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GIALLOBLU ai MONDIALI


Introduzione
Mexico 86
Italia 90
Corea/Giappone 2002
 

Gialloblu ai Mondiali: Mexico 86

Gialloblu Ruolo Presenze Reti
Hans Peter BRIEGEL Mediano 6 -
Preben ELKJÆR LARSEN Centravanti 4 4
Giuseppe GALDERISI Centravanti 4 -
Antonio DI GENNARO Centrocampista 4 -
Roberto TRICELLA Libero - -

Deve aspettare ben 12 edizioni, il glorioso Hellas, per vedere dei suoi giocatori partecipare a quello che è considerato l'evento sportivo più importante della Terra: i Mondiali di calcio. Lo fa nell'edizione di Mexico 86' e lo fa pure in grande stile, rifacendosi con gli interessi di tanti anni di astinenza.

Sono infatti ben 5 i gialloblù presenti nel "paese della siesta": i tre italiani Di Gennaro, Galderisi e Tricella, il tedesco Briegel e il danese Elkjaer. Un giusto riconoscimento al periodo d'oro trascorso dalla squadra veronese in quegli anni, conditi con uno scudetto e delle prestigiose partecipazioni internazionali (Coppa Uefa e Coppa Campioni) oltre che da alcuni importanti riconoscimenti ricevuti dai suoi giocatori (un terzo ed un secondo posto di Elkjaer nel pallone d'oro), che già avevano dato alla società scaligera un forte respiro internazionale. Ma veniamo ad analizzare uno ad uno i 5 leoni gialloblù, iniziando dai tre italiani.

Una infelice spedizione per i tre gialloblù

Parte in sordina l'avventura messicana per la Nazionale Italiana. Nei 4 anni che avevano seguito lo storico Mundial 82' l'Italia aveva collezionato nei campi internazionali molte figuracce e pochissime soddisfazioni. I demotivati azzurri avevano prima fallito la qualificazione alla fase finale dell'Europeo, con l'indecoroso score di 1 vittoria, 3 pareggi e 4 sconfitte, e poi si erano dillettati in una serie interminabile di amichevoli, molte delle quali molto deludenti. Insomma la squadra che si apprestava a partecipare al mondiale messicano era una squadra che nonostante si potesse fregiare di essere la detentrice in carica, mostrava forti segnali di debolezza e di difficoltà. L'ossatura dell'82' era stata lentamente modificata dal ct Bearzot, anche con gli innesti di alcuni dei protagonisti dello scudetto gialloblù: Di Gennaro, Galderisi e Tricella. Al primo Bearzot affida addirittura il ruolo di faro e regista della squadra e Antonio risponde come può alternando, nelle amichevoli pre-mondiali, grandi prove di grinta e carattere ad altre meno brillanti a causa dei scarsi mezzi tecnici. Il secondo debutta a pochi mesi dal Mondiali e subito conquista la fiducia del ct, mentre il terzo rimane una valida alternativa alle colonne Bergomi, Scirea e Vierchowod.

Il 31 maggio 1986 arriva finalmente il giorno dell'atteso debutto per gli azzurri campioni in carica. Il calendario prevede come avversario la modesta Bulgaria di Getov. Bearzot decide di gettare nella mischia due giovani di grandi speranze: De Napoli, a scapito di Ancelotti, e il gialloblù Galderisi, al posto di "Pablito" Rossi. All'inizio i fatti sembrano dargli ragione, l'Italia parte molto bene mettendo subito alle strette gli avversari bulgari. Trascinata dalle geometrie di Di Gennaro, dalla vivacità dei giovani De Napoli e Galderisi nonché dall'opportunismo di Spillo Altobelli, l'Italia dimostra di strameritare un vantaggio che arriva alla fine del primo tempo con il gol di quest'ultimo. L'assedio continua nella ripresa ma il portiere bulgaro prima (su Scirea ed Altobelli) e la traversa poi (di Vierchowod) impediscono agli azzurri di chiudere la partita. Così arriva, quasi inevitabile, la beffa. All'85' infatti il bulgaro Sirakov sfrutta al meglio un cross dell'ala Markov mettendo in rete l'unico tiro in porta dei biancoverdi in tutta la partita.

