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HELLAS VERONA / Assolo

GIOCATTOLI

Il bambino prende in mano la cosa come se fosse un panino gigante e la osserva con attenzione perché sembra proprio vera: è una vettura cabrio ultimo modello pluri-accessoriata in perfetta scala 1:100 rigorosamente made in China. La capovolge, la sbatacchia un po' e vorrebbe addirittura montarci sopra. Se solo c'entrasse.

Poi arriva il padre allarmato dall'uso improprio che ne vorrebbe fare il piccolo già pronto al lancio: deve assolutamente ammortizzare il costo pazzesco del giocattolo e protegge così il suo investimento. Più dura, più ha un senso la sua stupidaggine. Sempre che un giocattolo abbia un senso. Il bambino, che è più sveglio del padre, scopre la levetta e così la cosa prende vita e diventa un mostro: si accendono i fanali, romba assordante il motore, cominciano a correre impazzite le ruote. Vrommm. Urletto di gioia del piccolo, grugnito di disgusto del genitore: più casino fa e più è fico, pare. Il padre accompagna delicatamente la macchina a terra e questa, finalmente libera, comincia a correre veloce per tutta la stanza potente e sicura di sé. Il padre abbandona la cameretta soddisfatto, il bambino lo segue annoiato. E la macchina dà inizio alla sua stupida missione esistenziale nell'universo confuso dell'appartamento. Proprio come accade ad un uomo qualunque.

Appena ti svegli alla mattina cominci a fare lo stesso grande casino: accendi fanali inutili per non apparire miope mentre invece sei completamente astigmatico e corri ovunque ti capita, motivato dalla tua personale rotta di navigazione, travolgendo tutti i giocattoli che ti si presentano davanti. Esseri inferiori a te di dimensione e di prospettive. Del resto sono solo sciocchi soldatini, insulse figurine e consumati abiti da sera sparpagliati a terra di quella poco di buono di Barbie, che va in giro sempre mezza nuda per casa. Chi si crede di essere?

Ma io, giustificato dalla potenza del mio motore e rassicurato dal rombo infernale che faccio comincio la sperimentazione. Ne ho pieno diritto. Allora giù veloce lungo Rue Tin Tin, mi infilo nel traffico di gambe di sedie, vasi di piante, caviglie umane e spigoli di mobili intorno a Place Obelix, e poi arrivo a sfiorare il terribile quartiere Belfagor che a quest'ora del giorno è ancora visitabile e non mette molta paura. Veloce, sicuro di me, senza freni inibitori. Così come l' uomo che accumula senza sosta, desidera l'impossibile e si prepara ogni giorno a conquistare l'ignoto, perdendo però di vista il noto che ha di fronte a sè. Ma chi se ne frega.

L'auto sterza, allunga, piroetta. E poi si schianta contro la parete della camera. Che cosa ci fa questo affare qui di fronte a me? Arretra, prende la rincorsa, va su di giri e ci prova nuovamente. Bummm. Niente anche stavolta, la parete non si scosta di un millimetro. MA IO DEVO PASSARE! Calma, ripetiamo di nuovo l'operazione, e con metodo (il metodo è tutto nella vita): retromarcia, rincorsa, sfondamento. Niente da fare. Forse non hai capito, bella, qui uno di noi due è di troppo, e quello non sono certo io che ho perfino il motore. La cosa va avanti all'infinito o fino a che non arriva il padre a modificare il percorso iniziale e a porre fine al rumore assordante che fanno i miei nervi scoperti. Qualcuno è mai riuscito a capire il significato di queste stramaledette pareti che separano la città-appartamento e limitano la mia libertà di espressione e navigazione?

Sono stupide e anche inutili come la neve che d'inverno copre le strade, come il mare che talvolta va fuori di testa e  distrugge tutto ciò che trova, come il freddo, il caldo, il sole e la pioggia. Sono inutili come le parole degli educatori, le esperienze che ho già avuto, la storia passata. Sono inutili come i veri significati del mio essere giocattolo motorizzato e per questo evoluto e in possesso di un ruolo primario e assoluto. Sono IO il riconosciuto (da me) padrone del mondo circostante. Non per vantarmi, ovviamente.

L'uomo è necessità di sé e basta. Il cervello, gli occhi e il cuore che ha rispondono solo al suo particolare egoismo. Organi assordati dal rumore che fa e dalla potenza che riesce a scaricare nelle ruote.

Più passa il tempo e più non cambia niente: stesso sterzare, stesso allungare per le vie dell'appartamento, stesso osare. Anche stesso muro però e stesso dispetto di prima: non mi lascia più in pace. Prima o poi me lo ritrovo sempre davanti. Come gli errori che si ripetono in continuazione: i piccoli e grandi omicidi di giocattoli inferiori e i tentativi frustrati di spazi inaccessibili appartenenti a una logica strutturale architettonica inconcepibile e quindi assolutamente inutile.

C'è un problema, però. L'arroganza e l'impertinenza del mostro dura il periodo di carica delle sue batterie. E poi all'improvviso tutto si ferma e tace riportando l'intero locale alla pace di prima. Finalmente, sussurra un soldatino schiacciato! L'automobile ha perduto l' energia e rimane lì immobile e insignificante in mezzo alla stanza come un panzer abbandonato nel deserto perché privo di benzina. Ora entrambi non nuocciono più a nessuno, il giocattolo e il carro armato. Anche gli uomini si fermano in questo modo, sparendo all'improvviso senza dare spiegazione di sé e senza nemmeno riceverne una decente in cambio. Insopportabili e rumorosi come i cattivi dei film oppure attoniti per non avere avuto il tempo di recitare una parte vera. La categoria peggiore, quest'ultima.

Noi siamo proprio come questi giocattoli a motore: abbiamo poche mosse a nostra disposizione ma anche tutta la faccia tosta del mondo. Non siamo neppure in grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, il nostro bene dal nostro male, il fastidio che dà il motore e il tempo che ci rimane. Sappiamo solo fare casino.

Potessimo davvero usare il cervello che crediamo di avere, metteremmo dei sensori ai nostri parafanghi per evitare gli ostacoli e le pareti di casa, ci accenderemmo solo quando serve e  cercheremmo di far divertire sul serio i nostri bambini. Non cambierebbe molto il tempo a nostra disposizione, ma almeno ci sentiremmo utili a qualcosa che non sia esclusivamente noi stessi. Cioè belle macchine in serie creatrici di niente.

NOTE. Esistono vari modi di raccontare le cose. Oggi ho sperimentato quello un po' nevrotico, visionario e piuttosto pessimista usato da certa letteratura francese che parte da Celine e arriva ai giorni nostri a Pennac (meravigliosi entrambi!). Certo, io non mi sono ancora iscritto alla loro illuminata università, ma i mostri che abbiamo costruito - i Robinson, gli Orchi Assassini e i Giocattoli di cui sopra - vogliono arrivare tutti allo stesso posto: rallentiamo qualche volta la nostra corsa e guadiamoci intorno, magari riusciremo a evitare le pareti che ci circondano. Anche perché non siamo in gara con altri che con noi stessi. E arrivare secondi, è proprio da coglioni.

Ah, dimenticavo il condimento musicale: ovviamente il violino jazz di Jean Luc Ponty (la sua versione di Autumn Leaves, di Prevert e Kosma, è veramente un'opera d'arte): stessa scuola, stessa Parigi, stessa tragicomica umanità. Au revoir.

Massimo



Hellastory, 15/02/2005
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