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4. Via Sogliano, dentro Bigon: come cambierà il nuovo Verona

Via Sogliano, dentro Bigon

SOGLIANO, UN ADDIO (POCO) CONSENSUALE. Sarà perché alla fine la salvezza è arrivata con largo anticipo e non c'erano obiettivi più ambiziosi per cui lottare, ma negli ultimi mesi della stagione appena conclusa, a dominare il chiacchiericcio gialloblu non sono state tanto le vicende sul campo (questione Toni capocannoniere a parte) quanto le preoccupazioni sul futuro. Per alcune settimane si è tornati a respirare un'aria simile a quella della primavera del 2000, quando al termine del primo anno in A di Prandelli, Pastorello "ruppe" lo splendido giocattolo che aveva costruito in due anni dando il via all'epoca più buia della storia del Verona. Aria da fine ciclo, da ridimensionamento drastico di budget ed obiettivi, insomma. In realtà l'Hellas di Setti, incentrato sulla triade Gardini-Sogliano-Mandorlini, dopo 3 anni ricchissimi di soddisfazioni si avvia sì ad una piccola rivoluzione, ma le basi sono comunque ben più solide rispetto a quelle di 15 anni fa. La società scaligera cambierà molte figure di contorno, ma un solo nome chiave: quello del direttore sportivo, con Sogliano sostituito da Bigon, mentre rimarranno al loro posto gli altri totem gialloblu: Gardini, Mandorlini e Toni. L'arrivo del nuovo ds porterà comunque un profondo mutamento nell'assetto organizzativo e nel modus operandi della società, che merita di essere approfondito.

Chiariamo subito un punto: tutto lascia pensare che Sogliano se ne sia andato per una scelta precisa della società, piuttosto che per sua volontà; la versione ufficiale racconta di un divorzio consensuale, ma le parole e la commozione di Sogliano nella brevissima conferenza d'addio e il successivo approdo nel modesto Carpi lasciano intendere un consenso da parte sua tutt'altro che granitico. La mezza rivoluzione del Verona - che si caratterizzerà per una maggiore presenza di Setti, più ampi poteri a Gardini, l'assunzione di una figura che è più team manager e meno ds come Bigon, la conferma di Mandorlini con contratto biennale (con l'opzione per il terzo) -, è figlia strettissima dell'andamento economico dell'Hellas. Se la gestione sportiva di Sogliano è stata infatti più che soddisfacente, non altrettanto (agli occhi di Setti) si può dire per quella economica nell'ultimo anno.

Noi di Hellastory, semplicemente scartabellando i numeri dell'ultimo bilancio, eravamo stati tra i primi a lanciare un piccolo campanello di allarme, raccontando un paio di mesi fa - al meglio delle nostre conoscenze - la situazione non facile delle casse gialloblu, in un momento in cui c'era ancora chi favoleggiava di fantomatici tesoretti resi disponibili dalle cessioni di Iturbe, Donsah & Co. Le recenti parole di Setti al Vighini show hanno sostanzialmente confermato la proiezione di Hellastory (che ipotizzava per il 2014/15 un risultato operativo negativo di più di 11 milioni di euro; il presidente ha parlato di un disavanzo ancora maggiore, pari a circa 15 milioni di euro). Le scarse risorse economiche personali a disposizione di Setti - lo abbiamo ribadito più volte - rendono difficilmente sostenibile per il Verona la chiusura dell'esercizio con perdite milionarie. Da qui la necessità nel brevissimo periodo di tamponare le perdite operative con le plusvalenze da trading dei calciatori e - nel medio-lungo - di incrementare i ricavi e soprattutto di contenere i costi per raggiungere un risultato operativo quanto meno in pareggio (così si spiegano gli ingaggi ridotti inizialmente proposti a Toni e Mandorlini, lo stesso allontanamento di Sogliano che da solo costava alla società quasi 1 milione di euro, le titubanze - per usare un eufemismo - nel riscattare i giocatori in prestito ed in comproprietà).

Provando a metterci nei panni del presidente Setti, Sogliano "paga" le seguenti colpe:

