Alla vigilia dei suoi 60 anni, Gianfranco Zigoni è stato intervistato da Paolo Tomaselli in un articolo che è uscito ieri sul Corriere della Sera. Per chi se lo fosse perso lo riportiamo sotto. Un Zigoni a tutto tondo, eccentrico e spavaldo come sempre.
«Prima di entrare in campo dicevo a me stesso che nessun essere umano poteva fermarmi, solo Dio. Ma per me Dio non esisteva, quindi ero pronto a fare sfracelli. Poi magari me ne stavo fermo in attacco, senza fare nulla. Sentivo qualcosa di strano che mi bloccava, come se fosse Dio. Certe volte non vedo l'ora di morire per scoprire se c'è. Me lo immagino che mi aspetta al varco per dirmi: ‘‘Hai visto Zigo? Ero io che ti marcavo stretto''». All'alba dei sessant'anni, che festeggia domani, Gianfranco Zigoni ha capito «perché ho fatto quasi 100 gol in più di 300 partite fra serie A, B e Coppe: potevo farne mille se non ci fosse stata di mezzo quella forza misteriosa. Ma forse un vero perché non c'è. Si vede che era destino».
Dio, morte, destino. Il centravanti di Juve, Genoa, Roma, Verona e Brescia gioca con le parole come negli anni 60 e 70 giocava col pallone: istinto, voglia di stupire, originalità. «Come sto oggi? Non lo so, il dottore non mi vede da trent'anni. Me ne frego, sfido la morte perché non mi fa paura. Come si fa ad averne? È da piccoli uomini. Mi piace quella frase: ‘‘La campana suona anche per te''. E poi odio le visite mediche e da giocatore mi rifiutavo di farle. Quando ero al Genoa ero l'ultimo della fila, un mio compagno svenne alla vista di un ago e io scappai come una bestia. Comunque mi fa ridere l'ipocrisia di chi dice che non giravano medicinali di ogni tipo, a partire dal Micoren che adesso è sotto accusa. La droga? C'è sempre stata e sempre ci sarà, ma secondo me adesso se ne usa di meno. Anche io mi drogavo, certo, ma di vino Raboso».
La fondina con la pistola che amava portarsi appresso per fare lo spaccone adesso non c'è più. Ma il cinturone con la grossa fibbia Smith & Wesson è rimasto, assieme alla giacca di jeans con la bandiera di Cuba sulla spalla e la scritta Hasta la victoria siempre . «Il grande Ernesto Che Guevara mi ha insegnato tanti valori. Ho tutti i suoi libri e quelli che lo riguardano, anche in spagnolo. Sono diventato amico di Paco Ignacio Taibo II, il suo biografo, una bella persona. A Cuba? Non ci sono mai stato, non me lo posso permettere, ma chi si accontenta gode e io godo. Ho girato tanto, ma in realtà non me ne sono mai andato dal mio quartiere, qui a Oderzo, che chiamavano Bronx. C'era tanta povertà allora, ma anche molta dignità. Io comunque non mi sento veneto o italiano. Mi sento cittadino del mondo e ho valori diversi da quelli che hanno caratterizzato la mia terra, soprattutto negli ultimi venti anni: qui c'è tanto denaro e poca testa, ma io credo che se non hai cultura sei davvero un poveraccio».
Al collo di Zigoni è appesa una medaglietta con l'incisione di un ragazzo coi capelli lunghi e il viso magro, sembra un eroe antico: «Me l'ha fatta un orafo di Roma, lì mi vogliono ancora bene e a Verona sono ancora un mito. Ma noi calciatori in fondo non siamo nulla: i grandi uomini, i veri eroi sono altri. Sono i missionari o i medici bravi e coraggiosi, come Carlo Urbani e Gino Strada. Io ho reso al 30% anche perché volevo vivere. Adesso alcuni calciatori mi sembrano un po' tristi e io mi sento di dare loro un consiglio da fratello maggiore: quando sono stressati o incupiti per delle critiche, che vadano negli ospedali a vedere i bambini che stanno male o semplicemente vadano a fare la spesa in un discount , assieme alla gente che fa fatica ad andare avanti. Quando ero giocatore, io pensavo sempre alla povertà in cui ero cresciuto e lo stress spariva in fretta. Certo alla Juve, con Heriberto Herrera che mi massacrava, non me la passavo bene nemmeno io».
