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HELLAS VERONA

 
SASSUOLO 
Hellas Verona english presentation

1. "Suo figlio è intelligente ma non si applica"

 

La frase d'esordio tipica dei colloqui tra genitori di figli sfaticati e docenti indispettiti si addice bene all'anonima stagione gialloblù. Ho scritto anonima ma penso sia stata pessima, solo che mi sembra troppo duro come giudizio, considerando che comunque, anche se passando per gli esami di riparazione, siamo stati promossi. Il problema però è che il risultato non è tutto, e per goderselo davvero dipende molto anche da come ci si arriva. Per anni ho fatto la parte del figlio che studiava poco, che si barcamenava per quasi tutto l'anno scolastico e poi recuperava alla fine, sostenendo interrogazioni da ultima spiaggia su tutto il programma dopo notti insonni. Riuscivo in recuperi notevoli ma qualcosa da riparare a settembre restava sempre. E a settembre non sempre andava bene: sono stato promosso ma anche bocciato, perché a scuola, come nei play-off, nulla è scontato. Sarebbe sempre auspicabile guadagnarsi la promozione dando il massimo durante l'anno scolastico, se il massimo è sufficiente, sennò ci si gioca tutto lo stesso agli spareggi ma, quantomeno, i genitori non possono cazziarti e i tifosi non si sentono presi per il culo. Il Verona costruito da D'Amico era dotato di "buona intelligenza", non assortito benissimo (ma non si può essere bravissimi in tutte le materie) e non da primo della classe come per qualche tempo si era ventilato, ma assolutamente in grado di disputare un buon campionato e giocarsi la promozione diretta. Tuttavia, non è andata così. La stagione si è trascinata tra alti e bassi contraddistinta dalla noia, dal distacco, dallo "spleen" di uno studente svogliato che, anziché esaltare le proprie qualità, si lasciava cullare dall'onanismo sfrenato dei passaggi orizzontali, del possesso palla, del palleggio fine a sé stesso, coprendo i libri di sottolineature colorate per poi fare scena muta alle interrogazioni. Indisponente, inconsistente, strafottente nell'anteporre la forma alla sostanza, collezionatore compulsivo di tabellini degni del miglior Tafazzi con un possesso palla schiacciante a favore, ma con l'avversario di turno che riempiva le caselle "tiri in porta" e "gol fatti". Emblematiche in questo senso sconfitte come quella di Padova o come quelle casalinghe contro Lecce e Benevento. Ogni tanto un sussulto arrivava, a dimostrare che l'alunno non era uno stupido, ma poi subito si tornava alla noia dei ritmi blandi, tipici dei banchi in fondo all'aula, dove ci si specializza a sonnecchiare tenendo gli occhi aperti, facendo possesso palla con la palpebra alzata ma la pupilla svuotata di ogni legame con la realtà. Un Verona triste che ha giocato un calcio triste, senza sentimento, senza emozione, con l'animus pugnandi sostituito da una robotica esecuzione dello stesso copione in una lunga serie di repliche sempre ugualmente soporifere. Una squadra messa in campo alla stregua dello studente svogliato che si autoassolve nel mantra "ma io volevo fare un'altra scuola". Un Verona che doveva essere una corazzata e, in effetti, lo è stato: quella della "cagata pazzesca" di fantozziana memoria. Il riscatto all'esame di riparazione non è stato sufficiente, almeno per il sottoscritto, a dare un aspetto diverso ad una delle stagioni più scialbe che io ricordi da quando, e sono quasi 40 anni, seguo il Verona. Ho gioito per la promozione e con Aglietti ho visto l'intelligenza venire fuori, ma un mese di maggio a buoni livelli non può riscattarne otto incolori. Merito di Setti, il torneo scialbo e incolore intendo, non la promozione, quella è merito di Aglietti, dei giocatori e di una buona dose di fortuna. Affidare la squadra ad un allenatore "emergente" (termine che ormai è sinonimo di fighetti seguaci del tiki taka ad ogni costo, del torello e dell'orizzontalità come stile di vita) è già un azzardo se vuoi essere promosso, se poi di fronte a risultati scadenti, alla disaffezione dei tifosi per una squadra che non sa emozionare, non cambi in corsa al momento opportuno, diventa un atteggiamento ambiguo che può portare al "peccato" di pensar male: dirigenza incompetente (che è già grave) o addirittura connivente (che sarebbe gravissimo)? Non lo so, non credo che a restare in B ci si guadagni, quindi non me la sento di pensare così male, ma il comportamento masochistico di continuare con Grosso è davvero difficile da spiegare e, nella migliore delle ipotesi, tocca addirittura ringraziare il Livorno per aver tolto il salame dagli occhi del presidente, perché se quella partita disgraziatamente la vincevamo, ci giocavamo i play off con Grosso e con l'esito già scritto. Per me è andata di culo, perché se non c'è dubbio che Aglietti, con semplicità, pragmatismo e personalità nel gestire il gruppo, ha dato un senso al gioco del Verona, è anche vero che nel percorso verso la A abbiamo trovato le squadre più abbordabili (con la dipartita d'ufficio del Palermo a togliere di mezzo un avversario forse proibitivo) e anche qualche episodio favorevole. Per Setti non è la prima volta che il "fattore c" diventa determinante, buon per lui, e buon per noi che alla fine abbiamo festeggiato. Resta però la desolante sensazione di aver perso tempo a seguire partite talmente uguali e tristi che ad un certo punto, sono sincero, ho pure smesso di guardarle. Ammetto con amarezza che il feeling con il calcio si è rotto già da tempo e solo il Verona, per quello che mi rappresenta in termini personali più che sportivi, rappresenta l'ultimo legame con una roba che non so bene cosa sia diventata, ma di certo non è più il calcio di cui ero innamorato. Credetemi: non è questione di gioco bello o brutto, né tantomeno di risultati, altrimenti non sarei qui a dare un giudizio negativo alla stagione, la questione è più profonda ed è perfettamente rappresentata da gestioni societarie come quelle che sono diventate la norma anche a Verona, caratterizzate da un distacco sempre più marcato con la componente "popolare" del calcio che non consiste solo nei tifosi più accesi, ma comprende tutto l'ambiente di riferimento di una squadra di calcio. Quello che forse Setti non ha capito o fa finta di non capire, è che quando si acquista una società sportiva non basta far quadrare i conti per farsi rispettare dalla piazza e, in prospettiva dialettica, pensare solo a far quadrare i conti non significa avere rispetto della piazza. Il rispetto si guadagna condividendo la passione, coinvolgendo e lasciandosi coinvolgere. Una società sportiva è un patrimonio sensibile che va curato rispettandone la vocazione che, nel caso del Verona, è quella di essere una provinciale, di avere un bacino di interesse ristretto in termini di seguito, ma fortemente fidelizzato e profondamente legato a quell'ambiente, città e provincia, attraverso un'osmosi che dura da più di un secolo. Si possono comprare le società calcistiche (anche più di una contemporaneamente...) ma il loro vero patrimonio non è costituito dal titolo sportivo e non si compra con i soldi perché non è un cespite negoziabile. Qui mi fermo perché il ciglio del discorso è scosceso e la caduta nel retorico molto probabile, e anche perché, a forza di lamentarmi, sembra quasi che mi sia dimenticato che il Verona è tornato in serie A e che è giusto goderci questa promozione, sperando con tutto il cuore che non ce ne siano altre da festeggiare per molto tempo ancora. Tuttavia, sempre in linea con il parallelo tra scuola e campionato, l'anno prossimo ci sarà la maturità e non sono previsti esami di riparazione: ci sarà da studiare tanto, ma proprio tanto, per non essere bocciati. Un buon inizio potrebbe essere la riconferma di Aglietti che, come docente di ripetizione per rimandati, si è dimostrato all'altezza e piace allo studente e anche ai tifosi. Un segnale di apertura nei confronti di chi comunque ha sempre sostenuto la squadra, un segnale che non sarebbe una resa all'umore dei tifosi, ma solo una gradita dimostrazione di buon senso, il primo tassello per costruire qualcosa di solido senza affidarsi alle scommesse.



