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UDINESE 
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3. Il Campionato in... sensi

La memoria è indubbiamente soggettiva e selettiva, e ognuno di noi vi attinge ricordi che sono collegati a sensazioni diverse. Per molti la memoria è legata alle immagini, ma non possiamo dimenticarci della memoria olfattiva (la cosiddetta sindrome di Proust) o di quella legata al gusto, tipica del pranzo domenicale dalla nonna e dei sapori che per anni non ritroviamo più altrove.

Miranda, l'ottuagenaria protagonista de L'estate dell'incanto di Francesco Carofiglio, afferma che da vecchi le vite si schiacciano, e la memoria delle cose vissute si fonde alle "immagini suscitate dai racconti altrui". La memoria collettiva, insomma, che si sposa bene con il concetto di tifoseria come gruppo eterogeneo dove ognuno ricorda, delle partite, dettagli diversi. In redazione Matteo ricorda tutte le maglie indossate dal Verona dal 1903 in avanti, la sua è una memoria cromatica. Io sono più bravo a ricordare i neologismi nei versinsulti dei tifosi più arditi presenti nel mio settore. Ho una memoria uditiva. Quale che sia la vostra memoria, qui sotto propongo la mia personale carrellata di ricordi adatta ad ognuno dei cinque sensi. Ce n'è per tutti i gusti, e per questo proprio dal gusto partiamo.

Gusto

Verona-Inter

Il gusto di questo campionato dovrebbe essere quello delle vittorie, del can che ride nell'homepage di Hellastory, per intenderci. Vittorie particolarmente gustose perché sempre sudate, con poche eccezioni, anzi con la sole eccezioni dei 3-0 inflitti al Lecce e alla derelitta SPAL seppur così ben allenata da Di Biagio.

Nei successi 2-0 contro Sampdoria e la stessa SPAL nel girone di andata i gol della sicurezza arrivarono solo nel finale; le altre otto vittorie sono sempre state con il minimo scarto e quindi soffrendo fino al triplice fischio.

L'uso del condizionale all'inizio non è casuale, perché in realtà l'episodio più gustoso della stagione è per me il pareggio con l'Inter. Perché è un pareggio sul piano del risultato, ma su quello del gioco ha il sapore di una vittoria, visto che dopo decenni abbiamo giocato alla pari, se non meglio, della nostra bestia nera (e azzurra). Inoltre, la partita con l'Inter l'ho seguita a casa, in giardino con gli amici, nella prima e ultima cena post-quarantena e prima di ripartire per l'estero. Rimane così anche il sapido della cena in ottima compagnia e quel po' di amaro per non averla vista allo stadio.

Olfatto

Il ratto d'Europa di Guido Reni

Il profumo del campionato è quello di Europa. L'Europa annusata fino a marzo, anzi fino al recupero con il Cagliari che ci aveva momentaneamente issato in sesta posizione in classifica, anche se era già chiaro che il ritmo infernale delle partite ogni 3 giorni avrebbe finito per far risalire Milan e Napoli decisamente più attrezzate di noi per il nuovo scenario.

Alla fine ci siamo andati abbastanza lontani, ma forse è meglio così, ce lo confermano gli esperti di mitologia, che dicono che Europa era una bellezza rapita da Zeus sotto forma di toro bianco e da lui posseduta sull'isola di Creta. Guido Reni la rappresenta come una donna dai capelli rossicci, magari non esattamente il nostro canone odierno di bellezza, ma tale da far perdere la testa. Come sarebbe stato fare i preliminari in (con) Europa? Forse uno sforzo inutile, da pagarsi inevitabilmente in campionato. Meglio allora averla solo annusata. La nostra Europa, per il momento, è una donna che l'assessore Cangini alias Paolo Cevoli definirebbe come una "profumaia". Quella insomma che te la fa desiderare ma non te la dà. Quindi o te la prendi con la forza, come Zeus, ma oggi ci sono leggi un po' severe in materia, oppure meglio aspettare di essere pronti alla conquista, ovvero quando, ce lo auguriamo, avremo piantato le radici in serie A.

Udito

Mario Balotelli

L'udito del campionato è facile: è il super-udito di Mario Balotelli in grado di captare bionicamente l'ululato di uno spettatore in mezzo a qualche migliaio di fischi. Abbiamo passato la solita settimana sotto i riflettori della gogna mediatica e, va detta la verità, gran parte del merito va data a Castellini che, pur rappresentando a malapena solo se' stesso e certo non la tifoseria gialloblu, ha perso l'ennesima occasione per stare zitto.

Alla fine si è scoperto che il colpevole è un siciliano, con una chiusura del caso che lascia perplessi almeno quanto la sua montatura. Siccome siamo tutti consapevoli di non vivere nel voltairiano migliore dei mondi possibili, è altamente probabile che a inveire contro Balotelli siano stati anche altri e non solo il girgentano. L'unica cosa certa è che si tratta di un numero esiguo che, seppur non trascurabile, non ci deve far vergognare o giustificare di essere veronesi. Pertanto, quando Marco Malvaldi, nel suo saggio Per ridere aggiungere acqua, scrive che la tifoseria del Verona "è risaputamente una delle più becere e agghiaccianti accolite di tifosi di calcio del mondo", a parte chiederci se abbia appena ingerito il dizionario Devoto-Conte, verrebbe da ringraziarlo di tanto complimento. Visto che fatichiamo a tornare in Europa, entriamo direttamente nel guinness mondiale.

