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6. Bene, bene bravi! Ma adesso Presidente?

 

Non c'è dubbio che Setti sappia come vincere i campionati di B. Piaccia o meno, la storia è dalla sua parte. Si potrà obiettare che ogni volta l'impresa appare sempre più difficile, con momenti di scoramento sempre più lunghi e con speranze di successo sempre più aleatorie. E' vero. Dal 2° posto dopo un lungo testa a testa con il Livorno del 2012-13, alla differenza reti col Frosinone del 2016-17, alla lunga rincorsa playoff odierna. La sua risposta è che "l'ultima è sempre la più bella". Corretto anche questo: più ripida è la scalata maggiore è l'emozione che premia. Diciamo, senza dubbio di smentita, che lui detiene la mediana della famosa statistica secondo cui non è affatto facile tornare immediatamente in serie A dopo la retrocessione. Soprattutto se in corsa c'è il Verona.

Il problema viene adesso. Setti è anche il presidente delle ultime 2 retrocessioni in B. E non è solo questione di rosa messa a disposizione (quella di Pecchia era scandalosa) o di tecnico alla guida (qualche perplessità rimane su Pecchia, ma Mandorlini e Delneri non sono gli ultimi arrivati). Aggiungo che il problema non sta neppure nel fatto che non è facile colmare il divario tecnico tra A e B soprattutto per una società con limitati mezzi a disposizione. E' la cattiva abitudine (per colpa del continuo saliscendi oramai una necessità) di ricominciare ogni anno tutto d'accapo che indebolisce di fatto il Verona. Ogni estate scopriamo un fenomeno in panchina e 14 o 15 giocatori diversi che impiegano mesi per sentirsi squadra, con un campionato che nel frattempo parte subito in salita. Ma se sei in serie A hai già bruciato metà delle chance di salvarti. Forse è anche per questo che Setti, incapace di dare continuità, non riesce a creare in A un gruppo in grado di difendersi. Attenzione però: non solo per salvarsi, ma anche per giocarsela con dignità. Nel 2015-16 è partito ultimo e lì è pacificamente rimasto. Due anni fa ha avuto la fortuna di trovare un avversario peggiore (Benevento) ma oltre il penultimo posto non è mai andato. In nessuna circostanza il Verona è riuscito a mettere in atto qualche misura capace di giustificare la propria permanenza in A. Spogliatoio scollato, dirigenza assente, squadra capace di tener testa alle prime in classifica e perdere poi tutti gli scontri diretti. La caratterialità, dimostrata più volte in B, svanisce regolarmente una volta acquisita la categoria superiore. Inutile sostenere che è difficile se poi non dai l'anima per difenderla. Credo che i tifosi dell'Empoli siano comunque orgogliosi del comportamento della propria squadra, al di là della retrocessione. Persino quelli del Benevento, desolatamente ultimo, sentivano di aver scritto una pagina nella storia del campionato. Noi? No, mai nelle ultime 2 retrocessioni.

Come mai Setti, predatore assoluto in serie B, non riesce a creare un gruppo sufficientemente motivato in A? Cosa ci dobbiamo aspettare quest'anno? Sappiamo già in anticipo che saremo costretti a lottare per salvarci. Ma, almeno questa volta, riusciremo a competere?

Cancelliamo subito un alibi: il primo Setti in A, quello per intenderci dei campionati 2013-14 e il successivo, ha mostrato un Verona bello, divertente e spavaldo. Non c'è dubbio. Ma quella idea di squadra è venuta meno con la partenza di Sogliano e una serie di problemi economici lasciati in eredità. Non era sostenibile quella rosa e l'abbiamo pagata l'anno successivo con i tagli imposti a Bigon. Oggi il Verona, risanato dai vari paracaduti, ha una dimensione inferiore ma sicuramente più sostenibile.

Setti diventa permaloso quando si affronta questo argomento, ma in cuor suo sa che, in mancanza di capitale proveniente da soci terzi, non ha avuto altro modo per risanare il Verona se non affidandosi ad una attenta politica di contenimento e ai vari paracaduti incassati (ricordo che il 40 % viene erogato alla conclusione del campionato e il restante 60% poche settimane dopo – fonte Calcionews24.com). Anzi, possiamo ragionevolmente concludere che il paracadute è stato di fatto il socio (neanche tanto) occulto del Verona degli ultimi 3 anni. A scapito dei risultati sportivi, però.

