Hellas Verona 1984/85

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ESAME DI LAUREA

IL CAMPIONATO / INSISTE IL VERONA

di Carlo F. Chiesa

Nella giornata dei primi scontri diretti al vertice il Milan impone il pareggio alla Juve, mentre il Verona conferma a San Siro contro l’Inter del turbine Rumenigge la legittimità delle sue ambizioni da primato.


LA QUARTA GIORNATA doveva sciogliere i primi enigmi, con scontri di vertice a Milano e Torino, e invece molti nodi sono rimasti ulteriormente aggrovigliati: i nulla di fatto delle due supersfide, tuttavia, lungi dal deludere sul piano spettacolare, hanno invece dimostrato, pur nella povertà degli esiti numerici, di che pasta sono fatte le grandi autentiche. Sul terreno del Meazza Inter e Verona si sono affrontate scontrandosi a muso duro, procedendo vigorosamente a ondate contrapposte, spumeggiando entrambe ringhiose e pronte a colpire al minimo segno di cedimento dell'avversario. Rovesciamenti di fronte, occasioni da rete da una parte e dall'altra hanno a lungo ribollito nel catino di San Siro, scoprendo pregi e difetti delle due illustri antagoniste. Il Verona esce moralmente vincitore, se non altro per aver conquistato un punto sui percorsi di una trasferta terribile, e certo per aver confermato di essere squadra dura da battere, proprio per la difficoltà di scorgerne eventuali punti deboli. Ci ha provato a lungo Rummenigge, a snidarli ovunque potessero trovarsi: un Kalle schiumante e rabbioso su ogni pallone, pronto a infilarsi in ogni angolo di partita per trame un risalto di gioco, un'occasione in più con cui incrinare la crosta di un pareggio cui non voleva, non ha mai voluto arrendersi. Ma non sono bastati il coraggio, la grinta, la classe dardeggiante del campione tedesco per scalfire il diamante del blocco arretrato veronese. Una difesa che fa quadrato attorno allo strepitoso Garella, sgranando il rosario di meccanismi implacabili, di umili campioni dalla grinta inossidabile: Ferroni in particolare ha fatto assaggiare ai morsi dell'affamato Kalle la ruvida applicazione e la puntigliosa efficacia del difensore medio di scuola italiana, notoriamente il più forte del mondo. A far diga nel mezzo, quel mostro di Briegel, instancabile nel ciabatta re a destra e a manca spezzando e ricucendo, fino a demolire a poco a poco con la continua erosione dei suoi interventi asfissianti le velleità del centrocampo nerazzurto.

L'INTER. Di fronte ad un Verona ormai spigliato e audace anche in trasferta, l'Inter ha sciolto a poco a poco i propri entusiasmi iniziali, scoprendo le lacune di manovra che a gioco lungo sono risultate fatali: la squadra poggia su una difesa di granito, nella quale luccicano le scintillanti sicurezze di marcatori inflessibili (tra cui Ferri é addirittura superbo), ma la manovra denuncia debolezze organiche, tradisce esitazioni decisive. Che l'asse Brady-Rummenigge dovesse costituire la trave portante del gioco nerazzurro, era scontato alla vigilia: meno prevedi bile era invece che la manovra finisse con l'appoggiarsi quasi esclusivamente sui due assi stranieri. Il centrocampo gira intorno alla voragine lasciata dalla partenza di Bagni: Mandorlini non dispone al momento della bussola che gli consenta di trovare i giusti orientamenti del gioco, la sua mentalità ancora a metà del guado tra i conosciuti canoni del difensore d'attacco e quelli completamente nuovi del mediano offensivo lo esclude dal vivo della manovra, lo lascia perennemente indietro, solo di rado e casualmente in grado di incidere sugli sviluppi delle azioni. Sabato sembra uscito stravolto dalla esperienza olimpica, Causio fiammeggia a tratti ma a lungo andare l'età gli appesantisce i riflessi: le sfiancanti rincorse lo emarginano dai momenti decisivi, costringendolo a frequenti pause per rifiatare. Se si aggiunge che Brady può contare attualmente su un'autonomia atletica non superiore ai sessantacinque minuti, appare chiaro il quadro di una formazione che soffre di deficienze precise, che potrebbero diventare croniche, anche per mancanza di un'ala destra di ruolo capace di scheggiare dal fondo i cross per le teste delle due torri avanzate.

