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Speciale 50 Anni di Bentegodi su Hellastory.net

Prima parte: Il «vecio Bentegodi» non basta più

Siamo nell'anno di grazia 1957, il Verona di Piccioli centra la prima promozione della sua cinquantenaria storia in serie A. L'entusiasmo della città è alle stelle e si manifesta nell'unica maniera possibile all'epoca, quando non essendoci ovviamente le dirette tv, i tifosi accorrevano numerosissimi ad affollare le gradinate dello stadio Marcantonio Bentegodi.

Come ogni appassionato tifoso del Verona sa, lo stadio Bentegodi si trovava vicino a Piazza Cittadella, in via Cesare Battisti, dove attualmente si trova il parcheggio Arena. La costruzione era sorta nel 1910 per espressa volontà del dott. Marcantonio Bentegodi benefattore e pioniere dello sport scaligero. Uno stadio, o stadium come si diceva all'epoca, pensato per l'atletica e per il ciclismo, solo successivamente adattato al gioco del calcio. Il Verona in quello stadio però non ci arriva subito. Precedentemente la squadra giocava nel campo di proprietà, in Borgo Venezia. Solo nel 1933 si trova l'accordo con il comune e la Bentegodi per usufruire dell'impianto sportivo, sicuramente più accogliente e attrezzato di quello che stava poco distante da Porta Vescovo.

Il Vecchio Bentegodi
Un'immagine del vecchio Bentegodi. Al posto della tribuna coperta sorge il palazzo INPS mentre dove c'è il campo ora c'è il parcheggio Arena

Al vecchio Bentegodi il Verona gioca circa 25 stagioni, con fortune alterne. I tifosi accorrono qualche anno numerosi e qualche anno un po' meno, lo stadio viene sviluppato e ampliato e poi ancora leggermente ridimensionato  fino ai 14.000 posti nominali e 20.000 effettivi al momento della demolizione.

Quell'anno di cui parlavamo in apertura, il 1957, a vedere le gesta di quel grande Verona finalmente in serie A, le presenze erano arrivate ai massimi storici, come è ovvio che fosse, visto che si giocava nella vetrina del calcio italiano contro squadre di calibro ben superiore a quelle a cui si era abituati da più di vent'anni, cioè da quando erano stati riorganizzati i campionati.

Proprio quell'anno la "situazione stadio" era diventata definitivamente insostenibile.

Troppe persone tutte assiepate in uno stadio di vecchia concezione, troppo vicino al centro storico, troppe auto tutte assieme per quelle strade strette. La città cominciava a soffrire veramente la presenza di quell'impianto.

Si coglie la palla al balzo e si comincia a valutare il da farsi. In realtà giù durante gli anni '30 si pensava di poter creare un nuovo impianto in Borgo Roma ma poi il progetto venne praticamente ridimensionato al minimo a causa dello scoppio della guerra e non se ne fece più nulla. L'idea di spostare lo stadio non è mai stata accantonata definitivamente e mentre nel '48 nasce e muore subito l'idea di un nuovo centro sportivo "in busa" tra Porta Palio e Porta San Zeno (vedi Carl's Attack "El muro l'è cascà par gnente") , ad inizio anni '50, con la redazione del nuovo piano regolatore, si definisce la zona della Spianà come nuova ubicazione di "impianti sportivi".

L'occasione per la città, e per la politica dell'epoca, è ghiotta: costruire un impianto ex novo, fuori dalla città e con l'occasione liberare un importante lotto in centro, a due passi dall'Arena. Vi ricorda una qualche situazione attuale? Aspettate a dirlo, il bello deve ancora venire.