L'amaro pareggio divide già la critica, a coloro che evidenziano comunque il netto dominio degli azzurri si contrappongono i numerosi critici che condannano la scarsa determinazione in zona gol ed intravvedono oscure nubi all'orrizzonte in vista della sfida contro l'Argentina di Maradona, reduce da un facile successo sulla Corea del Sud (3-1). Bearzot sembra stare dalla parte dei più ottimisti e così contro i sudamericani ripropone la formazione dell'esordio. Le cose si mettono subito molto bene. Al 5' minuto infatti Burruchaga con un maldestro colpo di mano in area, regala all'Italia un innaspettato rigore che Altobelli realizza prontamente. L'Argentina regisce allo svantaggio in maniera ordinata e, pur senza entusiasmare, ritrova nel giro di pochi minuti la parità grazie al gol di Maradona, abile a sfruttare l'ingenuità del portiere Galli. Raggiunto il pareggio le 2 squadre fanno due calcoli, intuiscono che il risultato può andare bene ad entrambe e all'insegna del "non facciamoci del male" aspettano il fischio finale dell'arbitro olandese Keizer. Termina così con un prestigioso pareggio e una partita soporifera il big match del girone, che costringe l'Italia a centrare la vittoria nell'ultimo match contro i modestissimi coreani.

L'inizio è una passeggiata e nel giro di venti minuti l'Italia ha due grandissime occasioni: prima Di Gennaro si impappina sciaguratamente su un pallone ballonzolante a pochi passi dalla porta vuota, e poi al 18' Altobelli, in gran forma, concretizza un bel cross del Dige, con uno splendido dribbling sul difensore e il portiere avversario. Ancora una volta però i ragazzi di Bearzot dopo aver sciupato numerose palle gol (e un rigore con Altobelli), vengono raggiunte al primo tiro subito (al 62' con Choi Soon Ho). Per fortuna gli azzurri non si fanno impressionare dai fantasmi coreani (Corea del Nord 66' docet) e chiudono con autorità i conti, prima con Spillo e poi con una maldestra autorete di Cho Kwang Rae.

Lo spauracchio è passato e per Bearzot si apre l'infuocata settimana che precederà la sfida contro la Francia di Platini, agli ottavi di finale. L'Italia non si è comportata male nel girone iniziale ma, come al solito i giornalisti trovano materiale per lamentarsi e criticare alcune scelte del ct. Galderisi, dicono, dopo il buon esordio è totalmente sparito, Di Gennaro, sostengono ancora, al di là della grinta e della buona volontà paga delle doti tecniche non esaltanti, mentre Galli in troppe volte si è dimostrato disattento causando il "disastroso" bilancio difensivo di 4 gol subiti in 3 partite. Bearzot si lascia in parte influenzare da queste voci e il giorno della sfida contro i francesi campioni d'Europa, lascia in panchina Di Gennaro sostituendolo con Giuseppe Baresi.

La scelta è disastrosa, l'interista naufraga in mezzo alla classe di Tigana e Giresse e si permette pure il lusso di regalare con una clamorosa ingenuità la palla da cui scaturisce il gol del vantaggio di Platini. Bearzot corre ai ripari e, ritornando sui suoi passi, inserisce Di Gennaro. Le cose tuttavia non cambiano e quando Stopyra al 57' insacca in rete dopo un'ottima combinazione con Tigana e Rocheteau, tutti capiscono che l'avventura messicana per gli azzurri è già terminata. Si chiude così in maniera ingloriosa il fortunato ciclo Bearzot, sull'onda di scelte incomprensibili quali l'accantonamento di Tardelli e Rossi. Anche i veronesi hanno poco di che esultare: Tricella non ha mai visto il campo, mentre Galderisi e Di Gennaro, pur essendo presenti in tutte 4 le sfide, finiscono inevitabilmente sotto il ciclone delle critiche per le altalenanti prove disputate.

Le imprese di Elkjaer e Briegel

Ma oltre ai tre italiani al mondiale messicano prendono parte anche i due stranieri del Verona, Elkjaer e Briegel, e la loro partecipazione non passa di certo inosservata. Il primo è il trascinatore della Danimarca rivelazione, mentre il secondo partecipa da titolare al secondo posto finale della Germania Ovest. Ma andiamo con ordine. Danimarca e Germania sono inserite nello stesso girone, il quinto, denominato dai messicani "el grupo della muerte". A comporlo vi sono infatti, oltre alle citate, due squadre di grande tradizione quali Uruguay e Scozia. I pronostici danno tutti per favorita la formazione tedesca, giunta in finale nella precedente edizione spagnola, e in grado di schierare autentici fuoriclasse quali l'interista Rumenigge, lo scatenato Littbarski e la sicurezza Matthaus. Ma a contare, si sa, è il campo e il suo responso è inequivocabile.

