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Dossier 2012/2013 su Hellastory.net

5. 12 ANNI E SENTIRLI: IL VERONA DI NUOVO IN UNA SERIE A CAMBIATA

DI NUOVO PROTAGONISTI: L'ultimo abbonamento del Verona in A lo avevamo pagato in lire, le torri Gemelle dovevano ancora cadere e l'IPod giaceva nei laboratori della Apple in attesa di essere presentato al mondo. Un'era fa verrebbe da dire, ed in effetti, anche guardandola con gli occhi del tifoso, da quella schizofrenica stagione 2001-02 ne è davvero passata parecchia di acqua sotto i ponti. La lunga (e desolante) agonia del Verona di Pastorello, risvegliata da un breve sussulto con l'Hellas di Ficcadenti (vicino ai play off nel 2004-05), la retrocessione in Lega Pro nel primissimo Verona di Arvedi; l'umiliazione dell'ultimo posto nella terza divisione italiana, il drammatico (ed esaltante) spareggio a Busto, i lunghi anni a cullare sogni di risalita sempre delusi; la morte del conte, di Previdi e l'arrivo di Martinelli, con il progetto di fusione con il Chievo. Un tunnel buio che sembrava non avere fine, sino all'arrivo di Mandorlini, condottiero gialloblu capace di traghettare con coraggio ed (in)sana follia il Verona al di fuori dal mare agitato del calcio che non conta. Due stagioni e mezzo di qualche (piccola) delusione e tantissime (grandi) soddisfazioni che riconsegnano oggi, finalmente, l'Hellas Verona nel palcoscenico che più gli si addice: la Serie A.

IL PARADISO PERDUTO: Quasi tutto abbiamo detto (e scritto) su Hellastory del Verona di questi ultimi 12, soffertissimi, anni e nelle pagine del dossier abbiamo fin qui ripercorso la cavalcata trionfale dell'Hellas 2012-13 di Mandorlini. Ma cosa dire invece della Serie A riconquistata? Che campionato si troverà ad affrontare il nostro Verona? Ce lo siamo chiesti andando a frugare non solo nel cassetto impolverato della nostra memoria, ma cercando anche di mettere insieme qualche dato che possa essere utile per capire come (e se) anche la massima serie calcistica italiana sia cambiata in questo lungo periodo.

La serie A 2001-02 era ancora una stretta parente dei campionati delle famose "sette sorelle": gli scandali Cirio e Parmalat si sarebbero palesati solo nel 2003 e in Italia si viveva ancora nella parabola lunga (anche se discendente) che aveva fatto - a partire dagli anni '80 - del calcio tricolore la mèta più ambita e pagata per i migliori fuoriclasse del calcio mondiale. La cessione al Real Madrid nell'estate 2001 di Zinedine Zidane (pallone d'Oro in carica) era certo un segnale di scricchiolìo del sistema, eppure l'Italia figurava saldamente al secondo posto del ranking Uefa (dietro alla Spagna), con ben 4 club nella Top10 europea e 6 nei primi 25 (Lazio 5°, Juventus e Parma 7°, Inter 10°, Roma 16°, Milan 23°) [1]. I soldi a disposizione dei club, in un sistema dopato dall'esplosione dei diritti tv (era l'epoca del "duopolio" delle pay tv Tele+ e Stream), sembravano dover crescere senza sosta e si aprivano scenari all'apparenza super-alettanti di quotazioni in borsa [2] (sappiamo poi come è andata a finire). Dodici anni dopo il campionato italiano è sceso al quarto posto del ranking Uefa, superato nettamente da Inghilterra e Germania e tallonato a strettissimo giro di posta da tornei una volta considerati decisamente minori quali quelli di Portogallo e Francia; inoltre, solo 3 squadre tricolori occupano attualmente i primi 20 posti del ranking per club, con l'Inter 7°, il Milan 14° e la Juventus 20°) [3]. Allora in serie A giocavano 7 dei primi 20 classificati dell'ultima edizione del Pallone d'Oro (Totti, Shevchenko, Trezeguet, Crespo, Nesta, Veron, Mendieta, oltre al già citato Zidane, trasferitosi al Real in estate) [4]; nella Serie A che si appresta a partire saranno solamente 2 i calciatori classificatisi nelle prime 20 posizioni del Pallone d'Oro 2012: gli ultra-trentenni Pirlo e Buffon, ultimi reduci di una generazione al tramonto e - non a caso - entrambi italiani [5]. Se a questo si aggiunge la quasi certa partenza di Edinson Cavani, capocannoniere dello scorso torneo, appare sin troppo scontato concludere che quella che accoglierà il Verona sarà una Serie A molto più povera di valori tecnici, non più centro ma ormai periferia del calcio che conta.
Un dato che magari non piacerà a gli sportivi ma che appare incoraggiante agli occhi dei tifosi gialloblu, tanto più che - rispetto al 2001-02 - le probabilità di fallimento, con il campionato a 20 squadre e 3 retrocessioni, saranno significativamente inferiori: 15% contro il 22% del campionato a 18 squadre con 4 retrocessioni, formula della stagione 2001-02. Basti pensare che il Verona retrocesse nel 2002 con 39 punti in 34 gare; con la formula a 20 squadre la soglia salvezza (seppure con una grande variabilità tra campionato e campionato) è rimasta idealmente a 40 punti (ma spesso ne sono bastati molti di meno), nonostante le 4 partite in più. Un privilegio, quello delle sole 3 retrocessioni su 20 squadre, che sarà destinato con tutta probabilità a scomparire a breve (con la riorganizzazione dei campionati professionistici): il Verona, intanto, farà bene ad approfittarne