TORINO. Se il Verona ha superato l'esame di laurea del primato, la Juve pare concedersi solo a tratti, quasi ritenga non preoccupante l'attuale ritardo su una tabella di marcia formato-scudetto: il Milan d'altronde è un complesso che Liedholm sta' riuscendo nel miracolo di ricostruire su basi completamente nuove, senza fargli pagare lo scotto del noviziato. Anche a Torino la ragnatela rosso nera, in cui si è impaniata spesso e volentieri l'azione degli uomini avanzati di Trapattoni, ha avvolto a poco a poco la gara fino a stritolarla: meritato è giunto nel finale il pareggio dell'ex Virdis, complice un «assist» harakiri del rientrante Brio. Ma per i giochi scudetto ecco che s'affaccia anche la candidatura a sorpresa del Torino: nel gran calderone di testa d'altronde la compagine granata ha tutti i mezzi per restare a lungo, visto che i ritrovati equilibri difensivi (il ritorno di Galbiati è stato salutare) offrono un solido appoggio alle invenzioni della coppia Junior-Dossena: e in fase avanzata Serena si dimostra sempre più l'uomo nuovo del campionato, abituatosi a colpi da k.o. che giungono con una puntualità disarmante.

I GOL D'ORO. È stata anche la giornata dei gol d'autore, con sette reti straniere a confermare soprattutto la bontà di alcuni tra gli acquisti di grido che hanno incendiato l'estate. A Firenze il rientro di De Sisti porta una ventata nuova, con il ritorno al modulo a due punte e, non sarà un caso, ad una vittoria finalmente convincente, sulle ali di un modulo offensivo che può vantare interpreti straordinari. Al fantascientifico pallonetto di Socrates risponde da Napoli il primo acuto su azione di Diego Maradona: finalmente sorretto da un centrocampo organico (con De Vecchi prezioso tessitore) il «pibe» è in grado di sprigionare le scintille del suo inarrivabile talento. Il San Paolo torna finalmente a esplodere, e forse la squadra di Marchesi ha ritrovato le carte per sedersi al tavolo del torneo con ambizioni d'alto rango. Chi invece continua a cercarsi è la Roma, incappata peraltro nella sfortuna di un rigore-ombra, ma tuttora stranamente avara di soluzioni da rete. Per un Giannini che cresce nelle scomode vesti di vice-Falcao, restano i dubbi di una formula offensiva ancora non delineata definitivamente (Pruzzo, Iorio, Graziani: tre big per 2 maglie). E intanto la Samp procede al passo misurato che impone Bersellini, uomo poco incline alle avventure e a cercare fuori casa più del pareggio, ma certo candidato non da trascurare per la volata finale.

DUBBI. In totale, solo tredici reti, una miseria. Che succede al campionato? Un torneo che sbuffa, s’inceppa, riparte e poi s’arresta: sembra quasi un motore ingolfato da troppi campioni, una vettura oberata da sollecitazione eccessive. L’impressione è in effetti quella di un ingorgo di motivi, di valori assoluti, di grandezze addirittura cubitali da far confluire negli angusti canali di una stagione che si preannunciava irripetibile e non può adesso correre il rischio di tradirsi anzitempo, rovinando tra le secche della routine o di verdetti prematuri. Le superfavorite si danno di gomito, tentano ad ogni piè sospinto l’impennata risolutrice, ma si ritrovano in una compagnia che non è mai stata così folta: gli spazi si fanno d’improvviso insufficienti, gli spiragli si chiudono inesorabilmente e molti risultati vanno in bianco. Si spiegano così le isolate vendemmie di gol, liberatorie di umori che urgono sotto la cenere e nient’altro attendono che di sprigionarsi con furia, e nello stesso tempo la lunga sequela di pareggi: che così spesso inchiodano le grandi alle responsabilità di un torneo da battaglia, che non guarda in faccia a nessuno e non cede a gerarchie prestabilite. Così, tanto per cercare di schiarirsi le idee, domenica prossima il campionato decide di tagliar corto con dubbi e interrogativi, e mette di fronte le prime otto della classifica. Chissà che a gioco lungo non finisca con lo sgretolarsi anche il muro finora impenetrabile dei pareggi d’alto bordo.


Dal «Guerin Sportivo» n. 41 del 10-16 ottobre 1984

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