E ad essere premiata è la schiacciassassi Danimarca. Il suo calcio, un misto di potenza atletica e classe purissima, irride l'altura e macina gol. Delizioso in attacco Michael Laudrup e Arnesen, semplicemente micidiale il "nostro" Elkjaer, ispirati dalla continuità di Lerby e dalla sostanza di un altro "italiano", Berggren, mentre in difesa il trentaseienne Morten Olsen è il libero di sontuosa efficacia. La povera Scozia ne è la fine prima vittima, nonostante la buona resistenza opposta allo strapotere degli uomini di Piontek. E' infatti proprio la gara d'esordio contro i britannici quella in cui la Danimarca soffre di più, risultando alla fine vittoriosa per una rete a zero proprio grazie a un gol di Preben Larsen Elkjaer.

Nel frattempo la Germania di Briegel suda parecchio contro un discreto Uruguay, raggiungendo il pareggio (1-1) solo all'84' con Allofs. E ancora in rimonta, contro la Scozia, la squadra tedesca vince la seconda gara ribaltando con le reti di Voller e del solito Allofs il vantaggio britannico siglato da Strachan. Tutt'altra musica per la Danimarca che trascinata da una memorabile tripletta del vichingo gialloblù stende l'attonito Uruguay con un tennistico 6-1. Inutile ogni tentativo della formazione sudamericana, priva di sbocchi offensivi, di sbarrare la strada ai danesi, venendo travolta da un'esibizione di calcio in velocità che resterà tra i ricordi più belli del Mondiale. Si arriva così all'ultimo turno del girone iniziale; il rissoso pareggio (0-0) tra Scozia e Uruguay, segnato dall'espulsione di Batista al 1' minuto, determina la qualificazione della celeste.

Nell'altra gara si affrontano, in una specie di derby tra i veronesi Briegel ed Elkjaer, Germania e Danimarca, entrambe già promosse. Anche i tedeschi, alla fine, capitolano (0-2, reti di Olsen ed Eriksen) alla voglia degli uomini di Piontek di spendere inutili energie, a costo di perdere il prezioso Arnesen e di pagare nella fase successiva.

Gli ottavi infatti si rivelano per la Danimarca un ostacolo insuperabile per colpa di un sorteggio sfortunato (di fronte la Spagna seconda nel girone con Brasile, Irlanda del Nord e Algeria) e di una irrazionale gestione delle forze a disposizione. Non a caso insieme alla squadra scandinava agli ottavi cade anche l'altra "sensazione" del torneo: l'Urss di Lobanovski (recentemente scomparso), sconfitta (4-3) ai supplementari dal Belgio, in una partita ricchissima di emozioni.

A Queretaro la super Danimarca, con tutti i favori del pronostico sebbene priva del grande Arnesen, va all'assalto della Spagna, infilzandosi sulle picche di un micidiale contropiede: quattro gol confeziona il "Buitre" (avvoltoio) Butragueno nella porta di Hogh dopo il vantaggio di Jesper Olsen e non c'è dubbio che per gli uomini di Piontek si tratti di un clamoroso suicidio. La festa che i tifosi celebrano ugualmente per i loro prodi resta l'unica traccia delle spettacolari dimostrazioni di gioco che hanno rallegrato il primo turno. E così, con molta amarezza, anche Elkjaer (quinto marcatore assoluto della manifestazione) lascia anticipatamente il mondiale messicano, nonostante le straordinarie prove offerte nelle prime tre gare.

Supera il turno, seppur con molto affanno, la Germania di Briegel che solo all'88' trova con Mattheaus il gol vittoria. Il veronese si conferma anche in nazionale una sicurezza agendo con grande grinta ed esperienza (per lui già una vittoria all'europeo e una finale mondiale alle spalle) al centro della difesa. Proprio la partita contro il tecnico Marocco, trascinato dal regista Bourdebala, mette particolarmente in luce le sue doti di rude, ma efficace marcatore.

L'avventura dei tedeschi prosegue ai quarti con i padroni di casa. Il Messico, con una prova dignitosa, mette i muscolari di Beckenbauer alle corde. La forza dei tedeschi, tuttavia, rimane proverbiale. La squadra è robusta in difesa, dove l'ottimo portiere Schumacher è protetto da Jakobs e Eder, mentre sulle corsie laterali i vigorosi Berthold (futuro gialloblù) e Briegel presidiano e ripartono con discreta efficacia; il centrocampo marcia con la vigoria esplosiva del giovane Mattheaus, l'abnegazione di Brehme e la regia del logoro Magath; l'attacco vive degli ultimi slanci di Rumenigge, corroso da mille acciacchi, e dell'irruenza di Allofs. Resta in panchina la fantasia del folletto Littbarski, a vantaggio della solidità difensiva del complesso. Il calcio frizzante ma poco incisivo del Messico resiste a lungo, superando indenne anche i supplementari. Alla fine, espulsi Berthold e Aguirre, a decidere sono i rigori. Errori di Quirarte e Servin e Germania in semifinale.

