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Dall'Azzurra all'Inter

Girardi mi dà appuntamento al Bar Stadio sotto la curva Cisa del Martelli di Mantova; quando lo raggiungo, c’è già una prima sorpresa: è in compagnia di un suo ex compagno di squadra ai tempi della serie C nel Mantova degli anni Ottanta. Quando mi viene incontro e fa per presentarmelo, lo anticipo: “Ci conosciamo già, è Sergio Facchi, mio allenatore nell’AC Nogara 1994-95”. Ci rivediamo dopo vent’anni, il tempo per ricordare che ero uno scarsissimo difensore poi, finito il siparietto amarcord del calcio dilettante, la parola passa ai ricordi di Sergio Girardi.

Cominciamo dal tema principale: un veronese che non è mai arrivato in gialloblu…
E dire che, quelle volte che sono andato al Bentegodi da avversario, Garonzi mi veniva sempre a salutare affettuosamente e mi diceva: “Sergio, quand’è che te vien a zugar nel Verona?” E io gli rispondevo: “Te gh’è i schei ma te vol mia spendarli par mi. Quando che te paghi…”.

Allora la “taccagneria” di Garonzi non era solo una leggenda…
In realtà non c’è mai stato un interessamento del Verona se non quando ero quasi a fine carriera, nel 1980.

Perché non ci racconti la tua storia dall’inizio?
Da ragazzo giocavo nell’Azzurra di Verona, era una squadra giovanile che giocava in Borgo Roma, nello stesso campo dove si allenava la De Martino (l’antenata delle squadre “Primavera”, ndr) allenata da Guido Tavellin, l’ex attaccante del Verona. Tavellin figlio, il giornalista, quando mi conobbe di persona mi disse che suo padre gli parlava spesso di me. Era vero, sapevo che Tavellin mi stimava molto e voleva che un giorno arrivassi a giocare nel Verona, ma in realtà non ce ne fu mai l’occasione, almeno finché ero agli esordi di carriera. All’inizio degli anni Sessanta mi trasferii a Mantova da solo, al convitto in Galleria Ferri in centro città, portato dal Cavalier Scemma e voluto da Mondino Fabbri in seguito ad un provino per il Mantova, e così cominciai la trafila nelle giovanili dell’A.C. Ozo Mantova.

Destino strano, come quello di Da Pozzo, legnaghese, altro portiere di quegli anni.
Vero, anche Da Pozzo non ha mai giocato nel Verona e ha fatto la serie A altrove. Purtroppo il Verona non ha mai avuto una vera propria scuola di portieri, e forse anche per questo era più facile trovare portieri veronesi nelle altre squadre di serie A. Quando sono diventato allenatore di portieri delle squadre giovanili, ho lavorato un anno anche a Verona nel 1997-98, l’anno in cui Cagni fu esonerato e sostituito da Maddè.
Nella stagione 1997-98 l’allenatore dei portieri della prima squadra del Verona, con Gigi Cagni in panchina, era Nicola Pinotti (che fu portiere di Torino, Foggia e Pescara). I portieri del Verona erano Battistini e Iezzo. Chiamai Pinotti per chiedergli se potevo portare un ragazzo da provare. Il giovedì era la giornata della sgambatella in provincia, nella quale i due portieri erano pressoché inoperosi e pertanto si allenavano seriamente al mattino. Pinotti mi fece portare il ragazzo al giovedì mattina per allenarlo insieme a Battistini e Iezzo, e capì subito che era destinato a fare carriera: stiamo parlando di Gianluca Pegolo, che all’epoca aveva 16 anni.

Andavi mai a vedere le partite del Verona da ragazzo?
Certo, mi capitava di andare a vedere il Verona al vecchio Bentegodi, quello in Cittadella, mi ricordo in particolare di Maccaccaro, poi di Zavaglio. Fra i portieri ricordo che al Bentegodi vidi in azione Italo Ghizzardi e Giorgio Bissoli. Chi poteva immaginare che Ghizzardi, il portiere che ammiravo da ragazzo allo stadio, me lo sarei poi ritrovato a Mantova, quando ero nelle squadre giovanili, e lui era il vice di Zoff? Finché, nella stagione 1965-66, (quella in cui fu introdotta la possibilità di portare il dodicesimo in panchina), fui chiamato io, all’epoca appena ventenne, a fare la riserva di Dino Zoff in prima squadra.

Quando avvenne il tuo esordio?
Nel campionato 1967-68. Fui schierato alla seconda giornata, in casa contro l’Inter, e finì 0-0.