E' uno stereotipo a cui siamo abituati, e non serve a nulla ripetere che non si può fare di tutte le erbe un fascio, perché quest'ultimo lemma - fascio - sarebbe subito strumentalizzato. Mettiamola così, ci siamo fatti tutti una grassa risata nel leggere il comunicato del giudice sportivo che citava, come attenuante agli ululati razzisti, lo sportivo applauso del resto dello stadio a Balotelli. Non c'è nemmeno più gusto a prendere per il culo. Tutto è bene quel che finisce bene, fino al prossimo luogo comune, fino al prossimo ululato. Ne sentiremo ancora molte su Verona razzista, l'udito serve a questo.

Tatto

La Venere di Milo

La sensazione tattile del campionato è la carezza di Zaccagni al pallone nell'azione che aveva portato Faraoni a insaccare il gol del pareggio contro il Napoli. Abbiamo vissuto in quel momento sulla nostra pelle l'assurdità delle nuove regole sul fallo di mano, quelle per cui se un giocatore ha le braccia e le mani è - per definizione - un giocatore innaturale. Zaccagni avrebbe dovuto spalmarsi per terra invece di ammortizzare lo scivolone appoggiando una mano. Crozza in versione Pivetti direbbe: "Ma che filibustiere!". Le nuove regole impongono come giocatore modello del futuro la Venere di Milo. Nessuna possibilità di commettere fallo di mano.

Che fosse un campionato strano ce ne eravamo accorti da subito, per la precisione dal minuto 6 della seconda partita del campionato di serie A, quando fu assegnato alla Fiorentina un rigore per fallo di mano di Zielinski, in possesso di palla, mentre Castrovilli da dietro, nel tentativo di stuprarlo, gli spostava la palla su un braccio. Io credevo fosse punizione per il Napoli, invece tutti ci hanno spiegato che era rigore sacrosanto per la Viola. Dopo il lockdown, i casi di rigori per falli di mano si sono pure amplificati, forse gli arbitri sono stati più severi perché i giocatori, questi incorreggibili portatori sani di braccia, toccavano il pallone con le mani senza essersele igienizzate.

Vista

L'arbitro Valeri al VAR'

Questo campionato sarà ricordato per l'assenza di vista arbitrale, per l'esaltazione del Video Assistance Referee al ruolo di surrogato visivo dell'arbitro. Anzi, la VAR come sineddoche dell'arbitro, l'analisi dell'addetto al VAR come riassunto di una partita di calcio.

Come per il fallo di mano, c'è poco da stare allegri, fintanto che le regole vengono stilate da chi non ha mai giocato a calcio e non ha cognizione di cos'è un gesto atletico, di come si corre con la palla, di come si interviene in tackle, o di come si usano le braccia in uno stacco aereo. Alla moviola, ogni contrasto di gioco sembra un attentato alla vita. Ecco allora le espulsioni di Stepinski e di Amrabat con il Milan, e di Borini con il Cagliari. Se rallenti il filmato sembra che ci fosse il tempo per fermare la gamba, per evitare il contatto, e quindi che il fallo sia intenzionale e violento. La classe arbitrale (si chiama così perché sono tutti ripetenti?) non ha ancora capito che c'è una sottile differenza fra un'azione di calcio e un cartone di Holly e Benji dove un'entrata in scivolata dura 4 puntate e faresti in tempo ad evacuare lo stadio in rigoroso ordine alfabetico prima di arrivare sulla caviglia dell'avversario.

Non parliamo poi dei fuorigioco millimetrici, della spalla che proietta l'ombra oltre il piede, degli incroci molecolari, tutte masturbazioni cerebrali che affondano nel concetto di elasticità del pallone. Ci vorrebbe un fisico balistico ogni volta per stabilire esattamente quando il pallone si stacca dal piede. Invece di dare 300 rigori in un campionato, non sarebbe più bello convalidare i gol su azione quando ancora esiste un ragionevole dubbio sulla bontà della posizione dell'attaccante? Per anni Biscardi ci ha massacrato gli zebedei con il suo slogan "Moviola in campo". Ora che ce l'hanno davvero messa, abbiamo tutti una voglia matta di tornare all'errore arbitrale. Quando fatto per semplice limite del campo visivo umano, o per schietta incapacità, è accettabile. Lo vedremmo di buon grado.



Paolo




Hellastory, 13/08/2020

DAI CHE STAVOLTA SI FA SUL SERIO. FORSE


Il calcio seriale di questo fine campionato è stato più appassionante del previsto. Merito del Verona che ha messo in difficoltà qualunque avversario incontrato, giocando con ardore e tanta voglia di divertirsi. All'inizio, alcuni esperti (...) hanno voluto aggiungere obiettivi ambiziosi, come la conquista di un posto UEFA, ma è chiaro che, alla lunga, la differenza di organico rispetto a Roma, Napoli e Milan è venuta fuori. Non importa. Non credo affatto che fosse un reale traguardo stagionale per una neopromossa, nemmeno in periodo pre-Covid come aveva ventilato sorridendo sornione Juric, per una società piuttosto fragile che sta cercando di trovare una dimensione accettabile. Magari è stato un semplice spunto giornalistico per alzare l'asticella quotidiana... delle proprie vendite. Cosa della quale, francamente, non avevano alcun bisogno i gialloblù, già sufficientemente motivati di loro. Nemmeno il confronto con la splendida stagione di Mandorlini, Toni e Iturbe e i suoi 54 punti finali regge il confronto con la situazione attuale. Quello fu il bagliore di uno spettacolo al di fuori della nostra portata, impossibile da sostenere. E anche l'inizio del declino. Oggi invece si stanno gettando le basi per un percorso credibile e, mi auguro di cuore, sostenibile.

[continua]
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