PICCOLI PRESIDENTI E GRANDI PRESIDENTI: IL VERONA DI SAVERIO GARONZI - Hellas Verona: Flashback su HELLASTORY.net
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PICCOLI PRESIDENTI E GRANDI PRESIDENTI: IL VERONA DI SAVERIO GARONZI

Hellastory: Flashback

PICCOLI PRESIDENTI E GRANDI PRESIDENTI: IL VERONA DI SAVERIO GARONZI
PICCOLI PRESIDENTI E GRANDI PRESIDENTI: IL VERONA DI SAVERIO GARONZI

La Rubrica relativa alla Coppa Italia che settimanalmente vi proponiamo, fiore all'occhiello degli studi e delle ricerche di Hellastory, è arrivata ad un punto fondamentale della storia del Verona: l'avvento dell'ERA GARONZI (del quale è disponibile la scheda linkata in fondo all'articolo).

Possiamo senz'altro dire che le stagioni che abbiamo raccontato fino ad oggi, rappresentano per molti versi il Medioevo gialloblu. Con l'avvento di Garonzi, che facciamo coincidere con il Campionato 1967/68, l'Hellas assume finalmente una dignità e un riconoscimento a livello nazionale e una presenza costante in serie A. Ne sono testimonianza le 10 stagioni disputate nella massima serie (di cui 6 consecutive), le 2 promozioni dalla serie B e la conquista di una finale in coppa Italia, poi persa col Napoli. Una serie di record che inevitabilmente collocano il suo Verona secondo solo a quello Campione d'Italia di Osvaldo Bagnoli.

Situazione completamente diversa rispetto al passato: il nostro Verona, come detto, fino a quel momento non esiste o quasi nel contesto nazionale: 63 stagioni complessivamente inutili, fatte di tanti episodi marginali che non sono riusciti a caratterizzare né a dare rispettabilità al calcio veronese. E' vero, nella stagione 1956/57 abbiamo assistito alla prima storica Promozione in serie A, ma questo evento, unico ed eccezionale al tempo stesso, viene subito ridimensionato dall'immediata retrocessione tra i Cadetti. Un lampo a ciel sereno o poco più. E i 10 anni che succedono, portano con sé solo alcuni occasionali tentativi - purtroppo malriusciti - di scalata, alternati da rocambolesche salvezze conquistate all'ultima giornata. Insomma, il Verona fino a quel momento è stato poca cosa, navigando per più di mezzo secolo nel limbo della serie cadetta. Una società tenuta a galla dalla passione dei tifosi ma senza il contributo di alcuna programmazione da parte dei dirigenti dell'epoca, che hanno operato con molta improvvisazione e con mentalità a dir poco dilettantistica.

Per capire bene la pochezza delle formazioni gialloblu allestite negli anni 60 e 70, potremmo elencare i giocatori veronesi cresciuti nel vivaio e maturati poi in prima squadra, che hanno trovato di seguito successo e fortuna in serie A. L'elenco purtroppo è piuttosto modesto: cominciamo con l'attaccante Pivatelli (Milan), alla fine degli anni 50; seguitiamo con il portiere Ghizzardi che difende la porta del Bari nella stagione 1962/62; continuiamo con il mediano/libero Cera, ceduto al Cagliari nel 1964/65, dove diventerà perfino Campione d'Italia e troverà spazio in Nazionale; proseguiamo con la mezzala Maioli, prima giovanissimo al Napoli nel 1960/61 e poi al Foggia a partire dal 1964/65; concludiamo con l'ala Golin milanista nel 1967/68 e poi titolare nel Varese. Dopo di che, basta. Stop. Fine.

Tutto qui? E' mai possibile che le verdeggianti colline veronesi siano state così avare di talento calcistico da ridursi a un elenco così striminzito?

La povertà del calcio veronese, in effetti, coincide con la limitatezza e l'ignoranza calcistica dei dirigenti gialloblu. Ogni paio di anni un signorotto di città saliva in cattedra con proclami altisonanti e chiamava intorno a sè amici e parenti tutti rigorosamente incompetenti come lui; poi sceglieva un allenatore di provata esperienza e spendeva la fortuna degli incassi della stagione precedente e delle sue eccedenze di cassa per allestire una squadra come Dio comanda. Alla fine del campionato, un 6º posto era praticamente un'infamia e un 14º un dolore insuperabile. Le colpe ricadevano rigorosamente sull'allenatore che veniva subito allontanato, e tutto ricominciava daccapo. Ma non da ciò che di buono aveva lasciato il 6º o il 14º posto. Tutt'altro. Si ricominciava e basta: nuovo allenatore (questa volta migliore del precedente) e nuovi giocatori, di fama maggiore. Al 2º o 3º tentativo, il signorotto, esausto economicamente e contestato dalla piazza abbandonava tutto, ovviamente tra le polemiche. Anche perché, tra la folla, c'era sempre pronto un nuovo signorotto pronto a strombazzare nuove appassionate promesse. Senza senso, come quelle del predecessore.