Questa è la prima causa di rottura con i tifosi che, per loro limite, si disinteressano completamente delle fragilità aziendali (infondo la dispendiosa gestione Sogliano non è forse responsabilità anche di chi non ha controllato?) e pensano solo a quello che succede in campo. Da parte sua Setti ha giocato molto nell'equivoco tra l'apparire un incompetente (perché non ha esonerato Pecchia? Che razza di giocatori ha preso?) oppure, al contrario, un freddo calcolatore che guarda esclusivamente i numeri. Incompetente mica tanto, come mostra spavaldamente quando deve puntare alla promozione.

Ora però non ci sono più alibi. Ora che lui stesso ha definito la società finalmente "forte e sana" e la situazione sotto controllo, deve assicurare un atteggiamento completamente diverso. Il tifoso gialloblù ha il diritto di pretendere massimo impegno, onorata la maglia, difesa estrema della categoria. Lo abbiamo visto chiaramente nel corso dei playoff cosa significa unire le forze in campo e fuori e lottare tutti insieme per l'obiettivo comune. Succede l'impossibile. E vogliamo che tutto questo si ripeta anche in serie A.

E veniamo ad un altro motivo di tensione. Setti, se riguarda la storia di questi ultimi mesi, si rende conto di una serie di errori di comunicazione commessi: dall'ingenuità di avviare una strategia legata esclusivamente ai risultati, miseramente fallita da Grosso, a uscite fuori luogo da parte sua e di D'Amico durante la stagione che non hanno agevolato il confronto con i tifosi e la comprensione degli sforzi messi in atto. La cosa si è incredibilmente risolta da sola con l'arrivo di Aglietti. Infatti, a partire da quel momento, tutti si sono sentiti in dovere di compattarsi e dedicarsi esclusivamente all'obiettivo finale. Eppure, Aglietti non è certo un comunicatore di professione. Ha detto cose semplici, messo in campo sempre la stessa formazione, chiesto a ciascuno di dare tutto quello che aveva dentro. In questo modo persino Di Carmine, oggetto misterioso per tutta la stagione, è rinato. In questo modo tutto il Verona ha preso consapevolezza dei propri mezzi, avversario dopo avversario. Non c'erano più scienziati in panchina, nemmeno algoritmi tattici a guidare gli eventi sportivi, ma solo il recupero di un sano equilibrio uomo/calciatore. Aglietti, nella sua semplicità, ha riavvicinato i tifosi alla squadra come ai tempi di Mandorlini. Lui è stato il collante che Setti e i suoi collaboratori non sono riusciti ad essere negli ultimi 2 o 3 anni. Se avesse puntato più sugli aspetti passionali e sul carisma di qualche figura oggi gli avremmo perdonato errori gestionali e compreso certe scelte difficili. Ne sarebbe scaturito un giudizio meno negativo. Se ti guardi in giro, questo accade un po' ovunque: la Fiorentina sta recuperando Antognoni e (forse) Batistuta, la Juventus ha Nedved, l'Inter Zanetti, il Milan Maldini (e forse Boban), la Lazio ha Inzaghi in panchina, persino il Chievo cerca Pellissier in questo momento difficile. Solo la Roma, in controtendenza, ha abbandonato Totti e De Rossi, ma se ne pentirà. Noi, al di là di Setti e D'Amico non andiamo. C'è il vuoto. E quando la situazione si farà nuovamente difficile... non sapremo a chi trasmettere le nostre ansie. Perché loro, nel frattempo, saranno ancora più stressati di noi, completamente incapaci di fornirci quelle parole semplici ma essenziali a cui aggrapparci.

Manca un parafulmine a Setti. Ci vuole tanto a capirlo?

E veniamo al tecnico, scelta fondamentale viste le difficoltà che dovremo affrontare. Personalmente avrei concesso una chance ad Aglietti che, pur essendo esordiente nella massima serie, aveva il vantaggio di avere dalla sua lo spogliatoio e i tifosi. Anche il Mandorlini del 2013 saliva con noi in A dopo una serie di esoneri nella massima categoria e si rivelò un'ottima scelta, l'Empoli si è recentemente mangiato le mani per aver perso tempo con Iachini, ritenuto migliore e più esperto dell'esordiente Andreazzoli.

