solo trofeo per lui in bacheca, ma che vale quanto, se non più di una coppa Campioni: uno scudetto in un capoluogo di provincia (Verona), un'impresa riuscita a nessun altro da quando esiste il girone unico.

Di lui non si può dire che sia stato un innovatore tattico o un roboante condottiero di uomini. Eppure pochi come Osvaldo Bagnoli hanno saputo sottolineare con gli esiti del proprio lavoro l'importanza dell'allenatore. Smentire l'assioma che vorrebbe ininfluente il tecnico, senza la presenza di adeguati fuoriclasse. Il Verona 1984-85, ultimo intruso della storia all'esclusivo desco metropolitano dello scudetto, non conteneva fuoriclasse, ma un gruppo di buoni giocatori, nessuno dei quali, oltre quella parentesi, ha annoverato in carriera grossi successi. Eppure Bagnoli, con quel suo fare ammiccante e riservato, riuscì a portarlo allo scudetto, superando rivali che i fuoriclasse invece li avevano ben esposti in vetrina. E si trattava dei più grandi del mondo: Maradona, Platini, Rumenigge, Zico.

Osvaldo Bagnoli è stato un tecnico ruspante, ma nel senso migliore del termine. Niente a che vedere con certi abborracciati saperi calcistici di provincia. Piuttosto, la fedeltà alle umili origini portata come una medaglia al pari dell'etichetta vagamente ironica applicatagli all'epoca dei primi successi in serie A: •«il mago della Bovisa•». Alla Bovisa, quartiere proletario di Milano, doveva i natali, e lì era cresciuto ed aveva iniziato la sua carriera di calciatore. Questa ebbe una svolta quando l'osservatore Malatesta lo portò al Milan. Era una mezzala di buona tecnica e dal tiro schioccante, ma il Milan dei Liedholm, Nordhal e Schiaffino non poteva che riservargli uno spazio ridotto, sufficiente tuttavia per la firma sotto lo scudetto 1956-57. Viste le scarse opportunità di mettersi in luce, Bagnoli decise allora di trasferirsi al Verona, dove rimase per quattro anni diventando una delle colonne della squadra. La sua prima stagione in gialloblù che coincide con la prima stagione in serie A dell'Hellas, non è molto fortunata e nonostante il suo prezioso contributo (23 presenze, 3 gol) la squadra retrocede. Nei successivi 3 anni in B Osvaldo segna ben 25 gol i 74 partita mostrando tutte le sue qualità. In seguito si trasferisce all'Udinese, al Catanzaro (3 anni), alla Spal (altri 3 anni), una ancora all'Udinese e chiude come libero nel Verbania in C.

Fu il ds del Verbania ad intuire in Bagnoli, qualità di allenatore. Lo consigliò alla Solbiatese, stessa categoria, che subito lo assunse. L'avventura si interruppe all'ottava di ritorno, quando mandò fuori dagli spogliatoi il presidente entrato nell'intervallo per consigliarli una mossa tattica. L'anno successivo l'amico Marchioro, compagno di strada nel Milan e poi nel Catanzaro, lo chiamò come aiutante di campo nel Como, in serie B. Qui Bagnoli si applicò con tanto entusiasmo da rifiutare l'anno dopo di seguire Marchioro al Cesena. Fu la svolta della carriera, perché quando il tecnico in prima, Canacian, venne silurato dopo 12 giornate, i dirigenti lariani pensarono proprio a lui. Il Como era ormai spacciato e il nuovo tecnico non ne cambiò il desino, tuttavia i 15 punti in 18 partite convinsero i dirigenti a insistere su di lui per la stagione successiva. Sesto posto in B, seguito l'anno dopo a Rimini da una salvezza col sapore della grande impresa. Quando gli arrivò la chiamata del Fano, due categorie più sotto (C2), Osvaldo non ritenne di dover fare troppo il difficile. I fondo, il mestiere gli piaceva e non c'era bisogno di coltivare esagerate ambizioni per farlo bene. Invece a Fano inserì la presa diretta. Vinse il campionato e in estate si trasferì a Cesena (B) dove prima sfiorò e poi mise a segno il salto in A.

