6. IL RE E IL SUO TEMPO - Dossier 2021/2022 su HELLASTORY.net
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6. IL RE E IL SUO TEMPO

 

Il calcio moderno, che per una squadra come la nostra ha essenzialmente l'obiettivo di difendere la serie A, lascia poco spazio al romanticismo. Ha perfettamente ragione Davide quando si vede costretto a vivere alla giornata, senza più quei riferimenti affettivi che possano essere identificati come stabili e rassicuranti. In questo contesto, la gaffe societaria di San Siro all'indomani della scomparsa di una bandiera assoluta come Ciccio Mascetti fa il paio con la sbrigativa chiusura del Presidente alcuni giorni dopo (Ci siamo scusati, non doveva accadere. Ora basta, però). Il fatto è che questo non è più il Verona di Mondadori, Garonzi, Guidotti, Chiampan, Arvedi o Martinelli e ce ne siamo accorti. Anche perché, volgendo lo sguardo altrove, facciamo fatica a riconoscere proprietà tifose o trovare giocatori simboli che, in scadenza contrattuale, scelgono poi di rinnovare a prescindere (da Dzeko a Roma a Donnarumma a Milano sponda Milan, da Perisic sponda Inter a Insigne a Napoli). Eppure, in questo freddo processo di spersonalizzazione aziendale, dobbiamo prendere atto - nostro malgrado - sia dell'assenza colpevole di capitale veronese sia del fatto che Setti, senza troppi mezzi a sua disposizione, ci iscrive per il quarto anno consecutivo al salotto buono del calcio nazionale. Dopo l'epoca Bagnoli (ecco un altro massimo simbolo gialloblu), questo è il periodo non solo più longevo ma anche quello migliore in termini di risultati sportivi: piazzamento, punti, reti fatte, spettacolo prodotto. Per non parlare della recente convocazione in Nazionale di Caprari e Cancellieri e del suo incredibile esordio 35 anni dopo (incredibile, vista l'età e la fiducia ricevuta da Mancini e invece negata da Tudor) dopo l'ultima apparizione di un gialloblu in maglia azzurra (Italia - Argentina 3-1 del 10 giugno 1987). Ripeto, 35 anni dopo. Un giorno, più in là, non ci vergogneremo di identificarlo come il regno di Setti, mettendo da parte sia le origini che il continuo turnover tecnico e dirigenziale che sta imponendo.

Lasciando da parte il discorso multiproprietà, nel quale ci siamo addentrati a lungo, non c'è alcun dubbio che l'addio di D'Amico abbia concluso il terzo ciclo dell'epoca Setti. Sicuramente il più prolifico. In estrema sintesi, si possono facilmente riconoscere i due precedenti nell'epoca Mandorlini e il ritorno in A (2012-2016) e in quella in chiaroscuro di Pecchia e Fusco con le note difficoltà economiche da dover gestire (2016 - 2018). D'Amico, in 4 stagioni, ci ha riportato in A e dato stabilità nei 3 campionati successivi.

A questo punto dell'anno però, immancabilmente, il tifoso romantico che è in ciascuno di noi si trova nuovamente spiazzato perché vengono a mancare tutti i riferimenti operativi (Tudor in campo, D'Amico in tribuna) e anche perché è scontato che verranno venduti i migliori giocatori valorizzati quest'anno. Tra l'altro, motivo principe per far emergere i dubbi a Tudor a voler proseguire, visto che non ci sono più le condizioni... Condizioni che detta il Re che conosce quanto è sottile il suo portafoglio, ma anche quanto valgono sul mercato i suoi gioielli. E se Tudor non si è convinto, in giro si può trovare comunque chi è disposto ad esserlo. Del resto, chi era Juric prima di venire a Verona? E Tudor stesso non veniva forse da un ruolo marginale nella Juventus? Il Verona non sta valorizzando solo giocatori.

Passiamo un attimo al film del campionato. Per chi, come me, ha avuto la fortuna di godersi più stagioni del Verona e mettendo ovviamente da parte il periodo di massimo splendore che è culminato con lo scudetto, non c'è alcun dubbio che lo show offerto dai nostri 3 moschettieri là davanti rimarrà impresso a lungo. Caprari - Simeone - Barak hanno espresso il più alto potenziale tecnico e spettacolare che potevamo mai immaginare. E, se è vero che il calcio è una forma di arte popolare e il gol il suo compimento emotivo, l'obiettivo finale, quello che abbiamo visto all'opera quest'anno, ci ripaga di tanto grigiore passato e, in un certo senso, ci potrebbe mettere a riparo anche dalle incertezze future. Molto probabilmente i nostri eroi verranno ceduti in difesa della causa societaria e non avremo quindi alcuna possibilità di blindarli e riproporre in futuro un tale potenziale offensivo. Ma questo fa parte della vita. Si sono divertiti insieme, ma loro stessi sentono ora il bisogno di misurarsi con nuovi palcoscenici e mettersi nuovamente alla prova. Sono loro stessi che vogliono alzare l'asticella. L'Hellas è stato la loro rampa di lancio, altrove hanno bisogno di confermarsi. Vivere la frustrazione di un Verona che non riesce a capitalizzare tanto valore vuol dire non rendersi conto della differenza patrimoniale rispetto alle prime 8 società che ci precedono in classifica e neppure dello spreco che ha condannato Parma, Brescia, Cagliari e Genoa.