Definita già da qualche anno la posizione di massima che dovrà avere il nuovo impianto, ad inizio del 1957 il comune inizia le trattative per l'acquisto dei terreni dai vari proprietari della zona denominata "Albere". Contestualmente si procede all'ultimo ampliamento del vecchio Bentegodi aggiungendo circa 8.000 posti sacrificando la pista di atletica. Tale pista infatti non venne mai ufficialmente omologata per le gare a causa di un difetto di progettazione sulle curve quindi, tanto valeva occupare tutto lo spazio possibile per far fronte all'imminente campionato di Serie A. La capienza del Bentegodi arriva a sfiorare i 25.000 posti, un po' stretti, ma in qualche maniera ci si stava.

Il Piano Regolatore di inizio anni '50
Il piano regolatore cittadino di inizio anni '50 con la "nuova Zona Sportiva" e, tratteggiata, la rete viaria tangenziale

Tre anni dopo, nel 1960, si procede con la vendita del pregiato terreno tra Corso Porta Nuova e via Battisti. L'acquirente sarà l'INPS che vi costruirà tra l'altro anche gli attuali uffici che sorgono esattamente dove una volta c'era una tribuna.

Praticando il classico "conto della serva", l'idea dei politici nostrani è quasi geniale: con i soldi ricavati dalla cessione dell'area del vecchio stadio ci costruiamo lo stadio nuovo: 500.000.000 di lire entrano, 500.000.000 di lire escono.

Come è facilmente intuibile, non andrà proprio in questa maniera.

Ci si scontra subito con le clausole contrattuali pretese dai compratori: entro due anni l'area del vecchio Bentegodi deve essere liberata. Di conseguenza la fretta di avere il nuovo impianto pronto aumenta all'improvviso perché si rischia di far rimanere la squadra senza un terreno adatto alla categoria.

Man mano che il tempo passa si cominciano a delineare i vari aspetti dell'operazione. Si apprende che lo stadio va fatto secondo la vigente normativa del CONI e che il CONI "caldeggia" che venga accettato dall'amministrazione comunale il progetto preparato da due architetti romani, uomini di fiducia del CONI stesso. Qualcuno a questo punto spera che il CONI possa sovvenzionare in qualche misura la costruzione dello stadio ma non se ne parla: mentre a Roma il CONI spende e spande per le olimpiadi del 1960, lo stadio di Verona se lo devono pagare interamente i veronesi, perché per il momento, di soldi, il CONI non ne ha più. Al massimo il CONI può concedere un mutuo ma questo si rivela presto a condizioni inaccessibili per il Comune di Verona. Per ricevere qualche aiuto concreto bisognerebbe attendere almeno fino al 1964 ma di tempo oramai non ce n'è più e quindi si decide di proseguire. Beffa in corso d'opera: il CONI aggiunge in un secondo momento un ulteriore progettista e il conto totale per i tre lievita ulteriormente a 14.000.000 lire.

Si arriva al punto in cui il consiglio comunale deve per forza, il 19 febbraio 1960, approvare il progetto definitivo dello stadio altrimenti l'approvazione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici non arriverà in tempo. La seduta consigliare si protrae per ore, nel migliore costume nostrano, e viene rimessa in discussione tutta la faccenda. Viene rimesso in discussione la necessità di un nuovo stadio da 30.000 posti quando le presenze medie dell'ultimo campionato sono di 3.500 spettatori  mentre tra i consiglieri c'è chi sostiene che se i romani hanno costruito una Arena da 20.000 spettatori per una città di 20.000 abitanti, uno stadio da 30.000 per 200.000 abitanti è pienamente giustificato.

Si discute ancora sulla posizione dello stadio in Spianà, considerata zona "bassa" e soggetta alle nebbie ma il piano regolatore in realtà è stato approvato da anni e i terreni sono stati già acquistati. Anche il lotto dell'ex Bentegodi è stato già venduto con approvazione unanime del consiglio ma sembra che ci sia ancora qualche cosa su cui ridire. Qualcuno azzarda dicendo che la costruzione dello stadio valorizzerà di molto l'area residenziale che già in quegli anni stava nascendo tra il canale Camuzzoni e la Spianà. Esattamente il contrario di quanto si pensa al giorno d'oggi.

