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HELLAS VERONA

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INTRODUZIONE  
DALL'AZZURRA ALL'INTER  
PALERMO, UNA SECONDA CASA «
GENOVA, PIAZZA DIFFICILE  
A RAVENNA, DI NUOVO IN GIOCO  
SUL CAMPO COI RAGAZZI, ANCHE A VERONA  
IL CALCIO DI OGGI  
LE PARTITE CONTRO IL VERONA  
 

Palermo, una seconda casa

L’Inter finisce il campionato al quarto posto, lontana dalla vetta.
E Foni difatti viene sostituito in panchina da Heriberto Herrera. Per il ruolo di primo portiere fu preso Lido Vieri dal Torino. Capii che non avrei avuto molto spazio, e me ne feci una ragione perché Vieri era il portiere più forte che abbia mai visto giocare ai tempi: paragonabile al Buffon di oggi. Aveva solo un difetto: era molto sensibile alle tensioni della partita e, se beccava la giornata storta, non c’era verso di tenerlo. Dopo un anno vissuto in panchina, chiesi di essere ceduto per poter giocare.

Come funzionava a quei tempi? Chi decideva la nuova destinazione?
All’epoca comandavano le società e non c’era modo di poter scegliere la destinazione più gradita. Il mercato funzionava così: all’Inter interessavano giocatori di Torino e Fiorentina, e per un po’ sembrò che sarei dovuto andare in una di queste due squadre come contropartita. Poi non se ne fece nulla e finii al Palermo che era appena retrocesso in serie B, dove andai a sostituire in porta Gianni Ferretti, in cambio di Giubertoni e Pellizzaro. La piazza era vogliosa di riscatto, l’ambiente mi affascinò subito, e fui accolto con affetto anche perché all’epoca, nonostante tutto, erano ancora molti i giocatori del Nord che rifiutavano di trasferirsi al Sud.

Non doveva essere facile andare a cercar fortuna all’altro capo dell’Italia.
Accettai Palermo senza remore, e mi trasferii con la famiglia, sebbene avessi appena avuto la prima figlia. Forse proprio per questo fui subito ben voluto dalla gente. A Palermo ho passato gli anni migliori della mia vita da calciatore, e ho lasciato il cuore in quella città. Se mi chiedi qual è la squadra che non posso dimenticare, è il Palermo. Era l’anno 1970-71 e l’allenatore era Di Bella. Mi ricordo ancora che, un giovedì, andammo a Mondello per la partitella pomeridiana contro gli allievi. Al campetto di Mondello ci saranno state 5.000 persone, che appena iniziò la partita cominciarono a fischiare. Di Bella venne verso di me:
“Li senti?”
“Cos’hanno da fischiare?”
“Vogliono che tu vada in porta con i ragazzi, coi picciotti”.
“E cosa aspettiamo, allora?”.
Andai a difendere la porta degli allievi e i miei compagni non riuscirono a segnarmi nemmeno un gol: finì 0-0 e da allora, ogni giovedì, divenne tacito accordo che io mi schierassi con gli allievi o con la primavera per la partitella in famiglia.

Che stagioni hai vissuto a Palermo?
Il primo anno non riuscimmo a conquistare la serie A, ma l’anno dopo, con Renzo Barbera presidente (oggi a lui è intitolato lo stadio della città di Palermo, ndr), non ci fu storia: pensa che in tutto il campionato incassai una sola rete in casa! (dal Novara; il Palermo incassò in tutto 3 reti in casa in quella stagione, ma in Palermo – Como 2-2 Girardi si infortunò durante il riscaldamento e giocò in porta Ferretti, ndr). A Palermo, in occasione dei festeggiamenti per il centenario della società, sono stato votato come secondo miglior portiere della storia rosanero, alle spalle solo di Mattrel, che fece carriera nella Juventus e nella Nazionale. Con il pubblico di Palermo c’era un feeling speciale al punto che, prima della partita, non mi limitavo a salutare la curva mentre andavo fra i pali, ma giravo dietro alla porta passando sotto la curva.
Palermo non fu solo una bella parentesi professionale, ma anche uno dei più bei periodi della mia vita. Sono rimasto un po’siciliano nel cuore, e ho lasciato là bei ricordi e amicizie. Pensa che entrambi i miei figli hanno avuto i padrini di battesimo siciliani. A Palermo c’erano 35.000 persone allo stadio; sapevo di tifosi che, pur di avere i soldi per la partita, erano anche disposti a digiunare: quando vieni a sapere certe cose è inevitabile che ti leghi di più alla tifoseria e ne hai grande rispetto.