L’Inter che, se non erro, ti prese a fine di quel campionato.
Sì, quando arrivai all’Inter nell’estate del 1968 mi sembrava di toccare il cielo con un dito: dopo il primo anno di serie A con il Mantova, ero in una delle squadre più forti d’Italia e d’Europa. Lo stadio di San Siro poi metteva - e mette - letteralmente i brividi: in occasione di un evento in tempi recenti la società nerazzurra mi ha invitato a San Siro, ho voluto portare la mia famiglia perché capisse cosa si prova a stare dentro il prato di San Siro e vedere la gente al di sopra della tua testa. Nessun altro stadio ti dà brividi di questo tipo.

Arrivi all’Inter giovanissimo ma hai subito spazio da titolare…
Allenatore dell’Inter nella stagione 1968-69 era Alfredo Foni, uno dei campioni del Mondo del 1938, che mi disse subito che gli ricordavo molto Ghezzi. Non avrebbe potuto farmi un complimento migliore: Ghezzi, il “kamikaze” famoso per il coraggio nelle sue uscite, era il mio idolo. Foni era per certi versi un rivoluzionario, fu uno dei primi ad impostare la difesa “alta”, mentre fino ad allora si giocava difendendosi al limite dell’area e ripartendo in contropiede. Foni mi prese da parte e mi disse: “Quest’anno tu giochi titolare e libero davanti a te metto Suarez”. “Suarez libero?” restai esterrefatto perché Suarez era il centrocampista di regia più forte che ci fosse in circolazione. “Suarez farà il libero perché noi giocheremo con la difesa alta, e tu starai fuori dall’area”. La prima gara della stagione, in Coppa Italia, Burgnich e Facchetti si girarono indietro verso di me e mi dissero “Sergio, tu comanda che noi ti ascoltiamo”. Mi sembrava impossibile che due monumenti del calcio italiano mi chiedessero di comandarli. Ma la cosa funzionò, e bene, perché riuscivo a guidare la difesa con autorità ma pur sempre con rispetto verso questi giocatori. Purtroppo mi infortunai alla mano durante una partita con la Sampdoria (un calcio subìto in uscita rasoterra con l’attaccante Francesconi), e al mio posto subentrò Miniussi che era molto meno abile nei tempi di uscita in avanti, ma era un portiere più statico che giocava tra i pali: fu inevitabile il ritorno della difesa verso l’area.


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LE VOCI DENTRO


Alcune settimane fa, Vitale uscì con un'affermazione che non ebbe molto risalto mediatico anche perché fornita da un giocatore arrivato da poco. Disse che se avessero esonerato il mister sarebbe stata una sconfitta per tutti loro. Quella frase, buttata lì tra l'indifferenza e lontana dall'eccitazione dei risultati che si andavano sviluppando, si è accantonata in una parte secondaria del mio stato d'animo ma ha avuto però il privilegio di non farmi partecipare troppo allo sconforto collettivo di Lecce. Ricollocando in maniera differente quel prezioso contributo (e raro, visto che sono sempre scarse le voci che vengono dallo spogliatoio) persino alcuni momenti drammatici di questa stagione vengono ripensati. Come l'inopportuna crisi isterica di D'Amico dopo la gara interna col Crotone, che rimane inopportuna nei modi e nei contenuti, ma che è anche figlia di una sana frustrazione interiore. Sana perché testimone di un disappunto reale, inopportuna perché uscita come quando ce la prendiamo con moglie, figli o capo ufficio per i problemi che invece abbiamo con noi stessi. Dietro lo sproloquio c'era però una rabbia per chi non riusciva a venire a capo della situazione come avrebbe voluto e si incazza per questo. Così come pure certi sconsolati messaggi di Zaccagni e compagni che, dopo Lecce e Padova, hanno ammesso con la stessa limpidezza che i tifosi hanno ragione ad arrabbiarsi e che comunque noi vogliamo venire in A. Sdoganare le parole serie A dopo una brutta sconfitta non è cosa da poco. Oppure, certi silenzi autunnali di Pazzini per la sua esclusione, allora per me inspiegabili, ma che forse celavano un tatto e una lungimiranza del nostro campione con l'intento di non alimentare polemica a polemica in una situazione già complicata di suo, imbrogliata da Grosso con le sue elucubrazioni e i suoi esperimenti scientifici, e dalla quale si sperava di uscire prima possibile. Pazzini è un campione vero, dentro e fuori dal campo. Per rendersi conto del suo spessore basta vedere come vengono gestite nel mondo del calcio situazioni analoghe all'Inter con Icardi o al Milan autunnale con Higuain. E, se permettete, Pazzini per il Verona vale esattamente quanto Icardi per l'Inter e Higuain per quel Milan. Se non di più.

[continua]
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