La scelta Juric incuriosisce. Ma neanche tanto, conoscendo il Presidente. Discepolo di Gasperini con cui ha condiviso le brevi esperienze di Inter e Palermo come vice ha compiuto un miracolo a Crotone. Col Genoa in A però non si è confermato. Dopo il primo anno in cui ha salvato la squadra (ricompattandola dopo la parentesi negativa di Mandorlini, che lontano da Verona fatica a ottenere risultati), ma poi ha subito due esoneri consecutivi. Sicuramente Juric ha necessità di cambiare aria e mettersi in gioco. Verona gli offre un'opportunità importante. Ma il rischio, diciamocelo chiaro, è elevato. Al di là del salto di categoria, la squadra è da rifare perché non ha niente in comune con l'idea di calcio di Grosso (e Aglietti); caratterialmente è impegnativo e i rischi di arroventare subito gli animi sono elevatissimi. Se pensiamo che c'erano in giro tecnici più rassicuranti che potevano rappresentare anche un simbolo per il Verona come Guidolin e Prandelli mi sento male.

Però Setti ha deciso di scommettere su Juric. La buona notizia è che siamo ancora a giugno, un mese spensierato, ancora un po' distante dalle illusioni (spesso delusioni) del calciomercato e lontanissimo dalle verifiche del campionato. Giugno è anche il mese dei buoni propositi: sentirgli dire che "non commetterò più l'errore di trascinare una decisione" mi pare davvero un passo avanti. Apriamo dunque un credito verso un futuro più stabile e migliore. Magari stavolta funziona.



Massimo




Hellastory, 21/06/2019

BRUSCO RISVEGLIO


Le prove generali del Verona contro la Cremonese hanno evidenziato un grave ritardo di preparazione fisica, una preoccupante fragilità mentale e una (facilmente ipotizzabile) inconcludenza offensiva. Se pensiamo di poterci salvare basandoci esclusivamente su presupposti caratteriali siamo veramente fuori strada. Del resto, lo stesso Juric è stato chiaro: per salvarsi occorre anche qualità. Sul banco degli imputati salgono un po' tutti: dal direttore sportivo che ha impiegato settimane per completare la rosa ritardando l'arrivo di Verre, Tutino e Lazovic (che era svincolato e poteva aggregarsi già ai primi di luglio); alla società che, come ha rilevato Francesco, si è vista costretta ad impegnare risorse pesanti per dover riscattare giocatori come Dawidowicz, Ragusa, Di Gaudio, Almici e Marrone tutti fuori dal progetto senza riuscire poi a piazzarli; e infine all'allenatore che non è riuscito a trasmettere la cattiveria agonistica che lui stesso aveva criticato alla squadra di Grosso ed è arrivato alla partita di Coppa Italia senza aver provato in precedenza certi giocatori: perché non è stata chiesta un'amichevole prima di Ferragosto? È dal 4 agosto (con la Spal) che i gialloblù non provano 90 minuti tirati contro un avversario serio. Parliamoci chiaro: l'obiettivo Coppa Italia contro la Cremonese avrebbe dovuto completare la preparazione in vista dell'esordio di campionato e non essere un presuntuoso salto nel vuoto nel quale verificare gli eventuali ritardi accumulati. Il Verona, che ha resistito fisicamente e mentalmente solo un tempo, in quali condizioni si troverà ad affrontare l'esordio stagionale? Basta una settimana per mettere minuti nelle gambe e testa a posto? Per non parlare dei gravi ritardi accumulati in attacco evidenziati con l'ovvia bocciatura di Tupta inadatto a ricoprire il ruolo di centravanti (cosa si pretende da questo ragazzo?) e il limitato contributo che può offrire capitan Pazzini che in B può fare la differenza, ma ormai non tiene più 90 minuti. Figuriamoci contro difensori di serie A. Tutte cose arcinote. Però si è perso un sacco di tempo per l'illusione Balotelli.

[continua]
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