Stava diventando uno i specialista e come tale lo assunse il Verona, che puntava alla promozione in A, dopo un paio di deludenti stagioni nella serie cadetta. Formidabile motivatore di uomini, sapeva di ognuno quale tasto toccare per spingerlo verso il meglio. Di solito le sue squadre partivano piano, per poi carburare grazie ai suoi meticolosi ritocchi e chiudere alla grande. Il Verona volò in serie A e qui confezionò una stagione monstre, conquistando il quarto posto e mancando la Coppa Italia d'un soffio, dopo aver battuto la Juventus nella finale d'andata. Era un Verona coraggioso, illuminato dalla classe di Dirceu e dalla larghezza di vedute del tecnico: che il fantasista brasiliano se l'era ritrovato n rosa senza averlo chiesto e poi vi aveva modellato il volto dell'attacco, rinunciando a una punta a fianco di Penzo per favorirne gli inserimenti offensivi. Soprattutto però era la squadra dei grandi risorti.

Personaggi gettati nel cestino della mediocrità dai club di provenienza rivitalizzati fino a misure da campioni dal maestro in panchina. Il lavoro di cesello dell'artigiano Bagnoli produceva capolavori: il mediano Volpati, approdato a Verona credendosi a fine carriera e poi per sei anni tra i più continui difensori della squadra; il terzino Luciano Marangon, alfine compiuto come incursore mancino dopo le promesse nel vivaio della Juventus; il portiere Garella, trasformatosi da sgangherato collezionista di papere in funambolico acrobata; il tornante Fanna, fiore mai del tutto sbocciato nella Juve, risorto come imperiale fantasista delle corsie laterali; il regista Di Gennaro, promessa mancata della Fiorentina; il libero Tricella, scaricato dall'Inter. In pratica, il Verona aveva avuto un solo straniero, Dirceu, dato che l'altro, lo stopper polacco Zmuda, si era subito sfasciato finendo in infermeria. Nell'estate del 1983 il tecnico approvò la politica del club, che non aveva soldi da spendere: cessione degli elementi più pregiati, Dirceu al Napoli, Penzo alla Juventus, Oddi alla Roma, e nuova infornata di elementi da riciclare. Lo stopper Silvano Fontolan, gran colpitore di testa (fratello maggiore dell'attaccante Davide), il ventenne attaccante tascabile Galderisi, funambolo dell'area di rigore finito a immalinconire tra le riserve della Juve dopo gli exploit iniziali, e il centrocampista Bruni, scartato dalla Fiorentina. Il Verona debuttò in Coppa Uefa e visse una nuova stagione da guastafeste delle grandi, finendo al sesto posto. A quel punto, furono sufficienti due mosse per chiudere il mosaico. Nell'estate del 1984, mentre approdava in Italia Diego Maradona, il Verona si affidava a due stranieri di fascia medio bassa. Hans-Peter Briegel, gigantesca statua a rotelle, nella Nazionale tedesca agli Europei come difensore puro aveva impressionato solo per la forza fisica; l'attaccante danese Preben Larsen-Elkjaer, meglio conosciuto solo con il secondo dei due cognomi, quello della madre, aveva ben figurato nella rassegna continentale, ma si proponeva come un'incognita. Partito per il solito onorevole campionato di rincalzo alle grandi, il Verona restava in testa dalla prima all'ultima giornata, macinando un calcio vigoroso e spettacolare. Bagnoli trasformava Volpati in terzino marcatore, faceva di Briegel un mediano incursore di devastante efficacia e in avanti combinava l'agile potenza di Elkjaer ai guizzi del piccolo Galderisi.