Il calcio è cambiato. Non c'è dubbio. Abbiamo perso la rassicurante confidenza verso certi giocatori e dirigenti e la stabilità che portano con sé per subire il nuovo (e alle volte destabilizzante) concetto opposto della discontinuità, nella quale chi arriva accetta il confronto e sa di aver poco tempo a disposizione per farsi apprezzare. La discontinuità come stimolo a fare nuovamente la storia, laddove ce n'è stata una (bellissima) da raccontare. Una bella sfida, dunque. Per questo, è necessario dare subito il massimo, o si verrà spazzati via dalla critica e dai tifosi mettendo a repentaglio anche le proprie prospettive professionali. Mors tua, vita mea. Come è accaduto a Di Francesco.

Cioffi e Marroccu sono dunque le nuove scommesse del Presidente, hanno accettato la sfida pur sapendo non solo i limiti economici e il pesante turnover che li aspetta, ma anche le aspettative consolidate che devono difendere. Può sembrare sorprendente che Cioffi abbia visto in Setti e nel Verona prospettive migliori rispetto ad Udine, mentre capisco Marroccu e l'opportunità di rivedere la serie A dopo i playoff falliti con il Brescia. Verona, in definitiva, al di là delle nostre fragilità emotive è, a livello professionale, anche un polo di attrazione.

Ecco perché l'unica risposta che ho da dare a me, a Davide e a tutti noi tifosi appassionati, è questa continua rigenerazione di valori e opportunità che offre il Verona stesso. Non ci saranno più, molto probabilmente, gli splendidi Casale, Ilic, Tameze, Barak e Simeone a difenderci ma impareremo a conoscere finalmente le capacità di Cancellieri, Hongla, Piccoli e chissà chi altro ancora. E poi, finiremo persino per renderci conto che in fondo i vari Faraoni, Lazovic, Caprari, Dawidowicz, Montipò e Ceccherini sono le nostre bandiere di oggi. Li avevamo davanti ai nostri occhi anche prima ma, come spesso accade, il presente è sempre più difficile da riconoscere.

Massimo

Colonna sonora: Homesick, Kings of Convenience




Hellastory, 10/06/2022

SETTI ACCOMPAGNA IN B IL VERONA


Dopo la decima, gravissima sconfitta consecutiva, il Verona è quasi condannato. E pensare che lo Spezia, per condizione e posizione di classifica, avrebbe potuto essere l'avversario più adatto per chiudere decentemente l'anno solare ed accendere speranze di salvezza. Invece no, ci sono stati superiori non solo nel risultato ma anche nel gioco e in intensità. Il Verona sta pagando le sciagurate scelte societarie, come ha ammesso Marroccu dopo Monza. Setti invece, che vive evidentemente in un altro pianeta, non si rende conto di quello che ha combinato e nemmeno perché, chiunque a Verona raggiunge un certo livello qualitativo, poi chiede di andare via. Non si rende conto che è lui l'artefice di questa condizione di precarietà che non consente di trovare in questa società la propria dimensione sportiva. E per questo, ogni anno batte cassa frettolosamente al valore acquisito, vivendo di nuove scommesse e di improvvisazione. In effetti, a voler essere precisi, non è ancora stato chiarito se tutto ciò dipenda da costanti bisogni personali, oppure dalla sua supponenza (sono il Presidente che ha disputato più stagioni in serie A, conosco il calcio meglio di tutti voi ...). Fatto sta che questa volta Longo, D'Amico e Tudor hanno capito in fretta quello che sarebbe successo di lì a qualche mese e, vista l'impossibilità di proteggere un giocattolo troppo prezioso per le sue mani grezze, si sono defilati con lungimiranza. Come se uno, vincendo casualmente alla lotteria, finisce per sprecare tutto e si riduce a chiedere l'elemosina sotto i ponti. Povero e abbandonato. Forse perché erano proprio loro la componente saggia e competente della società, quella che ha permesso di rivalutare fino a quel punto il Verona. Loro, e non certo Setti che ha solo avuto la fortuna di averli per sè. Comunque, tutti i nodi sono venuti rapidamente al pettine: ceduti male Barak, Simeone, Caprari e Casale, rimpiazzati solo numericamente con giocatori scadenti (alcuni persino pagati cari), preso Marroccu come suo braccio destro (velocissimo a squalificarsi nel giro di poche settimane) e infine scelto Cioffi per l'ennesima scommessa assurda anche se l'ambiente, svilito e senza indirizzo, stava cercando invece disperatamente continuità, esperienza e buon senso. Cosa è rimasto di quel Verona che tanto ci ha divertito e sentiti rispettati? Niente. Per non parlare della soluzione frettolosa e senza alcuna logica di affidare la squadra a Bocchetti, che non ha niente a che vedere con quella adottata dal Monza con Palladino. Infatti, il povero cristo è stato assunto a uomo simbolo della società dopo essere stato prima dirottato in Primavera e poi, come un profeta, beneficiario di addirittura 5 anni di contratto. Lui che non ha neppure il patentino da allenatore. Ora cosa ci aspetta? un lento ed umiliante cammino verso l'inferno o abbiamo ancora qualche briciolo di speranza di salvezza?

[continua]
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