Volete sapere una cosa bella? Se guardate i 22 anni di storia gialloblu a partire dal secondo dopoguerra all'avvento di Garonzi, scoprirete che l'allenatore che ha il record assoluto di permanenza consecutiva nella panchina gialloblu è Angelo Piccioli, capace di resistere ininterrottamente ben 2 campionati e mezzo, dal 1950 alla stagione 1951/52! Un' assurdità! La cosa più divertente è che in questa pazzia collettiva, la fantasia dei signorotti veronesi nella scelta del tecnico era limitata a una decina di nomi in tutto, che giravano tra loro come delle trottole, cambiandosi anche più volte nell'arco della stessa stagione agonistica. In questo turbillon pazzesco, un allenatore era giudicato incompetente da un Presidente, per poi diventare il salvatore della patria, alcuni anni dopo, perché invocato da un altro.

Tale miopia era visibile anche nella scelta dei calciatori. Proviamo ora ad elencare i giocatori nati a Verona e provincia che sono stati titolari fissi in formazioni di serie A senza essere mai passati per i ranghi o il vivaio dell'Hellas, ovviamente nello stesso periodo storico. Tenetevi forte, perché il confronto è disarmante.

Nei primi anni 60, il Catania, aveva in forza il terzino destro Alberti di S.Michele; il portiere del LR Vicenza era Bazzoni di Villafranca, e lo stopper di Venezia prima e LR Vicenza poi era Carantini, cresciuto nel Verona è vero, ma subito scartato perché giudicato piuttosto mediocre(!): infatti, proprio perché era «scarso» ha disputato la bellezza di 250 partite nella massima serie•… lui però, non noi. In tutto il decennio considerato, la forte mezzala sinistra Benaglia, di Valeggio, ha difeso i colori di mezza serie A (Catania, Fiorentina, Roma e LR Vicenza). Il Mantova, nella stagione 1966/67 conquista la serie A con l'ex allenatore gialloblu Cadè e la difende con successo schierando 3 veronesi puri che sono cresciuti nel suo vivaio: il portiere Girardi (Belfiore), la mezzala Ferrari (Verona) e il mediano De Paoli (Buttapietra). Ma il Mantova non è la sola società a fare shopping di talenti a casa nostra: ci pensa anche la Spal con il terzino Stanzial, passato poi alla Fiorentina e al LR Vicenza; il Cagliari con il veronese Zignoli; l'Inter con il centravanti Mascalaito, divenuto solo più avanti giocatore e allenatore gialloblu. Ma il caso più clamoroso di tutti è quello di Romeo Benetti, il fortissimo mediano della grande Juventus e della Nazionale, nato ad Albaredo d'Adige. Insomma, tutti insieme avrebbero potuto formare una fior di squadra di serie A se solo qualche miope Presidente veronese avesse guardato un po' più a casa sua. E invece il Verona, in quello stesso periodo, stentava continuamente in serie B•…

Anche perché, in provincia, c'era chi sapeva trovare talenti e lanciarli a dovere: l'Audace di San Michele, è stata una grande fucina di campioni. Grazie ai suoi accordi preferenziali con l'Inter, ha scovato fior di giocatori che poi ha girato subito a Milano: a cominciare dal grandissimo Mariolino Corso, ala sinistra nerazzurra dal 1958/59 e nazionale azzurro; per proseguire col fortissimo portiere Da Pozzo, di Legnago, che difenderà i pali di Inter, Genoa e Varese; poi ha scoperto un altro bravo portiere come Lonardi, sempre di San Michele, titolare nel Varese e nel Genoa; infine la mezzala veronese Guglielmoni, in A con Inter e Pisa.

Ragazzi, quanto spreco per i nostri colori! Quanta insipienza da parte dei dirigenti gialloblu! Perché non si sono mai stilati degli accordi seri tra il Verona e l'Audace, il Chievo, il Legnago, il Cologna e la Sambo?

Meno male che ci ha pensato Garonzi. Il suo arrivo ha coinciso con il duplice successo del settore giovanile veronese a livello della serie B: siamo nelle stagioni 1966/67 (in cui, per la verità, era ancora Presidente Bonazzi, ma Garonzi era il suo ambizioso vice) e 1967/68, stagione che coincide anche con la seconda promozione assoluta in serie A. Possiamo dire, con una certa sicurezza, che a partire dal suo arrivo a capo del Verona, se in città o in provincia c'era qualche giovane promessa, questo avrebbe vestito di certo la maglia gialloblu: Bergamaschi, Giacomi, Cinquetti, Nosè, Perazzani, Vignola e Rebonato erano tutti veronesi d'hoc cresciuti nel vivaio e lanciati in prima squadra; Bachlechner, Guidolin, Antoniazzi pur se non veronesi di nascita, lo sono diventati d'adozione.

Anche in questa speciale attitudine, Garonzi è stato un maestro. Non ci dimentichiamo che, nei 25 anni che hanno seguito il suo abbandono, il settore giovanile è stato nuovamente trascurato. Certo, occasionalmente è emerso qualche giovane veramente bravo che si è fatto poi strada in serie A come ad esempio Tommasi, Fattori e Guardalben, ma di massima l'orientamento dei dirigenti è stato più che altro rivolto alla ricerca di buoni stranieri che costavano poco e al recupero di calciatori di valore ma giudicati finiti in altre società. Su questi presupposti, il grande Osvaldo Bagnoli ha vinto perfino lo scudetto.