La Juve di Platini uscì presto dal giro, l'Inter di Rumenigge duellò a lungo invano, il Torino con il suo rush finale conquisto il secondo posto. In un panorama ricco di stelle, lo scudetto del Verona rappresentava il premio all'unità e alla forza creativa dell'allenatore. Che spiegava così la propria filosofia tattica: •«Il calcio è un gioco semplice, non sono indispensabili astruserie come la zona o il pressing. L'importante è avere la fortuna di trovare gli uomini giusti per metterli nei posti giusti; lasciandoli liberi di esprimersi•». La simbiosi tra la città e il tecnico, ormai da tempo stabilitovisi con la famiglia, non poteva essere più completa. Nella festa dello scudetto, facevano furore gli •«Osvaldini•», piccoli bulldog di terracotta con la divisa del Verona, omaggio alla ruvida bonomia di un uomo capace con la sua semplicità di conquistare tutto. Ai complimenti, reagiva con semplici alzate di spalle. Per il trionfo, riusciva a stirare appena un lieve sorriso. Parlava con gli occhi, più che con la bocca. Quando il campione del mondo Bearzot confessò che il modulo della Nazionale si riconosceva in quello del Verona, il mago della Bovisa si schermì: •«Io Bearzot non lo conosco tanto, avrei bisogno di andare a cena con lui. Non so che carattere abbia, mi è difficile spiegare paragoni del genere•». Non era posa, come il tempo avrebbe poi confermato, ma la sincerità di un uomo con il terrore delle esagerazioni.

Forse anche per questo il suo Verona non uscì più dalle righe, subito eliminato dalla Juve in Coppa Campioni (soprattutto dalle nefandezze dell'arbitro Wurz), ma pure al riparo dal rischio di crolli repentini così facile per le provinciali salite all'improvviso sul tetto della gloria. Altre quattro stagioni, quasi sempre di buona levatura, Bagnoli trascorse alla guida del Verona, prima che una grave crisi sfaldasse le basi finanziarie del club. Nell'estate del 1989 l'ombra del fallimento si allungò sulla società. Venne compicciata in extremis alla bell'è meglio una rosa di giocatori, grazie soprattutto ai prestiti di altri club, con la destinazione della retrocessione già segnata sul foglio di partenza. Bagnoli avrebbe potuto astenersi, ascoltando le sirene che da più di una piazza importante cantavano per lui. Ma preferì vivere fino in fondo la parabola della squadra, che alla fine retrocesse, ma all'ultimo tuffo e dopo aver sfiorato il miracolo. Il distacco da Verona non fu facile. Bagnoli avrebbe voluto restare per edificare la risalita, ma la nuova dirigenza gli diede il benservito. Lo chiamò a Genova Aldo Spinelli, avendone in cambio in pochi mesi un capolavoro.

Pur senza ingaggiare grandi nomi, grazie a Bagnoli il Genoa riebbe dopo anno una fisionomia tecnico tattica solida e spettacolare. Con la difesa imperniata su Signorini, il centrocampo affidato alle geometrie di Bortolazzi e alle incursioni di fascia di Eranio e Ruotola da una parte e Branco dall'altro, con l'attacco micidiale del gigante Skuhravy complementare al piccolo e guizzante Aguilera, i rossoblù si piazzarono a uno storico quarto posto, anticamera della prima, storica partecipazione alla Coppa Uefa. Ancora una volta, dietro il consueto pudico ritegno teso a minimizzare le teorizzazioni per esaltare le qualità dei giocatori, c'era un disegno tattico preciso, evoluzione di quello dei felici tempi veronesi. Il modulo misto già esaltato da Bearzot veniva orientato al pieno sfruttamento delle caratteristiche degli uomini a disposizione: la difesa contava su un libero fisso, Signorini, e due marcatori spesso a zona, Torrente e Caricola, così da consentire ampia possibilità ai due terzini, Eranio a destra e Branco a sinistra, di diventare laterali a tutti gli effetti aggiungendosi ai tre uomini di centrocampo, l'esterno Ruotolo e i due registi Bortolazzi e Onorati. Era il 5-3-2. L'anno dopo, la cavalcata in Europa assunse toni epici, ben sintetizzati dalla vittoria sul Liverpool nella tana di Anfield Road, per arrestarsi solo in semifinale di fronte allo strapotere dell'Ajax di Gergkamp e Litmanen destinato al successo finale. I tempi del mago della Bovisa erano maturi per il grande club metropolitano. Impossibile pensare che la sua carriera, ad un passo della vetta, fosse a due dal chiudersi.

