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Speciale 50 Anni di Bentegodi su Hellastory.net

Terza parte: 1963-1985, gli anni d'oro del Bentegodi

Riassumere e raccontare i cinquant'anni di vita del Bentegodi in poche pagine non è certo un'impresa da poco. Inevitabilmente la storia di questo "contenitore sportivo" è legata a doppio filo con le gesta del nostro Verona e quindi per forza di cose da lì bisogna partire.

Come si è detto precedentemente, il nuovo Stadio Bentegodi venne costruito con l'auspicio di vedere finalmente la squadra della città veleggiare saldamente nel maggior campionato.

All'epoca il Verona si era dovuto accontentare di una sola stagione in serie A e poi di tanti tentativi di emergere dalla serie cadetta con la massima serie solo sfiorata in qualche occasione. Le cose migliorano sensibilmente con l'arrivo di Saverio Garonzi quando il Bentegodi non ha nemmeno un anno di vita. Nel giro di quattro stagioni, nel 1967-68, il Verona viene promosso in A e il Bentegodi può effettivamente svolgere per un decennio quasi ininterrotto il lavoro per il quale è stato costruito: ospitare un pubblico da serie A per partite di serie A.

Per dieci anni la vita del Bentegodi scorre serena, il Verona è stabilmente in serie A, qualche anno più tribolato qualche altro un po' meno, poi si inciampa in una telefonata e si riparte dalla B ma subito si riprende da dove si aveva lasciato. Il vecchio stadio viene ricordato sempre con una punta di malinconia ma, ora che la presunta maledizione del nuovo Bentegodi è passata e l'entusiasmo popolare in quegli anni '70 è alle stelle, anche Verona riesce ad affermarsi nel calcio che conta in una cornice di tutto rispetto, con un pubblico che si fa via via sempre più caldo e vivace.

Qualche fatto particolare ogni tanto sconvolge la vita del Bentegodi, come ad esempio quella volta che il terzino del Lecco Facca viene colpito da una scheggia di una bottiglietta scagliata dalle tribune sulla recinzione del fossato lasciandoci tristemente un occhio e la carriera. Il fatto determina anche la prima squalifica del campo per il Bentegodi, quattro giornate proprio a cavallo della promozione in A nel 1968.

Qualche anno dopo è un altro il giocatore che termina la carriera al Bentegodi ma questa è una storia di tutt'altro tenore rispetto alla precedente: si tratta infatti dell'addio al calcio del mitico Bobby Charlton, celebrato in Verona - Manchester United il 2 maggio del 1974, match valido per il girone del torneo Anglo-Italiano.

Degno di nota, e si ripiomba nella cronaca nera, anche quel che successe a fine anni '70, con il giallo di "una bomba allo stadio" (vedi Carl Attacks Una Bomba allo Stadio). Il 20 marzo 1977 in un Verona-Juventus da tutto esaurito viene lanciata sulla pista d'atletica una bomba a mano SRCM dell'esercito. La bomba non esplode per una sicura difettosa e il fatto passò in sordina fino alla fine della gara evitando così di generare il panico tra il pubblico. Durante la partita la bomba venne coperta con un materasso per il salto e per fortuna filò tutto liscio.

Dicevamo degli oltre quarantamila spettatori di quel Verona-Juventus di fine anni '70. Simili cifre di spettatori il Bentegodi le raccoglieva all'epoca solo nelle partite particolari, ovvero quelle contro le squadre più importanti del campionato.

Se andiamo a vedere le medie delle presenze del Bentegodi dalla fine degli anni '60 (vedi Carl Attacks "Bentegodi" che Passione!), si noterà che all'incirca fino alla fine dell'era Garonzi (1978-79) le medie spettatori vanno dalle 20.000 alle 28.000 presenze per poi calare drasticamente negli anni di serie B che precedono il ciclo di Bagnoli.

Nelle partite di grido quindi c'è il tutto esaurito ma negli altri incontri le presenze possono rasentare anche i 10.000 presenti, abbonati compresi. Nelle gare contro le varie Juventus-Milan-Inter degli anni '60 e '70 c'è poi una particolarità: il Bentegodi è stracolmo ma la maggior parte del pubblico è composto da tifosi della squadra avversaria, comprese alcune parti della curva.