E con i tifosi avversari? E’ vero che salutavi anche gli altri?
Vero. Cominciai anche a rivolgere un saluto alla curva dei tifosi avversari. All’inizio mi presi qualche bordata di fischi, ma continuai a farlo finchè qualcuno della stampa non venne a chiedermi perché. Risposi che era un gesto di rispetto verso chi pagava il biglietto per assistere ad uno spettacolo, di cui ero parte, e quindi trovavo giusto salutare il pubblico. Non venni più fischiato.

E finalmente, con la maglia del Palermo, arrivi a giocare al Bentegodi per la prima volta.
Mi pare che finì in pareggio.

Esatto: 1-1, reti di Zigoni e autorete di Mascalaito su tiro di Arcoleo. E Girardi fra i migliori in campo.
La verità? In quegli anni si tirava pochissimo in porta… Era facile fare bella figura.
Comunque, giocare a Verona era sempre un’emozione particolare perché venivano a vedermi gli amici e i paesani di Belfiore: ci tenevo quindi a fare bella figura di fronte a loro. Qualche volta al Bentegodi sono anche rimasto imbattuto. Nel 1975, ad esempio, in B, anche se fui sostituito a gara in corso da Toni Lonardi che era il mio secondo, e che poi diventò anche mio allenatore sempre al Genoa, quando si ritirò. Toni Lonardi fu poi allenatore dei portieri con Bagnoli nell’anno dello scudetto gialloblu.


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LE VOCI DENTRO


Alcune settimane fa, Vitale uscì con un'affermazione che non ebbe molto risalto mediatico anche perché fornita da un giocatore arrivato da poco. Disse che se avessero esonerato il mister sarebbe stata una sconfitta per tutti loro. Quella frase, buttata lì tra l'indifferenza e lontana dall'eccitazione dei risultati che si andavano sviluppando, si è accantonata in una parte secondaria del mio stato d'animo ma ha avuto però il privilegio di non farmi partecipare troppo allo sconforto collettivo di Lecce. Ricollocando in maniera differente quel prezioso contributo (e raro, visto che sono sempre scarse le voci che vengono dallo spogliatoio) persino alcuni momenti drammatici di questa stagione vengono ripensati. Come l'inopportuna crisi isterica di D'Amico dopo la gara interna col Crotone, che rimane inopportuna nei modi e nei contenuti, ma che è anche figlia di una sana frustrazione interiore. Sana perché testimone di un disappunto reale, inopportuna perché uscita come quando ce la prendiamo con moglie, figli o capo ufficio per i problemi che invece abbiamo con noi stessi. Dietro lo sproloquio c'era però una rabbia per chi non riusciva a venire a capo della situazione come avrebbe voluto e si incazza per questo. Così come pure certi sconsolati messaggi di Zaccagni e compagni che, dopo Lecce e Padova, hanno ammesso con la stessa limpidezza che i tifosi hanno ragione ad arrabbiarsi e che comunque noi vogliamo venire in A. Sdoganare le parole serie A dopo una brutta sconfitta non è cosa da poco. Oppure, certi silenzi autunnali di Pazzini per la sua esclusione, allora per me inspiegabili, ma che forse celavano un tatto e una lungimiranza del nostro campione con l'intento di non alimentare polemica a polemica in una situazione già complicata di suo, imbrogliata da Grosso con le sue elucubrazioni e i suoi esperimenti scientifici, e dalla quale si sperava di uscire prima possibile. Pazzini è un campione vero, dentro e fuori dal campo. Per rendersi conto del suo spessore basta vedere come vengono gestite nel mondo del calcio situazioni analoghe all'Inter con Icardi o al Milan autunnale con Higuain. E, se permettete, Pazzini per il Verona vale esattamente quanto Icardi per l'Inter e Higuain per quel Milan. Se non di più.

[continua]
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