Al penultimo atto i tedeschi incontrano la Francia, in quella che si presenta un'autentica rivincita di quanto avvenuto 4 anni prima con la sconfitta dei galletti ai rigori: alla fine a vincere è ancora la Germania ma questa volta non c'è partita. Segna subito Brehme all'8' e per la Francia c'è solo la disperazione di Platini, che si vede annullare da Agnolin il gol del pareggio. La rete in contropiede di Voller al 90' fissa sul 2-0 il risultato finale.

Per Briegel e compagni arriva la finale mondiale contro l'Argentina di un ispiratissimo Maradona. A ben guardare il cammino fin lì disputato dalla Germania non era stato poi così esaltante e in particolar modo il gioco aveva lasciato in più di un'occasione a desiderare. Una formazione volta soprattutto a difendere quella di Beckenbauer e il tecnico tedesco non si smentisce nemmeno nella finale schierando un undici accorto con Mattheaus sacrificato in una marcatura senza respiro della stella Maradona. La mossa riesce fino a un certo punto: Diego stenta a trovare spazio, ma ci pensano Brown e Valdano a portare l'Argentina sul 2-0.

A 20' dalla fine l'Azteca sta già festeggiando il trionfo argentino. Troppo presto: Rumenigge e Voller rimettono in piedi il match. Davanti all'inattesa rimonta l'Argentina si squaglia: una volta tanto i tedeschi mettono da parte l'abituale senso pratico, che consiglierebbe di rifiatare in attesa dei supplementari, e vanno all'arrembaggio. E' l'errore che decide il match: Maradona, finalmente libero, lancia Burruchaga che brucia Schumacher in uscita. Alla fine è proprio Briegel, tra i cinque gialloblù, a lasciare con maggior sconforto il Messico, ancora una volta sconfitto in una finale di mondiale (dopo Spagna 1982). Tanto più che per lui, contrariamente a molti suoi compagni, non ci sarà la gioia del riscatto ad Italia 1990.

Enrico e Francesco

Foto Storiedicalcio e Gettyimages

CIOFFI ALLA RICERCA DEL VERONA PERDUTO


Ho l'impressione che, dopo la confusione generata dal mercato, si continui crearne di nuova anche nelle soluzioni tattiche partita dopo partita. Laddove Tudor aveva trovato la fortuna del Verona dando continuità al lavoro di Juric migliorandolo gradatamente con il suo stile personale, Cioffi invece, ha stravolto priorità e leadership cancellando di fatto ogni tipo di continuità. Quando in conferenza stampa parla dei singoli, traspare evidente il suo concetto di base secondo cui «tutti sono in discussione, nessuno è sicuro di giocare». Questo probabilmente dipende dal fatto che lui ritiene efficaci alcune teorie aziendali (peraltro, recentemente messe in discussione dalle prove dei fatti) che mettono in competizione tutti i collaboratori ponendoli gli uni contro gli altri al fine di migliorare la produttività. Giovani contro vecchi, arroganza contro esperienza. Ma così facendo, il mister ha di fatto eliminato tutti i riferimenti degli ultimi anni. Ogni partita scende in campo una formazione diversa e i 5 cambi a disposizione, anziché consolidare, sperano di ribaltare quello che non sono riusciti ad esprimere in campo i titolari. O sbaglia la formazione iniziale, o non trasmette la giusta concentrazione, fatto sta che il Verona sbaglia quasi sempre l'approccio (salvo forse solo il primo tempo con la Lazio). Quello che emerge è infatti un Hellas continuo cantiere aperto dove la paura di sbagliare (e quindi di perdere l'opportunità a disposizione) condiziona ogni singolo giocatore che non riesce poi ad esprimersi al meglio per due partite di seguito. E' una squadra che non costruisce gioco, che fatica a difendersi, che non ha un'identità. Gunter, Ilic, Tameze, lo stesso Lazovic costretto a cambiare più ruoli, non sono più gli stessi. D'altra parte, in questa confusione generale, purtroppo continuano a trovare spazio i modesti Lasagna, Depaoli, Dawidowicz e Djuric di cui non comprendo il valore.

[continua]
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