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HELLAS VERONA / Assolo

IL GIULIO CESARE

L'antefatto è noto a tutti: sette senatori romani, preoccupati del fatto che Giulio Cesare volesse fare di se stesso il sovrano assoluto di Roma, congiurano la sua morte alle Idi di Marzo. Il piano riesce perfettamente anche se le intenzioni del grande non erano proprio quelle da loro ipotizzate. A questo punto, occorre affrontare la piazza: qualcuno deve avere il coraggio di spiegare prima e giustificare poi l' omicidio di Stato al popolo romano e lo deve fare al Foro, di fronte a tutti.

Cassio, il congiurato più avveduto, ha qualche preoccupazione ma Bruto, figliastro di Cesare, lo rassicura contando molto sull'importanza delle motivazioni di fondo. Ci penserà lui a convincere Roma. La fonte delle sue inquietudini si materializza nella figura di Antonio, uomo di Cesare accorso al suo capezzale, che chiede di parlare alla folla dopo Bruto. Shakespeare scriverà per lui il più grande discorso della storia della letteratura e decreterà, di conseguenza, la fine dei congiurati. Il tutto in sole quattro mosse.

Premessa d'obbligo: dopo le sue spiegazioni politiche, Bruto viene acclamato dalla folla. E' stato giusto uccidere Cesare, il più grande romano di sempre, «per il bene di Roma». Tutti hanno compreso il messaggio e eleggono su due piedi Bruto come salvatore della patria.

Ma adesso tocca ad Antonio che porta in scena il cadavere di Cesare coperto da un lenzuolo. Lui sa esattamente come comportarsi e cosa deve fare. L'inizio deve essere lento, sofferto e molto tattico. Regola numero uno: mai contraddire il predecessore e mettersi in contrasto con la folla che lo ha appena applaudito. «Io sono qui per dare sepoltura a Cesare, non già per farne le lodi». Questo approccio crea curiosità e disponibilità.

Segue la regola numero due: lusingare il predecessore. «V'ha detto il nobile Bruto che Cesare era uomo ambizioso di potere: se tale era, fu certo grave colpa, ed egli gravemente l'ha scontata. Perché Bruto è uomo d'onore e Bruto dice ch'egli era ambizioso. E Bruto è certamente uomo d'onore». A questo punto ha in pugno sia l'attenzione della folla che quella dei suoi avversari. Nessuno sa esattamente dove vuole andare a parare, ma qualcuno abbassa le difese. Ad Antonio non rimane che ipnotizzare l'assise ripetendo il medesimo concetto per 3 volte di seguito usando addirittura le medesime parole. Alla quarta volta, sterza improvvisamente e introduce un nuovo concetto: «Non sto parlando, no, per contraddire a ciò che ha detto Bruto…» perché, volevi forse contraddirlo? Si chiede qualcuno. E lui, imperterrito «Tutti lo amaste! Qual cagione vi trattiene allora dal compiangerlo?» Antonio ha infilato due stoccate micidiali: pone lui stesso come ipotetico antagonista di Bruto (ma con molto tatto) e introduce l'idea che forse Cesare dovrebbe essere compianto. Perché? Calma ragazzi, non è ancora giunto il momento. Anzi, è opportuno fare un passo indietro e legittimare nuovamente tutto e tutti, avversari e motivazioni comprese: «Oh amici, fosse stata mia intenzione eccitare le menti e i cuori vostri alla sollevazione ed alla rabbia, farei un torto a Bruto e un torto a Cassio. Non farò certo loro questo torto».

E arriviamo così alla regola numero tre: quando hai l'attenzione e la disponibilità all'ascolto da parte di tutti, senza alcun tipo di pregiudizio, tira fuori il tuo asso nella manica, quello che condurrà a te tutte le ragioni del mondo. «Ma ho con me una pergamena scritta, col sigillo di Cesare. L'ho rinvenuta nel suo ufficio. È il suo testamento» Il suo testamento? Perché, Cesare ha lasciato un testamento? E cosa ci ha scritto sopra, a chi ha lasciato le sue proprietà (che poi altro non sono che Roma stessa)? Antonio ha ottenuto così l'effetto di cambiare le carte in tavola di Bruto e le sue ragioni: dal motivo per il quale è stato giusto uccidere Cesare, si passa a quello di conoscere ciò che effettivamente voleva per sé e per i cittadini romani il grande uomo. La folla è ovviamente incuriosita e interessata. Ma lui fa melina. Finta melina. «Non è opportuno che voi conosciate fino a che punto Cesare vi amasse. E' bene non sappiate che suoi eredi siete tutti voi, perché, se lo sapeste, oh chi sa mai che cosa ne verrebbe. Fo torto, temo, agli uomini d'onore i cui pugnali hanno trafitto Cesare» Davvero? Siamo noi, il popolo, gli eredi di Cesare? Così tanto ci amava? E qualcuno è stato così bastardo da ucciderlo? Antonio, con molta abilità, pone tragicamente Bruto e gli altri cospiratori di fronte al loro misfatto. Li onora ancora in quanto uomini di onore, ma fa realizzare a tutti che sono anche degli assassini e dei traditori.

