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6. SETTI CAMBIA TUTTO. ANCHE SE STESSO?

Setti cambia tutto

Di questa stagione è stato detto e scritto tutto. Compresi il nostro rimpianto e senso d'impotenza. Presidente, dirigenti, allenatori e giocatori tutti hanno mostrato il loro lato peggiore: quello dell'arroganza e della fragilità di fronte agli ostacoli (scontri diretti in particolare). Ora però ce ne stiamo facendo una ragione. Bisogna guardare avanti. Siamo retrocessi (grazie a loro) e per fortuna molte facce non le vedremo più, comprese quelle bruttissime magliette a strisce.

Le domande sono: con quali reali prospettive dobbiamo guardare il futuro? Cosa porteranno di buono i figli partoriti dal paracadute retrocessione?

Ripartiamo dunque da Setti che, come sostiene Davide (ed io con lui) in quanto "capo" del Verona è il principale responsabile della retrocessione, e - aggiungo - in quanto "capo" è il punto di partenza di ogni possibile rivincita gialloblu. Per cercare di comprendere a pieno se la lezione è servita e quali sono le sue reali intenzioni mi riallaccio all'esame dei numeri societari fatti da Enrico, nostro esperto in materia, e alle perplessità di Valeriano circa l'assunzione di Pecchia (e Fusco, aggiungo).

Nel corso della conferenza stampa del 24 maggio il presidente ha parlato, tra l'altro, anche della situazione economica societaria. Se, parlando di cifre il numero uno gialloblu ci ha detto la verità, è molto probabile che sia stato sincero anche sul resto. Certo, occorre sempre ripulire il suo linguaggio da un politichese a volte indisponente (non meritavamo di retrocedere ...) ma alla fine ne è uscito abbastanza bene: Enrico ha rilevato 5 verità, 3 verità sostanziali e 1 solo falso nell'affermazione forse più enfatica "La scorsa stagione abbiamo speso 70 milioni e ne abbiamo incassati 50". Quello che ci detto è dunque un buon punto di partenza. Sui numeri denunciati si può cominciare a costruire un ragionamento.

A questo punto, non rimaneva che attendere le successive decisioni per comprendere come intendeva affrontare la nuova stagione. A Setti, nel corso di questi anni, abbiamo sempre lamentato una certa lentezza nel prendere decisioni importanti, ma anche una certa rapidità nel cambiare completamente strada. Le perentorie uscite scena di Bordin e Sogliano, non senza qualche strascico polemico, sono state emblematiche. Al di là delle motivazioni delle quali non entro in merito e che possono essere ben giustificate. Nell'ultima stagione, uno dopo l'altro, ha abbandonato Mandorlini e Delneri (esattamente il suo opposto), Gardini e infine Bigon. Personalmente non capisco come possa una squadra come il Bologna affidarsi a uno come Bigon dopo essere stata diretta da Corvino. Basterà Donadoni a salvare i rossoblu l'anno prossimo?

Torniamo alle nostre miserie. Setti, finora, ha dato sempre l'impressione di concedere molta fiducia e spazio ai suoi collaboratori, salvo poi tagliare la loro testa se i risultati non tornavano. È una modalità manageriale che ha un senso e che si fonda sul principio della delega assoluta. Guai a sbagliare, però. Perché non concede scampo.

Il punto debole di questo approccio è la mancanza di prevenzione. Un buon capo, a mio avviso, dovrebbe anche dare una mano in corso d'opera, supportando il lavoro dei collaboratori e gestendo i problemi quando ancora possono essere gestiti. L'impressione di un osservatore distante, seduto in poltrona con il sigaro in bocca, che guarda come va a finire può condizionare chi prova a porre rimedi. E sicuramente non aiuta. Mandorlini non è mai stato messo sotto pressione sulla preparazione sbagliata, sulla mancanza di un'alternativa tattica, sulla gestione dello spogliatoio (i miei da una parte e gli altri dall'altra). Ne avrebbe avuto bisogno e forse sarebbe ancora il nostro allenatore in serie A. Delneri neppure è stato supportato nella gestione del gruppo e le polemiche che sono affiorate con Toni e Moras non hanno certo aiutato la squadra nel momento decisivo della stagione. Bigon infine è stato abbandonato nel suo imbarazzo comunicativo facendo capire a tutti quanto sia stato ininfluente. Ricordo in passato, al contrario, atteggiamenti molto efficaci da parte di Sogliano e Gardini nei momenti caldi della stagione. Ma se Bigon non riesce a fare il Sogliano e Gardini se ne va all'Inter, per forza occorre che sia Setti in prima persona a sporcarsi le mani e prendere posizioni pubbliche ben precise. Rassicuranti. Invece di quelle stucchevoli conferenze stampa nelle quali tutto era rappresentato in maniera superficiale. Sentendolo parlare a gennaio e a marzo avevamo forse l'impressione di essere sull'orlo del baratro? Non c'era drammaticità, nemmeno coinvolgimento. E dunque rispetto per i tifosi.

