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HELLAS VERONA / Assolo

I PADRONI DEL MONDO

Le due borse di New York capitalizzano insieme il 48% del mercato azionario mondiale; le imprese americane, attraverso le loro multinazionali, producono il 65% del PIL dell'intero pianeta; circa il 64% delle transazioni internazionali è effettuato in dollari; gran parte delle Banche Centrali (in particolare quelle dei paesi asiatici e arabi) sono piene di Treasury Bonds, i titoli di stato americani, e li utilizzano come alternativa alle riserve auree. Tutte queste sono notizie banali, reperibili facilmente e quindi assolutamente inutili. Anche perché forniscono un'informazione incompleta della realtà, e anche parzialmente inesatta.

Le cose stanno diversamente. Il mondo è in mano a 300/350 famiglie, lobbie, gruppi di potere. Sono trasversali alle varie nazioni, spesso multietnici anche se soprattutto di origine anglosassone e sono legati da interessi di varia natura (religioso, massonico, etnico). Il loro obiettivo comune è semplicemente quello di crescere. Crescere e basta. Qualcuno, ogni tanto, si perde per strada e pochi si aggiungono alla lista.

Le città che contano veramente nel pianeta, i centri del potere, sono essenzialmente quattro: New York, Londra, Milano e Berlino; a Parigi, Roma, Stoccolma e Gerusalemme spettano un potere di qualità inferiore e più tradizionale, quello più prettamente politico, religioso e culturale. Poi ci sono altri centri che sgomitano ma ancora non riescono a incidere più di tanto e sono Tokyo, Shanghai, New Dehli, Johannesburg e Seul. Il resto è periferia, mera periferia.

I padroni del mondo scelgono i temi con cui arricchirsi: qualche anno fa il business è stato la tecnologia. Poi c'è stato chi si è spinto troppo oltre e ha fatto investimenti scollegati all'uso comune, assurdi e inutili. Tecnologia per la tecnologia, tecnologia per i soldi. E così qualcuno ha pagato questo eccesso innaturale sparendo dalla circolazione. Adesso tocca all'energia, domani sarà il turno della bioetica/medicina.

Per legittimare il proprio potere, i padroni del mondo usano l'arma della comunicazione e del coinvolgimento: convincono e quindi si giustificano. L'arma della persuasione è la più sicura e redditizia che sia mai stata inventata, perché rende gli altri partecipi e quindi alleati, complici. E quindi ti frega. E' un'arma che non fa prigionieri perché toglie la libertà e l'indipendenza del pensiero. Si chiama «manipolazione mediatica». Quando vogliono disfarsi di un bene in eccedenza o sostituibile perché superato, convincono che è opportuno acquistarlo. «Il migliore affare possibile», dicono. In Borsa questo giochino succede di frequente. Le domande che ti invitano a fare, sono quelle alle quali hanno già confezionato le risposte.

Certi giorni pare che nel mondo non succeda assolutamente nulla, anche una foglia che cade, fa rumore. Altri giorni invece, pare che succeda una sola cosa e tutto il resto non conta. Ma, come sappiamo bene, ogni giorno c'è più di un'occasione per piangere e per sorridere: da qualche parte qualcuno si commuove e si emoziona mentre qualcun altro, perché solo, non ce la fa più. Ma questo non conta. O meglio, conta solo quando serve. Se serve.

Al contrario, nessuno ci propone mai quelle domande alle quali non sappiamo dare una risposta. Per quale ragione la ricerca delle fonti energetiche alternative è effettuata per lo più dalle stesse aziende che estraggono e raffinano il petrolio? E' vero che le armi scadono? Perché non si può debellare la produzione della droga? Perché ieri ti vendevo le armi e oggi sei diventato un terrorista? Fino a che punto conviene spingere l'uso della ricerca genetica? Conviene inventare la medicina che guarisca definitivamente? La SARS è nata in laboratorio o no? Perché quando telefono da Milano a Parigi, il messaggio arriva prima in un altro posto del mondo che non è in Francia, e poi torna indietro? E' davvero impossibile mettersi seduti ad un tavolo e affrontare tutti i problemi che oggi ci dividono? Conviene a qualcuno tenere il mondo diviso?

La realtà è ben diversa da quella che ci appare. E' come se, oltre a convivere con un certo modo di essere, condizionato dal nostro stato sociale e culturale e limitato dalla nostra disponibilità economica, noi convivessimo anche con un certo modo di pensare preconfezionato. Inutile negarlo, con lo sviluppo della comunicazione, noi oggi siamo comodamente uniformati nel giudizio, nel pregiudizio, nelle opinioni e, di conseguenza, nelle decisioni.

E' lì che i padroni del mondo giocano la loro partita: nel seguito che riescono ad avere e nella giustificazione collettiva delle loro scelte. Perché proprio quando ci sentiamo liberi e indipendenti, seguiamo invece un'autostrada già tracciata che ci porta verso uscite predisposte, pagando perfino il nostro pedaggio ai loro caselli.