  1. La movimentazione di troppi giocatori; l'Hellas è stata la quinta squadra per numero di movimenti nel calciomercato 2014/15 dietro agli esempi assai poco virtuosi di Parma, Genoa e Chievo ed alla Juventus, che ha spalle sufficientemente larghe per fare questo tipo di mercato, con 4 effetti negativi:
    • la proliferazione delle commissioni agli agenti;
    • la necessità per l'allenatore di iniziare ogni stagione ripartendo (quasi) da zero;
    • una rosa con troppi giocatori: nel 2014/15 ne sono stati impiegati ben 30, un numero spropositato che a sua volta richiede un monte stipendi inutilmente gonfiato e rende quasi impossibile la valorizzazione dei giovani della rosa e della Primavera (con i vari Valoti, Gollini, Fares, Cappelluzzo, Checchin ecc. costretti a scavalcare almeno 15 giocatori più esperti per ritagliarsi un posto nel tabellino, anche solo da subentranti). Un problema, quest'ultimo, non da poco, considerando che il settore giovanile costa al Verona 2 milioni di euro l'anno e che il settore non si ripaga facendo i secondi posti al Viareggio, ma lanciando qualche giovane che si affermi in prima squadra!;
    • la necessità di gestire la cessione di un gran numero di calciatori, nella maggior parte dei casi (in un mercato con pochissima liquidità) con prestiti per i quali si è costretti a tenersi in carico parte dello stipendio o con vendite a prezzi di saldo.
  2. La cattiva gestione delle clausole di cessione di alcuni giocatori, Romulo e Jorginho su tutti: entrambi ceduti con formule dilazionate, con il rischio ora di ritrovarseli in casa demotivati sotto il profilo sportivo, deprezzati da una stagione deludente e con stipendi troppo pesanti.
  3. La conclusione di acquisti non concordati con il resto dello staff: il caso più eclatante è quello di Saviola, giocatore inutile per un allenatore come Mandorlini, ingaggiato con uno stipendio annuo di 650 mila euro.
  4. L'assenza di exploit nella stagione 2014/15 dopo le grandissime intuizioni di Toni, Iturbe, Sala e Romulo del passato calciomercato (rimaniamo comunque convinti che Valoti, se sarà rilevato il cartellino, e Gollini rappresentino degli ottimi giovani da cui si potrà ricavare parecchio in futuro sia sul campo che fuori).
  5. Infine, gli errori commessi su tutti gli acquisti più onerosi: basti pensare che i giocatori più cari del Verona in A (lasciando a parte il caso di Iturbe, riscattato per essere subito ceduto) sono stati Gonzalez (2,4 milioni di euro) e Marques (1 milione di euro) nel mercato 2013/14, Lazaros (1,8 milioni di euro) e Chanturia (1 milione di euro) nel mercato 2014/15.

Già considerando questi soli punti, ci sono motivi a sufficienza per giustificare la decisione di Setti di non rinnovare il rapporto con Sogliano (o di rinnovarlo a condizioni irricevibili di stretta supervisione del suo operato), nonostante - e questo va opportunamente sottolineato - il fatto oggettivo che Sogliano nei suoi 3 anni abbia permesso al Verona di raggiungere risultati sportivi eccellenti pur con le scarse risorse a disposizione.


BIGON: L'UOMO GIUSTO PER IL NUOVO HELLAS. A prendere il posto di Sogliano sarà quindi Riccardo Bigon. Il nuovo ds gialloblu è coetaneo di Sogliano e, pure lui, figlio d'arte; caratterialmente però, i due non potrebbero essere più diversi: sanguigno, grintoso, e determinato Sean, professionale, razionale e pacato quasi al limite della timidezza Bigon. Vista così, è indubbio che Sogliano possedesse caratteristiche più in sintonia con un ambiente caloroso e passionale come quello scaligero; eppure la scelta di Bigon - vista con gli occhi asettici del gestore d'azienda (quelli che Setti gioco forza si costringe ad usare quando decide le sorti del club di sua proprietà) - appare perfettamente logica e coerente:

  • Bigon è un professionista di primario standing: proviene da una società che sotto la sua gestione ha giocato la Champions e vinto 2 coppe Italia ed 1 supercoppa italiana, avvicinandosi ai fasti degli anni di Maradona; Benitez - allenatore internazionale abituato a lavorare con professionisti di massimo livello - avrebbe voluto portarlo con sè niente meno che al Real Madrid per metterlo a capo dello scouting o del settore giovanile. Pure la precedente esperienza da team manager alla Reggina (dal 2004 al 2009) era coincisa con il periodo di massimo splendore nella storia del club amaranto (sempre in serie A nel quinquennio). Difficile ottenere di meglio per un club come il Verona.
  • Proviene dall'unica società italiana che ha chiuso i propri ultimi 8 bilanci (gli ultimi 6 con Bigon direttore sportivo) sempre in utile, generando un risultato netto complessivo pari a 55,6 milioni di euro! (un risultato che farebbe invidia a qualsiasi imprenditore industriale, figurarsi se conseguito nel difficilissimo mondo del calcio).
  • Il Napoli tra le big è la squadra che nel 2014/15 ha impiegato meno giocatori: 25 se non si considera il fugace debutto del primavera Luperto.
  • Sul mercato il Napoli di Bigon si è contraddistinto negli ultimi anni per un numero di operazioni contenute: facendo riferimento alla statistica citata in precedenza relativa al mercato 2014/15, per esempio, si nota come la squadra partenopea abbia compiuto "solo" 72 operazioni, poco più della metà del Verona di Sogliano.

