Hellas Verona 1984/85

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VERO VERONA

IN COPERTINA / IL CAMPIONATO DELLE NUOVE GRANDI

di Carlo F. Chiesa

Nella giornata della verità la Sampdoria affossa la Fiorentina confermandosi protagonista assoluta, mentre i gialloblu di Bagnoli superano la Juve. E confermano la fondatezza delle loro ambizioni di primato.


L'immagine è emblematica: Socrates a centrocampo controlla il pallone, si guarda intorno, poi accenna un passo di danza, mentre Pari, sbucando da tergo come proiettato da una molla invisibile, lo travolge a mo' di ciclone, gli sradica la sfera dai piedi e parte per una volata furiosa, seminando lo scompiglio nella difesa viola. Il dottore, stella di un firmamento forse troppo lontano come concezioni atletiche, resta a guardare, le mani sui fianchi, contemplando il divenire con annoiato dispetto. Così la Sampdoria ha fatto irruzione nel campionato, aggredendo la giornata della verità come solo sa e può chi ha piena consapevolezza dei propri mezzi. Pressappoco allo stesso modo l'altra grande protagonista, il Verona, ha piegato mollezze e presupponenze della Juve, strappandole di mano lo scettro del torneo. La «quinta» dei grandi scontri di vertice ha così suonato calcio da sinfonia, finendo col segnare una svolta determinante nel campionato. Lanciando in anticipo le volate che contano.

CORAGGIO. A Genova De Sisti è arrivato sfoderando una buona dose di coraggio: dovendo fare a meno di Iachini, ha deciso di non passare la mano, come suggerivano i più alla vigilia, e di affrontare a carte scoperte il «giro» della verità. Così, invece di sostituire l'ex-genoano con un centrocampista di copertura (Occhipinti), ha schierato un attaccante in più - il giovane Cecconi - confermando il modulo a 2 punte sperimentato con effetti dirompenti la domenica precedente con l'Atalanta al Comunale. Il calcolo, valutato a posteriori, non si è rivelato sbagliato, al di là della apparenze: chè anzi, il ragazzino si è segnalato tra i più brillanti, pur dopo un avvio comprensibilmente «legato» dai lacci dell'emozione; e la manovra viola, nei rari sprazzi in cui le è stato consentito di distendersi, non ha tradito sbilanciamenti di sorta. No, non è stato il coraggio di De Sisti alla base del naugragio viola. Il fatto è che la Fiorentina si è trovata ad affrontare un vero e proprio tornado umano, una squadra talmente rapace da impadronirsi subito, a velocità supersonica, in ogni attimo di partita con il piglio sicuro del più forte. La lentezza esasperante del centrocampo gigliato, in cui Socrates è rimasto costantemente travolto dagli avvenimenti e Pecci e Massaro si son trovati da soli a dover rammendare alla bell'è meglio i continui strappi provocati dalla gagliardia avversaria, ha fatto tutto il resto. Così la sfida si è tramutata in disfatta.

GIOVANI. La Samp di Bersellini è dunque passata col ferro e col fuoco. La politica della società blucerchiata, che da qualche anno va saccheggiando il vivaio italiano dei suoi giovani migliori, affiancandoli a «chiocce» di classe ed esperienza internazionale, sta cominciando a produrre i primi germogli. Tanto da ricordare le grandi manovre della Juventus di una quindicina d'anni fa, che diedero vita ad un ciclo formidabile, non ancora concluso. Non stiamo esagerando: la Samp che Bersellini ha messo a punto per la stagione del decollo si è mostrata all'altezza di qualunque ambizione, incantando e facendo esplodere Marassi, regalando ai tifosi sogni dorati che oggi, realisticamente, non appaiono più proibiti. L'armata dei ragazzini (età media 25 anni) si muove a velocità impressionante, conducendosi sul filo di schemi lineari per s quanto efficaci: i folletti di Bersellini sbucano ovunque, hanno fiato e gambe per stroncare la resistenza di qualunque avversario, compresa la sfortuna. Nell'occasione un Galli letteralmente gigantesco ha cercato di opporvisi spalancando ali da campione, che gli hanno permesso di volare e coprire, di scattare e sdoppiarsi fino a ergersi a muro impenetrabile per tutto il primo tempo. Poi gli argini hanno ceduto e il fiume in piena ha finito col travolgere uomini e cose, in un destino apparso comunque fin da primi minuti già segnato ineluttabilmente. Anche la Samp della scorsa stagione, la squadra di Ulivieri e Brady eternamente incompiuta, capace di prodezze strepitose come di scivoloni a rompicollo, è rimasta seppellita sotto la polvere dei ricordi. Bersellini ha miscelato il potenziale a sua disposizione come meglio non avrebbe potuto. In difesa ha gettato alle ortiche la prudenza, mandando in campo due terzini di propulsione - Mannini e Galia - capaci di fare il vuoto sulle fasce laterali. In particolare il ventiduenne Mannini, ex comasco con una gavetta in D (Imola) e C1 (Forlì) alle spalle, si è alzato di una spanna su ogni avversario che abbia tentato in qualche modo di contenerne la furia. Il biondino si accende in scatti e progressioni irresistibili, proietta nel vivo della gara il suo correre inesauribile, condendolo con una sagacia tattica impeccabile ed un perfetto tempismo negli interventi di chiusura. A sinistra gli fa da contraltare il collaudato Galia, riemerso dopo un periodo di letargo, voluto probabilmente da Bersellini per limarne gli ardori scavallanti con le scintille di un più maturo raziocinio di gioco. In mezzo al campo, il governo è affidato a un «penta-partito» che si è nell'occasione concesso il lusso di affondare uno dei reparti centrali più lussuosi del torneo. Pari è ormai mediano da grandi ribalte, votato alla continuità di una spinta che non si concede flessioni; Scanziani cuce e rilancia da gregario infaticabile; Graeme Souness si è riservato dal canto suo un compito semplice semplice: incantare la platea ammaestrando il gioco. La sua pulizia d'azione lo porta a centellinare gli interventi nella manovra, ma il suo contributo è determinante. Il campione scozzese possiede le chiavi d'accesso al segreto dei grandi registi che hanno illuminato la storia del calcio: i suoi lanci in verticale scandiscono i tempi della partita, le offrono di continuo nuovi significati e sviluppi, tagliando il campo come spettacolari tracciati. Si era parlato di un campione spartano, tutto efficacia e niente fronzoli, ma, visto da vicino, lo scozzese rivela le stimmate del fuoriclasse da palati fini: colpisce la palla con tocco di velluto, ricorda Suarez per la perfetta rotazione che riesce a imprimere alla sfera, imponendole di «planare» con la velocità ideale per il docile controllo del destinatario. Uno spettacolo. L'unica carenza del centrocampo doriano si annida per ora nelle giocate di Beccalossi: un certo fervore nel contributo complessivo non è del tutto mancato, qualche lancio azzeccato si è pure visto, ma non c'è dubbio che il bilancio di un «Beck» da sufficienza risicata non si può considerare in attivo. Se riuscirà ad integrare maggiormente nella manovra l'estro del fantasista ex nerazzurro, sbloccandone evidenti remore psicologiche, Bersellini potrebbe considerare compiuto il suo capolavoro proiettando la squadra in un ulteriore balzo in avanti sul piano della qualità. Anche per-ché in attacco i due ventenni terribili, Vialli e Mancini, costituiscono ormai una coppIa in grado di perforare qualunque difesa: entrambi virtuosi del palleggio, dotati sul piano fisico quanto basta per resistere anche ai contrasti più rudi, i due ragazzini hanno incantato la platea blucerchiata, duettando da campioni. Manca ancora qualcosa sul puro piano realizzativo, ma è più che evidente che neIl l'occasione gli spazi che i due hanno spalancato in avanti hanno segnato la sorte della squadra viola. E il bello è che intanto un certo Trevor Francis è ancora dietro le quinte, impegnato a ricostruirsi per un prossimo rientro. Il tecnico doriano però non ha preoccupazioni: proprio con la presenza dei due gioiellini d'attacco ha infatti risolto il problema delle ricorrenti defezioni del fuoriclasse inglese.

