domenica 2, h 21:15  

HELLAS VERONA

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CITTADELLA0

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Dall'Azzurra all'Inter

Girardi mi dà appuntamento al Bar Stadio sotto la curva Cisa del Martelli di Mantova; quando lo raggiungo, c’è già una prima sorpresa: è in compagnia di un suo ex compagno di squadra ai tempi della serie C nel Mantova degli anni Ottanta. Quando mi viene incontro e fa per presentarmelo, lo anticipo: “Ci conosciamo già, è Sergio Facchi, mio allenatore nell’AC Nogara 1994-95”. Ci rivediamo dopo vent’anni, il tempo per ricordare che ero uno scarsissimo difensore poi, finito il siparietto amarcord del calcio dilettante, la parola passa ai ricordi di Sergio Girardi.

Cominciamo dal tema principale: un veronese che non è mai arrivato in gialloblu…
E dire che, quelle volte che sono andato al Bentegodi da avversario, Garonzi mi veniva sempre a salutare affettuosamente e mi diceva: “Sergio, quand’è che te vien a zugar nel Verona?” E io gli rispondevo: “Te gh’è i schei ma te vol mia spendarli par mi. Quando che te paghi…”.

Allora la “taccagneria” di Garonzi non era solo una leggenda…
In realtà non c’è mai stato un interessamento del Verona se non quando ero quasi a fine carriera, nel 1980.

Perché non ci racconti la tua storia dall’inizio?
Da ragazzo giocavo nell’Azzurra di Verona, era una squadra giovanile che giocava in Borgo Roma, nello stesso campo dove si allenava la De Martino (l’antenata delle squadre “Primavera”, ndr) allenata da Guido Tavellin, l’ex attaccante del Verona. Tavellin figlio, il giornalista, quando mi conobbe di persona mi disse che suo padre gli parlava spesso di me. Era vero, sapevo che Tavellin mi stimava molto e voleva che un giorno arrivassi a giocare nel Verona, ma in realtà non ce ne fu mai l’occasione, almeno finché ero agli esordi di carriera. All’inizio degli anni Sessanta mi trasferii a Mantova da solo, al convitto in Galleria Ferri in centro città, portato dal Cavalier Scemma e voluto da Mondino Fabbri in seguito ad un provino per il Mantova, e così cominciai la trafila nelle giovanili dell’A.C. Ozo Mantova.

Destino strano, come quello di Da Pozzo, legnaghese, altro portiere di quegli anni.
Vero, anche Da Pozzo non ha mai giocato nel Verona e ha fatto la serie A altrove. Purtroppo il Verona non ha mai avuto una vera propria scuola di portieri, e forse anche per questo era più facile trovare portieri veronesi nelle altre squadre di serie A. Quando sono diventato allenatore di portieri delle squadre giovanili, ho lavorato un anno anche a Verona nel 1997-98, l’anno in cui Cagni fu esonerato e sostituito da Maddè.
Nella stagione 1997-98 l’allenatore dei portieri della prima squadra del Verona, con Gigi Cagni in panchina, era Nicola Pinotti (che fu portiere di Torino, Foggia e Pescara). I portieri del Verona erano Battistini e Iezzo. Chiamai Pinotti per chiedergli se potevo portare un ragazzo da provare. Il giovedì era la giornata della sgambatella in provincia, nella quale i due portieri erano pressoché inoperosi e pertanto si allenavano seriamente al mattino. Pinotti mi fece portare il ragazzo al giovedì mattina per allenarlo insieme a Battistini e Iezzo, e capì subito che era destinato a fare carriera: stiamo parlando di Gianluca Pegolo, che all’epoca aveva 16 anni.

Andavi mai a vedere le partite del Verona da ragazzo?
Certo, mi capitava di andare a vedere il Verona al vecchio Bentegodi, quello in Cittadella, mi ricordo in particolare di Maccaccaro, poi di Zavaglio. Fra i portieri ricordo che al Bentegodi vidi in azione Italo Ghizzardi e Giorgio Bissoli. Chi poteva immaginare che Ghizzardi, il portiere che ammiravo da ragazzo allo stadio, me lo sarei poi ritrovato a Mantova, quando ero nelle squadre giovanili, e lui era il vice di Zoff? Finché, nella stagione 1965-66, (quella in cui fu introdotta la possibilità di portare il dodicesimo in panchina), fui chiamato io, all’epoca appena ventenne, a fare la riserva di Dino Zoff in prima squadra.

Quando avvenne il tuo esordio?
Nel campionato 1967-68. Fui schierato alla seconda giornata, in casa contro l’Inter, e finì 0-0.