Il Verona di Bigon sarà quindi una società più prudente sul mercato, con meno operazioni try and error, meno colpi di genio ed un occhio più attento agli impatti sul bilancio. Dimenticandoci per un attimo la freddezza dei ragionamenti manageriali e ricordandoci che il calcio è soprattutto uno sport da giocare sul campo possibilmente con interpreti di qualità, c'è da dire che dal lato sportivo gli anni di Bigon al Napoli sono stati caratterizzati da chiaro-scuri. Alcuni capolavori si sono infatti alternati ad errori abbastanza evidenti: questo d'altra parte è il destino di (quasi) tutti i direttori sportivi (come non ricordare per esempio i 27 milioni di euro spesi nel 2010 per Krasic e Jorge Martinez dalla osannatissima coppia Marotta-Paratici?). Tra i grandi colpi vanno certamente annoverati l'acquisto (a 17 milioni di euro*) e la vendita (a 64,5 milioni di euro) di Cavani, la cessione di Lavezzi a 29 milioni di euro, l'acquisto di Callejon  a 9,5 milioni di euro ed Higuain a 37 milioni di euro, l'ingaggio di Mertens a 9,5 milioni di euro e di Gabbiadini a 12,5 milioni di euro. I tifosi napoletani più critici, d'altro canto, imputano a Bigon i molti errori commessi in particolare nel mercato sudamericano, con i vari Edu Vargas (costato 13,5 milioni di euro), Uvini (3), Sosa (3) Fideleff (2,2), Chavez (1,3), Rafael (5), Henrique (4): giocatori che messi insieme sono costati al Napoli più 30 milioni di euro senza dare alcun apporto apprezzabile in campo. Il quadro che ne esce è quello di un ds che sa vendere molto bene i prezzi pregiati (Bigon è riuscito a ricavare 10 milioni di euro dalla cessione di Fernandez e 8 da quella di Victor Ruiz, pressochè nulli in maglia biancazzurra), sa trattare in maniera egregia i grandi nomi, e però spesso inciampa nello scouting di medio-basso costo, specie sul mercato sudamericano. Se anche dal punto di vista sportivo, questo sia da ritenersi un profilo adatto ad una realtà come quello del Verona, lo lasciamo giudicare ai lettori ed ai risultati che l'Hellas conseguirà sul campo.

Un ultimo tratto distintivo di Bigon va ancora citato: ha saputo sempre instaurare un rapporto strettissimo con i propri allenatori. Prima con Mazzarri alla Reggina, tanto da guadagnarsi la chiamata al Napoli proprio in virtù del forte legame con il mister toscano; poi con Benitez che, come detto, lo voleva con sé al Real Madrid. E' ragionevole presumere che altrettanto accadrà con Mandorlini e che le operazioni di mercato, saranno più concordate e funzionali al modulo del mister rispetto a quelle dell'era Sogliano. Staremo a vedere. Se è probabilmente vero che Bigon ha salutato Napoli lasciando dietro di sé meno rimpianti di quanti non ne siano rimasti a Verona per Sogliano, siamo però anche convinti che il nuovo ds gialloblu avrà qualità, tempo e modo per convincere i più scettici.

Enrico

* Tutti i dati relativi ad acquisti/cessioni del Napoli sono tratti da www.transfermarkt.it

LE IMPERFEZIONI


E' ufficiale: ci giochiamo tutto nei playoff. A cinque giornate dal termine del campionato non abbiamo più nulla da scoprire. E nemmeno più nulla da dire. Del resto, non vinciamo da un mese esatto. Questo perché il Verona è una squadra imperfetta. Accreditato di un rosa di vertice non ha mai espresso realmente il suo potenziale, propone un gioco insulso, fastidioso, subisce continue amnesie difensive e incassa reti assurde pur avendo il migliore portiere del campionato. Non tira mai in porta. In ogni partita hai sempre l'impressione che gli assenti abbiano ragione: ieri si sentiva la mancanza di Matos e Crescenzi, oggi quella di Zaccagni, domani quella di Pazzini e così via. Ma anche questo non è poi sempre vero: a Perugia, senza 6 titolari (titolare? concetto oscuro e non appartenente a Grosso) ha sfoderato la più bella prestazione dell'anno. Manca di continuità questa squadra, è immatura, confusa dentro perché ha l'ossessione di recitare un unico copione. Non necessariamente quello che porta poi al risultato. Quante occasioni abbiamo sprecato? Un'infinità. Il problema di fondo è che Grosso è un allenatore imperfetto. Complicato, contorto, incapace di trovare una strada da seguire. Avrà pure vinto il Mondiale e tanti scudetti da calciatore, ma da allenatore è rimasto prigioniero della logica dei pupazzetti della Playstation. Per noi, che abbiamo visto campioni veri in panchina come Bagnoli, Prandelli e Mandorlini che vincevano campionati con 15 o 16 giocatori al massimo (e come loro anche Cadè e Valcareggi) il socialismo tattico di Grosso appare non solo incomprensibile, ma anche una mortificazione nei riguardi del talento vero. Avesse a disposizione 50 giocatori, tutti troverebbero posto. Magari scoprendosi impiegati in due o tre ruoli diversi. Non importa. Il caos viene esaltato ad espressione di qualità e valore. Pazzesco. E i risultati sono davanti agli occhi.

[continua]
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