Ora le cose sono cambiate. I meriti della promozione in A e della riscoperta di un grande campione come Luca Toni se li è bruciati totalmente con una retrocessione pietosa, mai messa in discussione da novembre. Per questo ho l'impressione che il presidente abbia modificato completamente strategia e, ritengo, anche l'atteggiamento futuro. La scelta di Fusco, prima ancora di quella di Pecchia della quale giustamente Valeriano s'interroga, segna un cambio radicale rispetto al passato. È chiaro che tutti noi tifosi avremmo gradito di più Iachini o Stellone, reduce da due promozioni con il Frosinone e da un campionato in A molto più dignitoso del nostro, visti anche i pochi mezzi a disposizione. Su De Zerbi, altro allenatore di spicco, i playoff in corso del Foggia e l'alternativa Crotone rendevano l'operazione più complicata. Ma Stellone era alla nostra portata. Perchè non ha chiuso?

È probabile che Setti non abbia dato sufficienti garanzie sulla capacità di rilancio gialloblu. Ma forse il motivo sta altrove. A mio avviso, molto più semplicemente, Setti non è un presidente alla Zamparini in grado di prendere decisioni forti da solo e portarle avanti. Con Bigon sfiduciato, Stellone poteva giustificarsi con un direttore sportivo allineato (Gerolin?). Così non è stato. È arrivato Fusco e lui, si sa, porta i suoi uomini. D'Amico, Pecchia etc.

Setti, a mio avviso, si è fatto un film. O perlomeno - da buon emiliano - ha rivisto con attenzione il film del Bologna di un paio di anni fa che cercava di riconquistare in fretta la serie A proprio affidando la direzione sportiva a Fusco. Il quale Fusco ama avere in panchina tecnici esordienti o quasi, come Lopez. Tecnico giovane e squadra esperta (i vari Maietta, Cacia e Matuzalem in rossoblu fanno capire che il numero di telefono di Fusco fosse già nell'agenda di Setti) . Quello che accadde in seguito a Bologna, con gli arrivi invernali di Corvino e nel finale di stagione di Rossi fanno capire che le buone intenzioni di inizio anno non si sono poi realizzate. Il Bologna è stato promosso, ma il merito se lo sono presi altri.

Ora Setti ha bisogno di rilanciarsi e si è affidato a Fusco che ha ugualmente bisogno di rilanciarsi. Per fare questo entrambi si avvalgono di Pecchia che invece ha bisogno di lanciarsi, in quanto finora comodamente seduto dietro Simoni e Benitez, in grado di veder giocare Cristiano Ronaldo e il Leicester di Ranieri e di vedere cosa succede quando al maestro vanno male le cose (esonero in Spagna e retrocessione in Inghilterra). I dubbi di Valeriano sono macigni pesanti: dietro le raccomandazioni di essere un ottimo vice, Pecchia non ha niente in mano. Non conosce la squadra, non ha mai gestito un campionato intero, men che meno logorante come quello di B e in una piazza difficile come Verona. Un salto nel vuoto.

Questo Setti però, clamorosamente (almeno per me, conoscendomi) mi piace. È un imprenditore. Ama rischiare. È stato accusato di non aver saputo affrontare le difficoltà del suo Verona. Ora cambia sistema. Gioca in prima persona una partita nuova, senza carte in mano (con tutto il rispetto Fusco e Pecchia sono un 2 e un 7 a poker) e conta molto sul fattore ... azzardo. Magari scopriamo che Pecchia è veramente un fenomeno in grado di mettere in atto tutto ciò che ha imparato. Magari scopriamo che l'intesa con Fusco è tale da mettergli a disposizione i giocatori giusti. Magari tra tre personaggi alla ricerca assoluta di un'affermazione nasce l'alchimia perfetta: infondo hanno tutti solo da perdere a questo giro.

Una cosa mi pare chiara: Fusco non è ingombrante come Sogliano e Pecchia è molto meno referenziato di Mandorlini. Setti lo sa e mette le mani avanti: presentando il direttore sportivo chiarisce che alla base del nostro progetto futuro ci sono dialogo e confronto. Con l'aria che tira a Verona e la necessità urgente di veloci risultati positivi, Setti non può più usare la strategia dell'osservatore/giudice distaccato. Il pandoro, a Natale, se lo devono proprio conquistare entrambi. Inoltre l'Hellas in B è una piazza ambita e le soluzioni a disposizione che portano ad un tecnico esperto ed affidabile sono infinite. Ma se devo scommettere qualcosa, oggi punto tutto sull'improbabile. Anche perché non costa niente. Almeno a giugno.



Massimo




Hellastory, 09/06/2016

LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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