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HELLAS VERONA / Flashback

12 Febbraio 1984: VERONA - UDINESE 2 - 1 - DISCO-SAMBA GIALLOBLU

Lo tengo come una reliquia, al sicuro in uno di quei cassetti dove riposano le lettere, le foto, i molteplici simboli della mia storia personale. É lì sotto, con i bordi un po' rovinati ma con la foto della curva piena di bandiere a scacchi gialloblu in bella evidenza. Sono anni che non lo rimetto sul piatto del giradischi, troppa nostalgia e poi, tutto sommato, non è che musicalmente meriti più di tanto. Sto parlando del «disco samba gialloblu», il 45 giri che mi venne dato assieme alla tessera del calcio-club del mio paese nel lontano 1983. Il Brasile era molto di moda in quegli anni e Verona (grazie anche alle gesta di Josè Guimaraes Dirceu) non fu immune dalla moda verde-oro.

Sul finire degli anni '70 si moltiplicano le radio e le TV private in tutta Italia. Mamma RAI perde il monopolio radio- televisivo saldamente tenuto dagli anni '50 e, in generale, il nostro paese inizia ad aprirsi a quell'espansione del mezzo mediatico televisivo che non sembra essersi ancora fermata. I programmi su cui puntano le nuove TV sono sostanzialmente tre: l'informazione locale, film e spettacoli «sexy» in tarda serata e, naturalmente, il calcio. Si tratta di una rivoluzione senza precedenti a tutto vantaggio delle squadre provinciali che, spesso dimenticate dalla RAI, si trovano finalmente ad avere una visibilità televisiva, anche se nel raggio ridotto di una provincia o di una regione. Alcune emittenti però, vanno oltre, portando nelle nostre case il calcio estero, in particolare quello brasiliano, talvolta con differite di alcune partite trasmesse con la radiocronaca originale, ovvero in lingua portoghese. Chi scrive, ricorda, da una parte stadi immensi, colorati e festosi, con l'erba alta a nascondere a volte la scarpe dei giocatori, dall'altra, le grida dei telecronisti al momento del gol, assolutamente fuori dagli schemi di casa nostra, saldamente ancorati a voci sobrie e «politicamente corrette» come quelle di Martellini e Pizzul. Ricordo un gioco lento, con giocatori che saltavano sistematicamente l'avversario e tanti gol, spesso con la complicità di portieri inetti e goffi, tanto da risultare addirittura comici. Un calcio molto più divertente rispetto al praticismo italiano ed europeo in genere. Per questo, anche dopo la vittoria italiana al Mundial spagnolo nell'82, il Brasile continua ad essere sinonimo di classe. E per questo, quando il calcio italiano dei primi anni '80 inizia a prendere la strada vorticosa del business miliardario, i giocatori brasiliani sono tra i più ricercati. Avere un brasiliano in squadra significa non solo poter contare su giocatori quasi sempre dotati di tecnica superiore, ma anche in termini economici ha il suo peso, soprattutto in campagna abbonamenti. Basti pensare al Catania neopromosso che nell'estate dell'83, pur di assicurarsi i due stranieri concessi dai regolamenti, nonostante un budget limitato, sonda il mercato sudamericano e porta in Sicilia gli sconosciuti Luvanor e Pedrinho, due onesti pedatori che porteranno poco o nulla in termini di qualità alla squadra (che infatti a due terzi del campionato sarà già matematicamente retrocessa) ma che accontentano i tifosi e danno lustro all'immagine di una società che si ritrova in serie A quasi per caso. Ben altri nomi approdano invece in altri club italiani in quegli anni: Falcao, Junior, Cerezo, Socrates e, sopratutto, colui che i media di mezzo mondo definiscono «l'erede bianco di Pelè», sua maestà Zico!

Per portare in Italia il fantasista brasilero, in forza al Flamenco, si muovono tutti gli squadroni nostrani, ma alla fine a spuntarla sarà la provincialissima Udinese e non si capisce bene se il vero scoop sia l'arrivo di Zico, o il fatto che giocherà in Friuli... In ogni caso, l'arrivo del brasiliano frutta alla società bianconera la bellezza di 26.456 abbonati, record assoluto per una piazza fredda come quella di Udine. La squadra bianconera, allenata dal bravo Ferrari, annovera tre le sue fila un altro brasiliano, Edinho, un giocatore che unisce alla classe sudamericana una concretezza tutta europea e una spiccata personalità, tanto da diventare la vera colonna della squadra. In generale, i bianconeri possono contare su un discreto collettivo, con alcuni giovani di belle speranze (Mauro, Tesser, Gerolin) e alcuni giocatori di provata esperienza come Causio e Virdis. Comunque troppo poco per pensare seriamente che il solo innesto di Zico possa mettere l'Udinese tra le candidate al titolo, ma il mondo del calcio, si sa, è anche il mondo delle chiacchiere, dei pronostici, dei miracoli e dei sogni: ai nastri di partenza, accanto alle solite Juve, Roma e Inter, tra le favorite c'è anche l'Udinese. I bianconeri in effetti partono bene ma alla fine del girone di andata si trovano a metà classifica, con 16 punti all'attivo e ben 6 formazioni davanti (tra cui l'ottimo Verona).