Bagnoli tornò nella sua Milano, ma dalla parte nerazzurra, fermamente voluto da Pellegrini nell'estate del 1992. Il compito, tutt'altro che semplice, era ricostruire sulle macerie lasciate dalla rivoluzione fallita di Orrico. Le premesse per il caos, secondo tradizione nerazzurra, non mancavano: quattro stranieri (Shalimov, Sammer, Pancev, Sosa), mentre il regolamento ne consentiva solo tre. Quattro primedonne poco disponibili ad arrugginire in tribuna. Pancev dopo la prima esclusione non si riprese più, Sammer addirittura a fine anno se ne tornò in Germania. Lui, Bagnoli, continuava a forzare i soliti imbarazzati sorrisi e a lavorare al tornio da artigiano, mentre sull'altra sponda il Milan di Capello radeva al suolo la concorrenza con la spavalderia del rullo compressore. Ancora una volta, a una partenza in sordina fece seguito una crescita costante ed inarrestabile, come il lavoro di rifinitura di Bagnoli prese a produrre frutti. In sette giornate, lo svantaggio dai rossoneri scese da undici a quattro punti (allora la vittoria ne concedeva solo due), rendendo decisivo lo scontro diretto, chiuso in un pareggio. L'Inter dovette accontentarsi della seconda piazza, un bel trampolino per la stagione successiva.

Ma le basi appena gettate già saltavano in aria per il blitz di metà febbraio, con cui Pellegrini era riuscito a ingaggiare a suon di miliardi il conteso olandese Bergkamp assieme al regista Jonk, inserito nel pacco dai mercanti dell'Ajax. Bagnoli aveva trasformato Ruben Sosa in un micidiale cacciatore di gol, ma alla refrattarietà di Bergkamp ad ambientarsi in Italia dovette arrendersi. Offrì di malavoglia spazio all'altro tulipano dalla difficile pronuncia (•«il Gionc•», lo chiamava) e a febbraio, con la squadra al sesto posto, venne cacciato da Pellegrini. Quanto fosse lungimirante quella scelta, seppure a fronte di risultati sotto le attese, lo avrebbero dimostrato i rischi di retrocessione corsi dal successore, Giampiero Marini. Ma quella porta in faccia gli suonò come uno schiaffo insopportabile. •«Via, si dimetta•» gli aveva chiesto Pellegrini. •«No, si vergogni•» aveva risposto lui.

Per chiudersi poi in un ostinato mutismo senza polemiche, senza rancori, con la serenità dei nervi distesi: •«L'Inter mi ha mandato in pensione in anticipo, ma non voglio darle troppe colpe. Ero ben predisposto. I primi mesi da esonerato mi dimostrarono che stavo bene anche senza il calcio attivo: stare in campo mi piaceva, ma non sopportavo più il contorno•». Ora, ormai settantenne si gode la tranquillità e la serenità che la pensione gli ha portato e a chi, ostinatamente, continua a chiedergli se tornerà ad allenare (magari all'Hellas), lui risponde: •«Non scherziamo, la mia carriera da allenatore è finita•».


Carriera in Campionato:
Stagione Squadra Serie Piazzamento Successi
1973-74 Solbiatese C Sost. -
1974-75 Como B (in 2•°) -
1975-76 Como A Sub. 15 Retrocessione
1976-77 Como B 6 -
1977-78 Rimini B 16 -
1978-79 Fano C2 1 Promozione
1979-80 Cesena B 4 -
1980-81 Cesena B 2 Promozione
1981-82 Hellas Verona B 1 Promozione
1982-83 Hellas Verona A 4 -
1983-84 Hellas Verona A 6 -
1984-85 Hellas Verona A 1 Scudetto
1985-86 Hellas Verona A 10 -
1986-87 Hellas Verona A 4 -
1987-88 Hellas Verona A 10 -
1988-89 Hellas Verona A 10 -
1989-90 Hellas Verona A 16 Retrocessione
1990-91 Genoa A 4 -
1991-92 Genoa A 13 -
1992-93 Inter A 2 -
1993-94 Inter A Sost. -





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