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HELLAS VERONA

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HELLAS VERONA

 
BENEVENTO 
Hellas Verona english presentation

1. "E quindi uscimmo a riveder le stelle"

Giuro che me l'ero chiesto, tanti anni fa, quando poco più che ragazzo divoravo gli almanacchi del calcio e pasteggiavo a Guerin Sportivo; davvero, me l'ero chiesto un sacco di volte, davanti alle classifiche di campionati disputati anni luce prima dell'avvento della televisione, di fronte a foto in bianco e nero che ritraevano portieri in calzamaglia e berretto da scaricatore di porto; me l'ero chiesto mentre il Verona, il mio Verona, stazionava tranquillo nelle parti alte della classifica del “campionato più bello del mondo”, spalla a spalla con le “grandi” del calcio italiano; me l'ero chiesto un sacco di volte cosa si provava a non vincere più, a perdere continuamente, a dare forma al classico “piove sul bagnato”, a scendere inesobilmente il palcoscenico per finire in cantina a toccare il fondo. Me l'ero chiesto, davvero, e come esempio prendevo sempre la stessa squadra, la Pro Vercelli, società pluriscudettata che dopo aver raggiunto la vetta del calcio nostrano era sparita barcamenandosi nelle serie inferiori. Me l'ero chiesto, ma non avrei mai pensato di dover vivere veramente una tragedia simile. Invece, la realtà è stata impietosa, cinica nel suo rivelarsi peggiore di ogni aspettativa: al Verona va già stretta la serie B, figuriamoci la serie C! Realtà tragica e, come se non bastasse, ligia nello spargere su ferite aperte e profonde l'aceto di una squadra di quartiere senza identità (e senza vergogna) nella massima serie.

Adesso che tutto è finito, che l'inferno della lega pro è dietro le spalle, mi rendo conto di quanto siano stati tremendi questi quattro anni in terza serie. Li riassumo in alcuni flash: le maglie lilla del Legnano, il campo di Sorrento, il Portogruaro che festeggia la promozione al Bentegodi, i movimenti alla moviola di Morante in area di rigore, l'istinto di toccarmi gli zebedei ogni volta che vedevo Sarri, le sconfitte casalinghe in coppa con squadre blasonate come Mezzocorona, Rodengo Saiano e Sambonifacese, il televideo come unica fonte di informazione sulla lega pro la domenica pomeriggio lontano da Verona, la frase “saremo la Juve della serie C!” che, oltre a non essere profetica, mi faceva schifo perchè la Juve mi ha sempre fatto schifo... Pochi flash che bastano, credo, a giustificare la gioia infinita provata domenica al triplice fischio della partita di Salerno. Gli “altri”, quelli che non tifano Hellas, si sono stupiti del clamore provocato da una promozione in serie B, non credevano ai propri occhi vedendo migliaia di persone in piazza Bra, migliaia di persone a bloccare l'aeroporto fino a tarda notte e poi ancora a fare mattina in città al seguito di Mandorlini e la sua truppa. Non ci credevano perchè non capivano, perchè, appunto, sono “altri”, e non conoscono il significato della sofferenza costruttiva, quella che porta all'esasperazione il pessimismo, quella che “al peggio non c'è mai fine”, quella che solo un amore unico e profondo può sopportare, sublimandola nella concezione di un destino avverso che il tifoso Hellas sa accettare con virile e dignitosa abnegazione, convinto che, prima o poi, la ruota girerà dal verso giusto. E così è stato, finalmente! La festa della promozione in serie B ha ricordato a molti quella dello scudetto, non solo per la quantità di persone che hanno affollato la città ma anche per l'entusiasmo contagioso che via via ha preso campo nelle ultime settimane, di pari passo con la consapevolezza che la squadra gialloblu aveva la forza e la determinazione per uscire dal tunnel. Una partecipazione spontanea che ha coinvolto tutta la provincia dimostrando, a chi ancora era scettico, l'amore dei veronesi per questa squadra. Sono tornate a spuntare le bandiere sui balconi ed è facile riconoscerne, nelle fogge e nei tratti consunti dei bordi, le stesse che sventolavano 25 anni fa. È proprio questo che gli “altri” non riescono a capire, ostinandosi a ragionare in termini di categorie e risultati, senza concepire che l'esternazione di una gioia collettiva possa prescindere dal dato sportivo, ma coinvolga fattori sociologici come l'identità, il senso di appartenenza e il peso specifico della storia di una società sportiva, talmente inserita nel tessuto connettivo del territorio veronese da esserne sempre stata parte integrante, nel bene e nel male. Lascio ad altri il compito di analizzare questa promozione sotto il profilo sportivo, tuttavia, va rilevato come lo stesso andamento di questo campionato, alla fine, abbia contribuito a preparare gli animi per la festa liberatoria del 19 giugno: prima parte di stagione balbettante, medio – bassa classifica, aria di play-out e di mediocrità, squadra senza capo ne coda, poi la risalita, costante ed inesorabile, fino al trionfale epilogo! Intendiamoci: il Verona non è stato un rullo compressore, tutt'altro, ha faticato moltissimo per mettere punti in cascina, ha mostrato anche molti limiti sul campo: a fare la differenza è stata la mentalità impressa da Mandorlini, capace di creare un gruppo umile, determinato, forte di uno spogliatoio finalmente solido. Se il lavoro svolto dal tecnico romagnolo è stato encomiabile, non dobbiamo dimenticare che l'uscita dagli inferi è stata possibile grazie a Martinelli, un Presidente che ha investito moltissimo ed ha mantenuto le promesse. Non siamo usciti solo dal tunnel della serie C, siamo usciti anche dal tunnel dell'incertezza che, per almeno un decennio, ha contraddistinto il Verona. Grazie alla serietà di Martinelli ci apprestiamo a disputare il prossimo campionato di serie B con una società sana, con i bilanci a posto, cosa più unica che rara nel calcio italiano di oggi. Finalmente, dopo tanto tempo, si può essere positivi! Siamo usciti dall'inferno e torniamo davvero a rivedere le stelle, ci aspetta il purgatorio, è vero, e non è un posto esaltante, ma è il luogo dove c'è la possibilità di redimersi del tutto, di espiare per approdare più in alto. Non ci è dato sapere quando, ma il tifoso dell'Hellas sa aspettare e, al momento giusto, torneremo ad invadere ancora la Bra e a sventolare le bandiere gialloblu!

Davide

LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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