FURIA. Lassù, un punto avanti all'esplosiva Sampdoria, il Verona continua intanto la sua corsa in solitudine. Bagnoli è già arrivato a metà del guado del suo ciclo terribile (Inter, Juve, Roma e Fiorentina da affrontare in un mese di ferro) e il primato rimane inattaccabile. Al Bentegodi la svolta del campionato, quella che a Genova è apparsa per scintillii di gioco e nuove sicurezze conquistate alla causa, si è dispiegata per intero, senza riserve: il Verona è partito con l'unico obiettivo della vittoria, la Juve ha risposto esibendo senza pudore timori inspettati, scoprendo d'un tratto debolezze ormai non più a lungo mascherabili. Trapattoni, d'accordo, non poteva disporre di Platini (reduce dalla campagna di Lussemburgo) al cento per cento: ebbene, quale migliore occasione per approfittarne liberando Vignola, il delfino designato del francese, dalla naftalina cui ingiustamente lo costringe l'abbondanza bianconera? Cancellando invece il suo ex Beniamino dalla lista, il Trap ha gettato la maschera, lanciando un preciso segnale d'allarme: questa Juve, che s'era finora mimetizzata traccheggiando in trasferta e barcamenandosi in casa in virtù soprattutto di prodezze individuali, non riscuote la sua piena fiducia, non gli offre le richieste garanzie. Così quel Caricola schierato in luogo del francese (con lo spostamento di Bonini in avanti), oltre che un insulto alla logica, ha offerto al Verona e a questa prima fase del campionato la inequivocabile impressione di una bandiera di resa. Il Verona naturalmente non s'è fatto pregare, facendo rullare i suoi ormai conosciuti tamburi di guerra: proprio da una combinazione di ex, Fanna e Galderisi, è arrivata la prima spallata al blasone di Madama, tradita da un'uscita a vuoto di Tacconi. L'infortunio del numero uno bianconero ha denunciato le carenze difensive di una squadra forse non più attrezzata per difendersi al cospetto di avversari che attaccano a percussione. La partenza di Gentile ha lasciato segni brucianti, l'infortunio di Brio ha ulteriormente privato d'esperienza il dispositivo arretrato, e il portiere finisce con l'esibire insicurezze e limiti finora rimasti nell'ombra. Quanto al Verona, c'è poco da scoprire di nuovo: è l'indiscusso mattatore del campionato e non ha ancora rivelato debolezze contro cui l'avversario possa accanirsi per tentare di far breccia. I due stranieri costituiscono la coppia forse meglio scelta, tra tutte le quindici della A, in relazione alle esigenze della squadra. Briegel ha conferito tranquillità alla difesa, assicurando assidua protezione ed efficaci rilanci, Elkjaer ha integrato l'agilità di Galderisi con un contributo decisivo sul piano della potenza fisica. Proprio l'irruenza del danese consente alla squadra soluzioni di contropiede micidiali, che accoppiano la velocità ad una notevole abilità di palleggio. Il secondo gol ai bianconeri ha mostrato al torneo con eloquenza di quali impeti sia capace questo Verona. Un Verona vero, da scudetto. La Juve ne sa qualcosa.


Dal «Guerin Sportivo» n. 42 del 17 - 23 ottobre 1984

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