Oggi Zigoni allena gli esordienti del Basalghelle: «Ha ragione il mio amico Ezio Vendrame, ‘‘i bambini non ti tradiscono mai'' e io con loro mi diverto. Come mi diverto a vedere giocare mio figlio Gianmarco, nei Giovanissimi del Treviso. È un attaccante forte, sono venuti osservatori di squadre importanti. Io lo seguo, ma non spingo, mi interessa che diventi un uomo, prima di un calciatore. Alla sua età io giocavo da solo contro una squadra intera. Mi portavo il portiere e non mi fermava nessuno. Poi ho esordito a 17 anni e 15 giorni con la maglia della Juve al posto di Sivori, ma ti rendi conto? Ero di un'insicurezza incredibile, mi hanno lasciato in un angolo senza dirmi niente, non come faccio io coi ragazzi. E poi in campo mi sono ritrovato con le gambe di marmo. Mi è successo solo un'altra volta, mesi fa in una gara di beneficenza: non avevo fatto riscaldamento, non l'ho mai sopportato perché ti fa sembrare un burattino».
Da giocatore Zigoni aveva un rapporto pessimo con gli arbitri, poche espulsioni ma più di trenta giornate di squalifica: risse, parole grosse, proteste a non finire. Oggi gli tocca il contrappasso di una figlia di 23 anni che studia per diventare direttore di gara: «Io non credo agli arbitri, ma negli uomini. Ce ne sono di onesti, ma anche di disonesti. Le ho detto di arbitrare con gli occhiali scuri, per non guardare in faccia nessuno. Comunque posso dire una cosa? Io ho giocato nella Juve e non ho mai avuto la sensazione di essere favorito. Sarà perché ero tifoso del Grande Torino».
Formidabili quegli anni per Zigoni il contestatore, capelli lunghi, barba e dolce vita: «Si sentiva il vento nuovo, ma il nostro era comunque un mondo a parte. Io stavo idealmente con gli studenti e contestavo a modo mio, cercando di non farmi mettere in gabbia e per questo ho anche pagato. C'era tanta omologazione, ma poi c'era anche un ragazzo speciale come Gigi Meroni. Ero andato al Genoa al posto suo ed ero alla Juve quando doveva venire a giocare la Coppa Campioni con noi: non arrivò perché altrimenti Torino sarebbe stata messa a ferro e fuoco. Chissà, se fosse venuto da noi, magari non sarebbe morto così. Io l'ho ricordato a modo mio, chiamando mia figlia Cristiana, come la sua donna».
Il film in bianconero è lungo da raccontare, ma Zigoni sa guardare lontano e confrontarsi anche con il calcio di oggi. «Ce l'ho con chi esaspera gli animi, con il finto fair play e con chi fa scenate senza aver subito nemmeno fallo. Una volta a San Siro mi hanno dovuto fermare in quattro: volevo ammazzare l'avversario che mi aveva fatto un male cane. Sono stato espulso, ma non mi hanno squalificato e il pubblico di San Siro, che è sempre stato di veri intenditori, mi ha applaudito. Si vede che ogni tanto la giustizia c'è. Oggi penso che calciatori come Del Piero e Tommasi siano di grande esempio, come lo è stato Roberto Baggio e come lo è da quindici anni Paolo Maldini, il più grande calciatore italiano. Io non ero un esempio, ma del resto non lo era nemmeno Maradona, che pure è uno con un cuore grande così. Fra i tre migliori di sempre ci metto lui e Pelé, naturalmente». E il terzo? «Ma che domanda! Zigoni».
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