Oggi però, i venti della crisi economica e la mancanza di una dirigenza credibile e stabile stanno facendo tornare le ombre di epoche buie e pericolose, tristi e bigotte. E' il nuovo Medioevo che ritorna? Non lo so. Il futuro del Verona, questo è il mio pensiero, deve passare per forza attraverso uomini e dirigenti di Verona: i professionisti del calcio, freddi e opportunisti, sono la rovina del calcio e delle società. Loro non riusciranno mai ad ottenere esiti positivi, lavorano solo per avere risultati a breve termine e sono sempre sul mercato. Per questi motivi, si spostano da una piazza all'altra in cerca di nuove occasioni e di un pubblico disamorato da illudere, svuotano le rose delle squadre che abbandonano, non legano mai né con i tifosi né con la città che li ospita. Li conosciamo bene, sono i vari Preziosi, Zamparini e Pastorello. Il calcio è la loro professione e non la loro passione.

Ma la storia recente ci insegna anche che questi aridi uomini di calcio, con tutta la loro presunta abilità, falliscono in ogni circostanza: all'atto pratico, se esaminiamo i loro scoring troviamo rari successi, e invece continue sconfitte, delusioni e retrocessioni (clamorosa la doppia nella medesima stagione subita dalle 2 squadre di Preziosi, Como e Genoa, lo scorso anno). Intorno a loro creano solo contrasti e polemiche. Il nostro attuale Presidente Pastorello, ad esempio, potrebbe persino riuscire nell'intento di consegnare il glorioso Verona ad un Campionato di serie C. E sarebbe un fatto rarissimo questo: solo un'altra volta, in 101 anni di storia, un altro Presidente conseguì questo drammatico risultato! Inutile evocarne il nome, perché con lui si richiamerebbe alla memoria la sofferenza della Seconda Guerra Mondiale e la crisi e il disagio di un periodo da dimenticare in ogni caso.

D'altra parte è accertato che i risultati migliori, quelli più duraturi nel tempo e più affascinanti, li ottengono i Presidenti tifosi: il Chievo è diventato grande con Campedelli, il Lecce con Semeraro, la Reggina con Foti, l'Udinese con Da Pozzo: nessun professionista del calcio, tutti fan entusiasti. E nemmeno poi tanto ricchi.

Lo studio del passato ci ha insegnato come poter uscire dall' oscurantismo che stiamo vivendo in questi giorni: con la programmazione, con l'attenzione posta al settore giovanile e con la passione smodata per i colori. In pratica, basta rileggere la storia del paron Saverio Garonzi e si comprende come rendere nuovamente il nostro Verona una grande squadra. E restituire ai suoi tifosi un po' di dignità e di soddisfazioni.


Massimo

[la scheda di Saverio Garonzi]



Hellastory, 28/04/2004

CIOFFI ALLA RICERCA DEL VERONA PERDUTO


Ho l'impressione che, dopo la confusione generata dal mercato, si continui crearne di nuova anche nelle soluzioni tattiche partita dopo partita. Laddove Tudor aveva trovato la fortuna del Verona dando continuità al lavoro di Juric migliorandolo gradatamente con il suo stile personale, Cioffi invece, ha stravolto priorità e leadership cancellando di fatto ogni tipo di continuità. Quando in conferenza stampa parla dei singoli, traspare evidente il suo concetto di base secondo cui «tutti sono in discussione, nessuno è sicuro di giocare». Questo probabilmente dipende dal fatto che lui ritiene efficaci alcune teorie aziendali (peraltro, recentemente messe in discussione dalle prove dei fatti) che mettono in competizione tutti i collaboratori ponendoli gli uni contro gli altri al fine di migliorare la produttività. Giovani contro vecchi, arroganza contro esperienza. Ma così facendo, il mister ha di fatto eliminato tutti i riferimenti degli ultimi anni. Ogni partita scende in campo una formazione diversa e i 5 cambi a disposizione, anziché consolidare, sperano di ribaltare quello che non sono riusciti ad esprimere in campo i titolari. O sbaglia la formazione iniziale, o non trasmette la giusta concentrazione, fatto sta che il Verona sbaglia quasi sempre l'approccio (salvo forse solo il primo tempo con la Lazio). Quello che emerge è infatti un Hellas continuo cantiere aperto dove la paura di sbagliare (e quindi di perdere l'opportunità a disposizione) condiziona ogni singolo giocatore che non riesce poi ad esprimersi al meglio per due partite di seguito. E' una squadra che non costruisce gioco, che fatica a difendersi, che non ha un'identità. Gunter, Ilic, Tameze, lo stesso Lazovic costretto a cambiare più ruoli, non sono più gli stessi. D'altra parte, in questa confusione generale, purtroppo continuano a trovare spazio i modesti Lasagna, Depaoli, Dawidowicz e Djuric di cui non comprendo il valore.

[continua]
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