Di sicuro il tema che scalda più di tutti è quello economico: ci vogliono 500.000.000 per mettere in piedi lo stadio ma ce ne vorranno più di altrettanti per tutte le opere  complementari di urbanizzazione: strade, fognature, energia elettrica e rete viaria. Di tutto questo, nel progetto del nuovo Bentegodi presentato in consiglio, non si fa alcun cenno e si lascia tutto più o meno sottaciuto dato che contestualmente allo stadio, comincerà anche una massiccia edificazione residenziale. Alla fine i discorsi sono sempre i soliti: perché costruire uno stadio per pochi sportivi anziché case popolari per migliaia di famiglie? E perché, qualche altro controreplica, i veronesi devono praticare sport su campi di periferia mentre a Roma e in altre città possono disporre di campi comunali attrezzati con piste d'atletica e varie palestre annesse?

Alla fine di quel infuocato e combattuto consiglio comunale, dopo le arringhe finale del sindaco Zanotto e dell'assessore "agli sports" Gavagnin (che forse avevano sudato freddo pensando di non farcela), i voti favorevoli saranno 32 con soli 3 i contrari e il progetto viene approvato.

Il nuovo stadio Marcantonio Bentegodi ha inizio da qui.

Sovrapposizione del quartiere stadio
Sovrapposizione di una mappa di inizio anni '50 della zona di via Albere con l'attuale quartiere Stadio. Si noti come lo stadio venne inserito in una zona di aperta campagna.

Seconda parte: Il Nuovo Bentegodi è un Gioiello... Inarrivabile »

SETTI PRIGIONIERO DI SE STESSO


Tutto come prima, ma peggio di prima. Il Verona ha valutato che la scelta Grosso è ancora la migliore possibile. Questo lascia sconcertati i tifosi gialloblu che vedono polverizzarsi le speranze di riprendere la corsa della classifica con una squadra allo sbando a seguito di un'involuzione tanto preoccupante quanto senza sbocchi. Il problema di fondo è che, nella valutazione societaria, non esistono alternative a Grosso. Quali sono allora i lacci che imbrigliano la libertà di scelta di Setti? Innanzitutto quella di aver affidato baracca e burattini a D'Amico che ha voluto in estate (e difeso con argomentazioni francamente imbarazzanti) il suo vecchio amico in panchina. Ma chi è questo D'Amico? che esperienza ha? perché affidarsi a lui per un così complesso progetto di rilancio? Esonerare il mister significa inevitabilmente sfiduciare Setti, il suo direttore sportivo e il valore di gran parte della rosa (blocco Bari e Perugia) assemblata per rendere più agevole l'aggregazione. Qui non si tratta quindi solo di cambiare un allenatore, si tratta di mettere in discussione l'intero progetto che prevede: 1) contenimento dei costi dirigenziali (D'Amico), 2) ringiovanimento della rosa, 3) ruolo decisionale accentrato nel presidente. Nel Verona attuale manca infatti un direttore generale (sulla cui necessità si era espresso favorevolmente persino Fusco) che sia la sintesi tra la componente societaria, quella tecnica e la comunicazione (media, terzi e tifosi) e di un direttore sportivo autorevole nei rapporti tra allenatore e spogliatoio (la gestione del caso Pazzini su tutti). In più, abbiamo una rosa lunga, piena di giovani ma anche di giocatori che non riescono a dare il loro reale contributo perché impiegati male. Non si tratta quindi di valutare un cambiamento in panchina nell'ambito di una struttura dirigenziale consolidata ed affidabile, ma di ammettere che gran parte delle scelte fatte finora sono errate. Setti ha già dimostrato di non essere un decisionista (certi errori del passato non si dimenticano), e non ha neppure interlocutori terzi e di spessore che lo possano consigliare. E' rimasto solo col suo progetto, prigioniero di se stesso.

[continua]
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