L’Inter che, se non erro, ti prese a fine di quel campionato.
Sì, quando arrivai all’Inter nell’estate del 1968 mi sembrava di toccare il cielo con un dito: dopo il primo anno di serie A con il Mantova, ero in una delle squadre più forti d’Italia e d’Europa. Lo stadio di San Siro poi metteva - e mette - letteralmente i brividi: in occasione di un evento in tempi recenti la società nerazzurra mi ha invitato a San Siro, ho voluto portare la mia famiglia perché capisse cosa si prova a stare dentro il prato di San Siro e vedere la gente al di sopra della tua testa. Nessun altro stadio ti dà brividi di questo tipo.

Arrivi all’Inter giovanissimo ma hai subito spazio da titolare…
Allenatore dell’Inter nella stagione 1968-69 era Alfredo Foni, uno dei campioni del Mondo del 1938, che mi disse subito che gli ricordavo molto Ghezzi. Non avrebbe potuto farmi un complimento migliore: Ghezzi, il “kamikaze” famoso per il coraggio nelle sue uscite, era il mio idolo. Foni era per certi versi un rivoluzionario, fu uno dei primi ad impostare la difesa “alta”, mentre fino ad allora si giocava difendendosi al limite dell’area e ripartendo in contropiede. Foni mi prese da parte e mi disse: “Quest’anno tu giochi titolare e libero davanti a te metto Suarez”. “Suarez libero?” restai esterrefatto perché Suarez era il centrocampista di regia più forte che ci fosse in circolazione. “Suarez farà il libero perché noi giocheremo con la difesa alta, e tu starai fuori dall’area”. La prima gara della stagione, in Coppa Italia, Burgnich e Facchetti si girarono indietro verso di me e mi dissero “Sergio, tu comanda che noi ti ascoltiamo”. Mi sembrava impossibile che due monumenti del calcio italiano mi chiedessero di comandarli. Ma la cosa funzionò, e bene, perché riuscivo a guidare la difesa con autorità ma pur sempre con rispetto verso questi giocatori. Purtroppo mi infortunai alla mano durante una partita con la Sampdoria (un calcio subìto in uscita rasoterra con l’attaccante Francesconi), e al mio posto subentrò Miniussi che era molto meno abile nei tempi di uscita in avanti, ma era un portiere più statico che giocava tra i pali: fu inevitabile il ritorno della difesa verso l’area.


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GRAZIE HELLAS!!!!


Di nuovo in A, passando per il via dopo i lunghi mesi di purgatorio grossiano, incapaci di esprimere il cuore e il coraggio che questi giocatori dovevano avere cacciato da qualche parte. È bastato l'arrivo di un tecnico normale, che non aveva mai vinto niente di importante in panchina prima ma che è uomo vero in grado di ricomporre i cocci frantumati dal calcio da xbox del suo predecessore per restituire quel briciolo di speranza e di fiducia in se stessi che era andato completamente perso. Setti, per fortuna, non ha ripetuto l'errore dell'anno precedente e pochi giorni dopo aver sbandierato la sua Coerenza (con la C maiuscola) si è fatto sopraffare dal Buonsenso (con la B maiuscola) per l'Arrembaggio (con la A maiuscola) finale. Strada tutta in salita dunque, ma una dopo l'altra il Perugia di Nesta, l'ostico Pescara e infine lo sfrontato Cittadella (che aveva abbattuto lo Spezia e soprattutto il Benevento) sono stati ostacoli che hanno esaltato la solidità e la forza di carattere del gruppo. Come tutti i grandi serial televisivi, quelli che ti inchiodano davanti allo schermo fino all'ultima puntata, non potevamo che legittimare l'impresa al Bentegodi con 2 reti da recuperare. Il palo di Laribi, la traversa di Pazzini con le parate di Paleari a Cittadella avevano mascherato un risultato bugiardo per come era scaturito, con i soli primi 20 minuti realmente concessi agli avversari. E rinviato tutto ad oggi, 2 giugno, festa della Repubblica e della Promozione in A. Di fronte ad un pubblico eccezionale, la squadra ha dominato per 90 minuti non concedendo neppure un tiro in porta. Il Cittadella ha corso e picchiato tutta la partita non riuscendo ad opporre altro che un agonismo strenuo. Sono felice per Zaccagni, Di Carmine (ma che gol ha fatto?) e Laribi. Sono felice per Aglietti unico a conquistare la promozione in A sia da giocatore che da allenatore. Sono felice per tutti i gialloblù. Sono felice e basta. Grazie Hellas, grazie di avermi scelto.

[continua]
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