SI NAVIGA A VISTA: La crisi del calcio italiano, testimoniata dai dati riportati, è lo specchio triste della più generale crisi (economica, politica e sociale) del sistema-Italia. Un paese demograficamente vecchio, incapace di riformarsi, adagiato sugli allori di un passato sempre più sbiadito, poco curante dei propri talenti e malato di un esterofilia dannosa. Mentre il calcio tedesco - così come l'economia teutonica -, prossimo al collasso agli albori del nuovo millennio, ha riconquistato titoli, seguito di pubblico e fama puntando sulla costruzione di stadi nuovi e moderni (grazie al volano dei Mondiali del 2006), sulla valorizzazione dei vivai e sui bilanci in ordine delle società (il Bayern, con il suo super-squadrone, ha chiuso nel 2012 il suo ottavo bilancio in utile consecutivo!) [6], in Italia si arranca con stadi vecchi e sempre più scalcinati (e chi prova a costruirne di nuovi finisce in galera, come successo a Cellino), un innalzamento evidente dell'età media dei calciatori (solo Cipro ha una prima divisione più vecchia della nostra) [7] e della percentuale di stranieri (addirittura 558, pari al 53,2% del totale nel 2012-13; erano 300 circa nel 2001-02) [8] e bilanci costantemente in rosso (nel 2011-12 le società di Serie A hanno complessivamente "bruciato" 281 milioni di euro [9] con soli 8 club in attivo [10] ).

In uno scenario così desolante il Verona di Setti, "povero" ma con un progetto preciso, persone competenti al posto giusto e molte idee, può davvero fare la sua figura: programmazione e serietà gestionale - lo insegna l'esempio del calcio tedesco (ed il Borussia Dortmund su tutti)- possono fare ben di più dei soldi degli sceicchi (che peraltro, non a caso, si guardano bene dall'investire in Italia). Questo tanto più in uno scenario di crisi come quello attuale; ci vorranno però pazienza ed anni di attesa per ottenere risultati consolidati.

QUEL CHE NON AMMAZZA, FORTIFICA: Ma c'è un altro valore che fin qui non abbiamo considerato e che può rivelarsi fondamentale per il nostro Hellas. Ed è, ovviamente, il tifo. La Serie A attuale è un campionato sempre più dominato dai diritti TV: se agli inizi del nuovo millennio la Juventus arrivava ad incassare 54,2 milioni di euro, nel 2012-13 gli incassi sono stati di 103,8 milioni [11]. Il nostro Verona arriverà a prenderne una trentina, ed è soprattutto grazie a questi soldi che potrà allestire una squadra competitiva per la salvezza. Ma, al di là dei soldi, le fortune di una squadra dipendono anche dal supporto che la stessa può godere da parte dei propri sostenitori. Sarà un'idea romantica, ma a noi piace pensare che sia ancora così. Ed in ogni caso avere un tifo forte comporta non solo la possibilità di migliori performance sul campo, ma anche(e soprattutto) una maggiore capacità di attrarre sulla piazza giocatori di carattere e talento (che, di fronte a proposte economiche simili, sceglieranno la squadra dal seguito più ampio). E c'è un dato in netta controtendenza che in questo senso deve essere sottolineato: il declino della Serie A ha riguardato negli ultimi anni anche le presenze allo stadio: se nel 2001-02 queste erano state mediamente pari a 25.992 spettatori [12], nel 2012-13 si sono fermate a 24.605 [13] (-5,3%). In questo contesto declinante (ancora più accentuato per le serie inferiori), il Verona ha raggiunto la promozione in A con un numero di abbonati e di presenze medie allo stadio (11.564 e 15.402) quasi doppi rispetto a quelli del Verona di Prandelli, l'ultimo promosso nella massima serie (allora gli abbonati erano stati solo 5.882 e gli spettatori medi 11.376) [14,] e si avvia ora a frantumare il numero di abbonamenti sottoscritti in quell'ultima stagione di A 2001-02 (11.568 tessere).