Per fare un esempio, nel famoso Verona-Milan 5-3 del 20 maggio '73, gli spettatori sono 40.049 ma le cronache parlano di un muro rossonero giunto a Verona con l'illusione di festeggiare lo scudetto. A colpo d'occhio c'è solo uno spicchio di curva sud dipinto di giallo e blu, quello occupato dalle Brigate, nate solo da un anno e mezzo.

Curva rossonera al Bentegodi
Come appariva il Bentegodi in quel famoso 20 maggio '73 con le Brigate praticamente circondate. Un fenomeno che durerà ancora pochi anni.

Sarà solo con l'inizio dell'era Bagnoli che Verona prenderà effettivamente e consapevolmente possesso del proprio stadio, anche nelle partite contro le strisciate. Le medie spettatori dal primo anno di A 1982-83 schizzano subito oltre le 30.000 e per 7 stagioni non scenderanno mai sotto le 25.000 presenze. L'anno che il Bentegodi visse la splendida cavalcata del trionfo gialloblu la media di spettatori fa paura: 40.111 presenze col picco in Verona-Avellino, la partita della festa Scudetto con 45.860 presenti. Il dato medio è particolarmente impressionante se si pensa a quanto è stato spremuto il Bentegodi in quella stagione visto che la capienza ufficiale dell'impianto all'epoca era di 40-42.000 posti (stretti, anche in piedi). Nel 1984-85 abbiamo diverse partite da "tutto esaurito" ma il conteggio ufficiale di paganti + abbonati parlava sempre di circa 41-42.000 spettatori.

Tuttavia stiamo parlando di presenze "ufficiali" perché a quell'epoca (e fino a una decina di anni fa) i controlli all'ingresso erano più o meno "rilassati" e, a parte la gente che riusciva ad entrare senza biglietto della quale ovviamente non v'è traccia, si assisteva anche ad una specie di "over-booking" sui biglietti, sia quelli liberi ma anche di quelli numerati. Indicatore di quanta gente "in più" ci fosse alla partita erano le schiere di persone che assistevano alla partita stando in piedi in parterre, nelle tribune e nei numerati. In una di queste occasioni da tutto esaurito, ad esempio, Verona-Roma del 23 gennaio '83, il tabellino ufficiale parla di "record d'incassi" e di 42.514 spettatori, tuttavia nel corso della settimana successiva venne ricalcolato il numero dei biglietti venduti e il dato riportato sulla stampa locale nei giorni successivi fu sconcertante: 38.767 paganti e 9.129 abbonati, per un totale quindi di 47.896 spettatori. Vuol dire almeno 6.000 persone oltre la capienza definita come massima!

Quel Verona-Roma sancisce il record assoluto di presenze a Verona per una partita di calcio.

Verona-Roma '82
Verona-Roma '83 , il volo di Torresin e tifosi assiepati sugli spalti a riempire ogni spazio libero. Si notino quanti erano costretti a rimanere in piedi, in parterre, in tribuna e nei distinti.

Parlare di queste cose nel 2013 sembra veramente ridicolo, con tutti i posti numerati in cui è obbligatorio star seduti, con i regolamenti dello stadio, con i tornelli all'ingresso, tessere del tifoso, mille documenti da presentare all'ingresso e altri mille controlli da superare.

In quegli anni il Marc'Antonio Bentegodi, poco più che ventenne, viveva l'apice della propria gloria. In certe partite anni '80 non entrava più nemmeno uno spillo e per conquistare un posto in curva bisognava arrivare con ore d'anticipo sull'inizio della gara.

In questi primi due decenni di vita il Bentegodi subì diverse risistemate. I vari settori vengono riorganizzati a più riprese, spesso più per esigenze di botteghino che per altro. Le parterre negli anni '70 erano divise in due, la parte centrale era "tribuna centrale non numerata" e quella sotto la curva "curva di parterre", poi il settore venne unificato all'inizio degli anni '80 con prezzi popolari. La tribuna tra la gradinata e il parterre era anch'essa divisa in tre settori, "centrale, curva e laterale", quest'ultima accorpata poi alla centrale negli anni '80. In quel settore nella stagione 83-84 vennero tolte le seggiole di ferro con seduta "basculante", vennero creati i gradini in cemento e sistemati i seggiolini di plastica bianchi.