Per difendermi, o per avere l'illusione di farlo, io generalmente leggo i giornali e guardo alla televisione gli opinionisti che la pensano in maniera differente da me. Questo mi serve per verificare la consistenza delle mie idee e quindi la loro attendibilità relativa (guai a parlare di attendibilità assoluta, l'assoluto è la più grande fregatura che ci abbiano mai propinato!). Di un essere umano, prima ammiro il cervello e poi il suo pensiero. E non importa se questo è diverso dal mio; anzi una mente svincolata, non conforme, non ha altra libertà che se stessa: la sua indipendenza e diversità meritano sempre la mia attenzione e il mio rispetto. Talvolta anche la mia approvazione.

La coscienza di ciò che effettivamente accade non è, credetemi, una paranoia. E' capacità di scelta e libertà di valutare il ruolo che ciascuno di noi deve dare alla propria vita. Già ci pensa da sola la Fortuna (o il Destino) a condizionare i nostri esiti finali, almeno cerchiamo con coscienza di tutelare le nostre intenzioni. E così diamo un senso a noi stessi.

Massimo

NOTA: Anche nella musica si ripete il medesimo fenomeno. Ci sono grandi idee, ci sono i padroni del mondo (i produttori e le case discografiche) che le impongono e le diffondono e una quantità di musicisti di scarso valore che si adeguano e le ricopiano pedissequamente. Senza fantasia e senza dare valore aggiunto. Ogni tanto questa noiosa catena si interrompe, ma è un evento raro. Però quando succede si crea il miracolo.

Un esempio per tutti, ma clamoroso. Nel 1958, la geniale coppia Rodgers e Hammerstein compose il musical «The sound of music» intorno al brano «My favourite things» che parla con leggerezza di amore, amicizia e di un futuro migliore (dal nazismo) e fu subito un successo mondiale. Tutte le orchestre lo suonavano, i cantanti lo ripetevano, le persone lo ballavano. Nel 1960, il più grande sassofonista che sia mai esistito, John Coltrane, prese questo brano lo smontò per poi rimontarlo a modo suo: la leggerezza divenne nevrosi, l'amicizia intensità, l'amore passione e il futuro non esisteva più perché dilaniato dall'abuso di droga e dalla frustrazione del razzismo. Nel 1965 infine, Wise ne fece un film che in Italia uscì col titolo «Tutti insieme appassionatamente» e questa canzone venne stupendamente interpretata da Julie Andrews: il successo è stato tale che vinse la bellezza di 5 Oscar. Rodgers, Andrews, Coltrane sono stati 3 geni per un'unica canzone stupenda: più precisamente, sono stati coloro che, con le loro idee e il loro talento, hanno cambiato la musica imponendo nuovi modelli a chi comanda. La loro indipendenza l'hanno conquistata grazie alla loro unicità.



Hellastory, 07/04/2005
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UNA REGOLA SBAGLIATA CHE PUO' DANNEGGIARE IL VERONA


Lo spettacolare pareggio dell'Olimpico con la Lazio chiude adeguatamente una stagione strepitosa. Tudor, stupendo condottiero, ha migliorato la posizione di classifica dell'anno scorso, ha ottenuto il record di gol realizzati (65) e sigillato il saldo positivo reti fatte/subite (+ 6), risultato questo non riuscito né a Mandorlini (-6) né a Juric (- 2 e -4) prima di lui. Adesso però inizia una settimana decisiva per capire cosa farà, quando scioglierà la riserva circa la permanenza o meno in gialloblu. Perso D'Amico, la questione che tiene in sospeso tutti non è un problema di soldi, contano le sensazioni. Bisogna vedere se ci sono i presupposti. Da cosa scaturisce questo stato di incertezza? Tutto ci porta ad affrontare un periodo di incertezza societaria che non aiuterà certo a lavorare con la stessa serenità che ha trovato e che, infondo, ha agevolato il conseguimento di prestazioni di questo rilievo. Non c'è alcun dubbio che D'Amico, anche lui sotto contratto, abbia colto l'opportunità Atalanta anticipando in tal modo la conclusione di un ciclo. Un ciclo vincente, aggiungo, visti gli splendidi risultati ottenuti non solo sul campo (grande calcio, 1 promozione e 3 piazzamenti stabilmente tra il 9º e il 10º posto), ma anche e soprattutto dal punto di vista della rivalutazione della rosa e degli indici di bilancio. D'Amico, direttore sportivo silenzioso e scrupoloso, è stato anche in grado di porre rapido rimedio nei rari errori di valutazione (l'esonero veloce di Di Francesco e l'aver tolto dal mercato Tameze in agosto quando ci si è accorti che Hongla non avrebbe risposto subito alle aspettative). Ora però se ne sta aprendo un altro di difficile valutazione. Non tanto perché Marroccu, che è comunque un dirigente esperto, valga meno di D'Amico, quanto per il contesto in cui si troverà ad operare. E Tudor deve stabilire se valga la pena oppure no restare alle nuove condizioni.

[continua]
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