Attenzione: a nessuno venga in mente di valutare quel «uomini d'onore» come una presa in giro. Davvero, chi ha deciso di porre fine alla vita di Cesare, credeva nell'obbligo morale di doverlo fare per salvare Roma. Era una grande intenzione quella dei congiurati, ma era un'intenzione assolutamente sbagliata. Loro non sono dei criminali ambiziosi, non amano l'intrigo e il potere, sono solo degli sciocchi idealisti che non hanno compreso come stavano effettivamente le cose.

A questo punto, non rimane che la regola numero quattro: affondare senza pietà, ma sempre con astuzia e seduzione. «Mi costringete tutti a leggerlo? Allora fate cerchio intorno al cadavere di Cesare e lasciate che io scopra agli occhi vostri colui che ha fatto questo testamento. Se avete lacrime, Romani, preparatevi a spargerle» E scopre così la salma straziata di pugnalate raddoppiando l'effetto emotivo della folla. A questo punto il popolo ha davanti a sé il corpo del padre di Roma e non più il suo più grande nemico, il dittatore. «Oh, qual caduta, miei compatrioti, è stata quella! Tutti, in quell'istante, siamo caduti, mentre su di noi trionfava nel sangue il tradimento. Guardate qua!» Antonio legge il testamento e scatena la folla inferocita a bruciare le case dei congiurati costringendo Bruto e Cassio a fuggire da Roma e a organizzare in Asia un esercito repubblicano.

Semplicemente meraviglioso. In nessun altro modo Antonio, in quel momento senza alleati e con tutta la folla contro, sarebbe riuscito a vincere. Sette congiurati hanno ucciso un uomo, un uomo solo ha cacciato da Roma sette congiurati.

Il resto della storia è noto a tutti: Ottaviano, Antonio e Lepido formano il secondo triumvirato e affrontano gli assassini di Cesare a Filippi dove li sconfiggono definitivamente. Tra le liste di proscrizione c'è anche Cicerone.

I motivi per cui è nota questa splendida opera di Shakespeare non si limitano al famoso monologo di Antonio. Il «Giulio Cesare» pone alla nostra attenzione un problema davvero affascinante: ci sono «uomini d'onore» che dedicano tutta la loro vita – e quindi anche loro stessi – a una causa e per questa si immolano. Cesare, al corrente della congiura, affronta a testa alta il Senato perché «soltanto i vili muoion molte volte prima della loro morte, il valoroso solo una volta assapora la morte». Bruto uccide Cesare al grido:»pace, liberazione, libertà!». Antonio, vincitore della battaglia, trova Bruto ucciso (o suicida) e spende importanti parole al cospetto del suo cadavere: «Che di tutti loro fu il Romano di gran lunga il più nobile…nobile è stata la sua vita e in lui Natura sì armoniosamente aveva mescolato i suoi elementi, da ergersi e proclamare al mondo: questo fu un uomo!». Antonio, a sua volta, verrà ucciso da Ottaviano in Egitto (la faccenda Cleopatra) e diverrà successivamente Cesare Ottaviano Augusto, il successore ideale di Cesare. Ma questa è un'altra storia.

Il messaggio del grande bardo inglese è impegnativo ma lungimirante: vale sempre la pena di vivere per qualcosa di importante e di definitivo, indipendentemente dall'esito finale. Dobbiamo sempre cercare qualcosa che dia un senso a ciò che facciamo, persino alla nostra vita. In fondo, qualcosa per cui meritiamo di essere ricordati.

Massimo



Hellastory, 09/06/2005
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