Nel 83-84, dopo lungo travaglio, alla vigilia di Pasqua per Verona-Torino, viene inaugurato il tabellone elettronico che accompagnerà i tifosi con le formazioni, i GOAL a caratteri cubitali e le oramai storiche pubblicità per i successivi cinque anni, prima sopra la curva sud e poi sopra la nord.

Nuovo tabellone elettronico
Verona-Torino, la Sud esulta al pareggio di Fanna sotto il nuovo tabellone elettronico.

Sempre nei primi anni '80 vengono demoliti i vecchi bigonci esterni che si trovavano sotto la nord e la sud per sostituirli con le attuali biglietterie inglobate nella recinzione dello stadio e nel 83-84 vengono creati quattro corridoi che dall'esterno portano direttamente in parterre, evitando così possibili cambi di settore una volta entrati dai cancelli.

Nell'84-85, per una sola stagione, venne unito il settore di distinti est e di curva nord e vengono messe le poltroncine nel settore di distinti ovest che da distinti di gradinata diventano distinti numerati. La stagione successiva le poltroncine arriveranno anche nei distinti est, tornati ad essere settore diviso dalla nord.

Come si vede, dal punto di vista strutturale, dal 1963 al 1985, il Bentegodi rimane pressoché immutato, Qualche piccolo ritocco qua e là ma niente di così importante da mutarne l'identità.

Il Bentegodi nel novembre 1986
Il Bentegodi nel novembre 1986, poco prima dell'ampliamento. Si notino i nuovi seggiolini bianchi in est e l'inferriata che divide la nord, inaugurata l'anno precedente per contenere i tifosi del Paok.

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SETTI PRIGIONIERO DI SE STESSO


Tutto come prima, ma peggio di prima. Il Verona ha valutato che la scelta Grosso è ancora la migliore possibile. Questo lascia sconcertati i tifosi gialloblu che vedono polverizzarsi le speranze di riprendere la corsa della classifica con una squadra allo sbando a seguito di un'involuzione tanto preoccupante quanto senza sbocchi. Il problema di fondo è che, nella valutazione societaria, non esistono alternative a Grosso. Quali sono allora i lacci che imbrigliano la libertà di scelta di Setti? Innanzitutto quella di aver affidato baracca e burattini a D'Amico che ha voluto in estate (e difeso con argomentazioni francamente imbarazzanti) il suo vecchio amico in panchina. Ma chi è questo D'Amico? che esperienza ha? perché affidarsi a lui per un così complesso progetto di rilancio? Esonerare il mister significa inevitabilmente sfiduciare Setti, il suo direttore sportivo e il valore di gran parte della rosa (blocco Bari e Perugia) assemblata per rendere più agevole l'aggregazione. Qui non si tratta quindi solo di cambiare un allenatore, si tratta di mettere in discussione l'intero progetto che prevede: 1) contenimento dei costi dirigenziali (D'Amico), 2) ringiovanimento della rosa, 3) ruolo decisionale accentrato nel presidente. Nel Verona attuale manca infatti un direttore generale (sulla cui necessità si era espresso favorevolmente persino Fusco) che sia la sintesi tra la componente societaria, quella tecnica e la comunicazione (media, terzi e tifosi) e di un direttore sportivo autorevole nei rapporti tra allenatore e spogliatoio (la gestione del caso Pazzini su tutti). In più, abbiamo una rosa lunga, piena di giovani ma anche di giocatori che non riescono a dare il loro reale contributo perché impiegati male. Non si tratta quindi di valutare un cambiamento in panchina nell'ambito di una struttura dirigenziale consolidata ed affidabile, ma di ammettere che gran parte delle scelte fatte finora sono errate. Setti ha già dimostrato di non essere un decisionista (certi errori del passato non si dimenticano), e non ha neppure interlocutori terzi e di spessore che lo possano consigliare. E' rimasto solo col suo progetto, prigioniero di se stesso.

[continua]
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