Quando i bianconeri arrivano al Bentegodi, alla 19^ giornata, sono al 4° posto, assieme alla Roma e ai gialloblu di Bagnoli. Si tratta quindi di una sfida tra compagini candidate ad un posto UEFA. Lo stadio veronese, manco a dirlo, registra il tutto esaurito e qualcosa in più, visto che la cifra di 40.000 spettatori (capienza massima riportata dagli almanacchi d'epoca) viene superata di 142 unità. Tra queste 142 unità ci sono anche il sottoscritto, l'amico Paolo (compagno di banco filo-interista quasi del tutto convertito al verbo gialloblu) e lo zio Fiorenzo. Per una serie di circostanze negative, tra cui il bis di lesso con pearà e la particolare difficoltà a parcheggiare, entriamo in curva quando manca poco all'inizio della gara e non c'è verso di trovare qualche centimetro libero da cui vedere il campo di gioco. Così mio zio decide che è meglio «saltare» in tribuna centrale. Scavalchiamo la recinzione e, mentre mi butto dall'altra parte, strappo i pantaloni ad altezza deretano. Poteva andare peggio ma in ogni caso non mi sembra di buon auspicio per la gara. Anche in tribuna centrale è tutto pieno, alla fine io e Paolo ci sistemiamo sotto la ringhiera, accovacciati a terra, all'altezza del corner, mentre mio zio riesce a sedersi, strettissimo, tra due compaesani che sono lì da almeno 2 ore, qualche metro dietro di noi. Ho il sole negli occhi. La giornata è molto luminosa ma piuttosto fredda. Inizia la partita e il Verona parte alla grandissima, andando in vantaggio dopo un quarto d'ora con un tiro di Galderisi deviato da Edinho. Il primo tempo gialloblu è da manuale e più volte sfioriamo il raddoppio. Su tutti il solito Fanna, instancabile e incontenibile, e poi il «nanu» che sembra avere più sangue brasilero di Zico: il fuoriclasse bianconero, ben marcato da Volpati (se ricordo bene) in pratica si fa vedere solo quando batte i calci di punizione. L'Udinese in tutto il primo tempo, risulta pericolosa una sola volta e non riesce ad organizzare giocate pericolose o comunque a proporsi con continuità, solo il vecchio Causio, quando riesce a portare palla sulla fascia, mostra di saper accendere un po' la luce. Tutt'altra partita nella ripresa, quando il Verona rischia di pagare oltremodo le occasioni fallite nel primo tempo. L'Udinese pareggia su rigore (unico tiro in porta di Zico) e poi, nonostante l'inferiorità numerica per l'espulsione di Miano, ha un paio di ghiotte occasioni per andare addirittura in vantaggio. La partita sembra avviarsi verso un pareggio che in realtà non accontenta nessuno ma che, per quanto visto in campo, potrebbe anche essere giusto. Ma la popolarità del calcio sta anche nella sua assoluta imprevedibilità e nel finale, quella che sembrava destinata ad essere una partita tra le tante, assume i contorni della «leggenda». É il 90° quando il Verona guadagna una punizione dal limite, in posizione centrale, zona lunetta del calcio di rigore, «avessimo noi Zico» ci diciamo con Paolo. Zico non ce l'abbiamo, ma Bagnoli ha azzeccato un cambio e da qualche minuto è in campo «tortellino» Guidetti, ex gregario del Real Vicenza di Paolo Rossi e G.B. Fabbri, protagonista della promozione in serie A di due anni prima. Guidetti è piuttosto basso, tozzo e massiccio, è a fine carriera e non ha più la corsa e la velocità di qualche anno prima. É mancino, come tanti grandi campioni, e proprio dal suo sinistro, su appoggio di Di Gennaro, parte una staffilata che si infila alla destra del portiere friulano Borin. Il Bentegodi esplode! La partita è praticamente finita, c'è giusto il tempo per salutare Zico, ma non a ritmo di samba: il coro che si alza dal Bentegodi è un simpaticissimo «Zico, Zico, vieni a pescare con noi: ci manca il verme!»

Davide

[Il tabellino dell'incontro]

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Hellastory, 16/11/2006



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