Le ragioni di questo exploit stanno nella grande capacità di coniugare rinnovamento generazionale e radicamento nella tradizione dimostrata del tifo organizzato gialloblu. Costretti ad "operare" in contesti ambientali (di campionato e squadre avversarie) sempre più desolanti, negli anni del massimo buio della storia del club gialloblu, i "butei" della Curva hanno puntato sull'effetto "tifosi di se stessi" (concetto peraltro non nuovo nel mondo del tifo scaligero) slegando la passione del tifo scaligero dalla squadra per ancorarlo a quello dei tifosi. "Si tifa il Verona, ok, ma prima ancora si tifano le Brigate", questo il messaggio, magari retorico per alcuni, che ha permesso al tifo gialloblu di resistere e rafforzarsi nelle peggiori avversità. Superata la buriana, l'Hellas si trova con una tifoseria ringiovanita, con un senso di appartenenza se possibile ancora più solido; di converso i tifosi gialloblu sono diventati più freddi e disillusi nei confronti dei tesserati della società, come testimoniato dalla gestione dei festeggiamenti per la serie A (cori solo a Mandorlini ed un timido "Mimmo Mimmo" a Maietta, distacco dei butei della Curva rispetto alle celebrazioni con il pullman scoperto in piazza Bra, scarsissima partecipazione alla premiazione al Bentegodi, entusiasmo riservato solo agli eroi dello scudetto nella serata in Arena ecc.). Ma c'è un altro aspetto da considerare in vista del ritorno nella massima serie: rispetto ad 12 anni fa è cambiato notevolmente anche l'atteggiamento riservato dai media, dalle leggi e dall'opinione pubblica nei confronti del mondo del tifo. Un mondo che è sempre più addomesticato con tessere del tifoso, daspo, attenzione morbosa per ogni episodio di vera o presunta intolleranza ecc. Verona, nonostante la lontananza dal calcio che conta, negli ultimi anni è finita spesso nell'occhio del ciclone e, specie dopo gli episodi di Mandorlini con Salernitana e Livorno, è con tutta probabilità la squadra "provinciale" più odiata d'Italia, specie nel meridione (prova ne sono i numerosi messaggi di disappunto rintracciabili sui siti Internet a commento della promozione dell'Hellas, realtà bollata "senza se e senza ma" come intollerante e razzista). La goliardia da sempre ha contraddistinto le Brigate (venata talvolta da una coloritura politica a tinte scure, è inutile negarlo), risulta sempre più incomprensibile ed indigesta in un sistema tanto irregimentato. C'è stato indubbiamente un necessario "imborghesimento" anche dei "butei", che negli ultimi anni hanno dimostrato senso di responsabilità quando è entrato in gioco il rischio di penalizzazioni pesanti per la società, tuttavia la mentalità rimane sempre quella del "Soli contro tutti" e la ritrovata forza delle Brigate da una parte, confrontata con l'ossessiva attenzione che ad essa sarà riservata dai media, porteranno inevitabilmente a delle frizioni la cui risoluzione appare oggi quantomeno problematica. Nella Serie A cambiata (verrebbe proprio da dire in peggio) che il Verona ritroverà dopo 12 anni di latitanza, ci sarà da gioire e da soffrire anche per questo.

Enrico

 

[1] http://kassiesa.home.xs4all.nl/bert/uefa/data/method2/trank2001.html
[2] http://archivio.panorama.it/Borsa-il-calcio-fa-gol-solo-quando-da-spettacolo-e-chi-perde
[3] http://kassiesa.home.xs4all.nl/bert/uefa/data/method4/crank2013.html
[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Pallone_d'oro_2001
[5] http://it.wikipedia.org/wiki/Pallone_d'oro_FIFA_2012
[6] http://marcobellinazzo.blog.ilsole24ore.com/calcio-business/2012/11/bayern-monaco-lultima-stagione-chiude-con-11-milioni-di-utile-e-373-di-fatturato.html
[7] http://www.rivistasportiva.com/rubriche/item/1311-la-crisi-del-calcio-italiano-esasperazione-tattica-e-giocatori-vecchi
[8] http://www.transfermarkt.it/it/europa/europa/wettbewerbe.html?from=top_navi
[9] Report Calcio 2013 a cura di Arel, PwC e FIGC
[10] http://www.goal.com/it/news/2/serie-a/2013/03/29/3861691/bilanci-serie-a-linter-%C3%A8-maglia-nera-milan-e-juventus-in-ripresa-
[11] http://www.giornalettismo.com/archives/885411/il-calcio-alle-prese-con-i-diritti-tv/
[12] http://www.stadiapostcards.com/A01-02.htm
[13] http://www.stadiapostcards.com/A12-13.htm
[14] http://www.hellastory.net/verona/pages/abbonati.cfm

LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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