Davide




Hellastory, 10/06/2019

IMPRESSIONI DI SETTEMBRE


Il Verona di Juric sa soffrire. Ed è un ottimo punto di partenza. Nel frattempo, essendo arrivati a fine mese, prendiamo in prestito le parole di Rowland Robinson per il quale «i giorni di settembre hanno il calore dell'estate nelle loro ore più centrali, ma nelle sere che si allungano c'è il soffio profetico dell'autunno». E' proprio così. Dopo il vuoto ansiogeno di agosto, nel quale comandano i titoli del calciomercato e le salve sparate nel corso di amichevoli accomodanti, settembre ci consegna una quantità incredibile di informazioni. Il problema è che occorre provare a distinguere quelle utili che potrebbero farci scoprire segnali attendibili da quelle poco affidabili. È certo che settembre favorisce le neopromosse che puntano a colmare il gap tecnico con la condizione fisica e le rose che hanno cambiato poco durante l'estate sfruttando meccanismi rodati. Incontrare poi la Juventus a settembre, dopo il primo turno infrasettimanale di Champions League a Madrid, è sicuramente più agevole di metà novembre quando tutte le classifiche chiedono una risposta concreta. Questa situazione caotica, nella quale prevale un equilibrio così esasperato da consentire al Lecce di vincere a Torino e alla Spal di rimontare in casa la Lazio, è destinato a durare ancora poco. Ottobre è infatti il mese nel quale si paga pegno ed emergono i valori reali. Ma qualche spunto settembrino lo tratteniamo, anche per addolcire i momenti difficili che potremo incontrare.

[continua]
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