Hellas Verona 1984/85

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21 Ottobre 1984: ROMA - VERONA 0 a 0


dal nostro inviato Massimo

Mentre il Verona è in viaggio per Roma per difendere il suo primato in classifica, intorno a lui si crea una autentica bagarre. Due avversarie temibili, sfruttando a dovere il fattore campo, vincono con il minimo scarto: sono la Fiorentina (che batte l’Avellino) e l’Inter (il Como). Entrambe raggiungono a quota 8 il Milan che pareggia a Napoli e la Sampdoria che cede a Udine (gol di Edihno). Più minaccioso di tutti è però il Torino, con 9 punti di classifica, che batte grazie a un calcio di rigore la Lazio 1 a 0 (Junior). A questo punto, per non essere agganciati dai granata, i gialloblu debbono assolutamente uscire indenni dallo stadio Olimpico. Compito tutt’altro che agevole perché i giallorossi, in leggero ritardo di classifica, sono guidati da un paio di ex molto motivati, Oddi e Iorio. Ad assistere a questa avvincente partita, 80.000 tifosi romanisti, 150 gialloblu, io e mio padre in Tribuna Tevere. Che Dio ce la mandi buona!


GARELLIK 1° parte. Il portiere, in una squadra di calcio, conta per il 30%. Nelle piccole società di provincia anche qualcosa in più, perché è l’unico che può opporsi in campo allo strapotere degli attaccanti delle grandi. Si dice che nessuna squadra sia mai retrocessa con un grande portiere. In questo il Verona fa eccezione: da sempre i gialloblu hanno preferito conquistarsi la salvezza giocando a pallone e non difendendosi ad oltranza. In riva all’Adige ci sono sempre stati grandi centrocampisti ma raramente grandi portieri. Questo è conseguenza del modo di interpretare il calcio da parte degli allenatori che si sono succeduti nella panchina e della mentalità dei presidenti.

Il migliore portiere in assolto che il Verona abbia mai avuto per tecnica, capacità stare in porta e di sistemare la difesa e continuità nelle prestazioni è stato, senza alcun dubbio, Superchi. Lui all’epoca ha rappresentato per il Verona quello che oggi sono i vari Marcheggiani, Pagliuca e Peruzzi per le rispettive squadre di appartenenza: un Campione in senso assoluto e un modello di esperienza e longevità agonistica da copiare. Un gradino sotto, anzi due, piazzerei appaiati Pizzaballa, portiere spettacolare e terribilmente efficace e Garella, il portierone dello scudetto gialloblu. Per il resto, la serie A scaligera è stata costellata di mediocri numeri 1, per lo più incapaci di gestire efficacemente il loro reparto e di fare la differenza. Tranne ovviamente i giovanissimi Peruzzi e Frey, in prestito da grandi club, che però hanno inciso solamente per la durata di una stagione agonistica. Ma, come ripeto, questo non è colpa dei giocatori in sè, quanto invece di una precisa scelta tecnica.

La storia di Garella è veramente particolare e unica nel suo genere. Per questo va raccontata per bene. Garella, fu il classico esempio del brutto anatroccolo che si trasformò in cigno. O, per dirla tutta - come veniva soprannominato dai giornalisti sportivi dell’epoca (…) - fu il giocatore che da «Paperone» divenne «Garellik». Ma quando accadde questa trasformazione? Proprio durante la partita, o meglio a seguito della partita Roma – Verona del 21/10/84. E io, signori miei, ho assistito al miracolo di quel pomeriggio! Quello che è successo durante questa partita rimarrà scolpito nella mia memoria come un evento unico, inimitabile e irraggiungibile.

Ma andiamo con ordine. Garella, torinista di adozione, arrivò nel 1976 alla Lazio. La squadra bianco celeste ha sempre avuto una formidabile tradizione di portieri. Nel tempo, l’ottimo Cei, il grande Bob Lovati e il migliore di tutti, Felice Pulici - Campione d’Italia nel 1973/74 - sono stati portieri che hanno lasciato il segno nella difesa laziale. Ieri Marcheggiani, oggi Peruzzi proseguono questa felice tradizione. All’epoca, il nostro fu lanciato in prima squadra dal tecnico brasiliano Luis Vinicio, avvallato dal parere positivo di Pulici e Lovati che erano diventati manager della società. Ma fu un disastro. Garella giocò 29 partite incassando 36 reti, alcune delle quali davvero clamorose: palloni che finivano sotto le gambe, che entravano in porta dopo averli svirgolati, o a seguito di prese fasulle. Un repertorio davvero imbarazzante! L’Olimpico tremava ogni qualvolta gli avversari superavano la metà campo e, quando il pallone entrava in area di rigore, tutti i tifosi chiudevano gli occhi. E avevano assolutamente ragione: nel 1976 nacque di conseguenza il mito di «Paperone Garellone».

Concluso il campionato, Claudio fu spedito di corsa a Genova, sponda sampdoriana, in cambio dell’onesto Cacciatori. 3 stagioni consecutive in serie B, ricominciando daccapo e sperando di cancellare quella brutta nomea. Nel 1980, Bagnoli lo chiamò a Verona e lui, forte di una gran bella squadra, conquistò subito la serie A.

E’ migliorato, ma non è ancora un granché. Lunghissimo, curvo sulle spalle, sproporzionato nelle gambe e nelle braccia, non è mai stato un bel vedere. La presa era per lui un optional, lo stile era spesso goffo e improponibile, i pugni si sostituivano alle mani e le gambe e i piedi erano ottimi strumenti per respingere il pallone. Magari arrivava su tutte le palle, ma nessuno capiva come. Insomma, senza più commettere i guai del passato, Paperone era comunque un nomignolo davvero azzeccato.

Prendiamoci una pausa adesso, e vediamo il contesto di questa gara. Torneremo più tardi a parlare di lui e capiremo insieme perché, questo pomeriggio, il brutto anatroccolo si è trasformato in un bellissimo cigno.

LE ALCHIMIE DELLA GARA. La Roma che affrontiamo oggi è l’evoluzione di quella Campione d’Italia del 1982/83 guidata da Nils Liedholm. Una grande squadra, tanto che l’anno successivo raggiunse il 2° posto a 2 soli punti dalla Juventus. Ma il presidentissimo Viola, volle cambiare: via il Barone Nils, arriva un altro tecnico svedese promettente e valido, Sven Goran Eriksson, via Benfica e Goteborg, nel ruolo di direttore tecnico, mentre in panchina siede il compianto Roberto Clagluna.

La Roma è una bella squadra: ha l’ossatura della formazione che ha vinto lo scudetto ma è stata «rivitalizzata» dall’arrivo di guerrieri come Iorio (in attacco), Di Carlo e Buriani (a centrocampo). A proposito di centrocampo, Falcao, Cerezo, Giannini (o Ancelotti) e Conti rappresentano il meglio che si può proporre a livello italiano. E forse anche europeo. Uno spettacolo incredibile! Non ci sono reparti oggi che possano avvicinarsi a questo per qualità e tecnica! Sven, tecnico che ama le belle donne (soprattutto more) e il gioco a zona, usa principi più moderni e dinamici di Nils. L’impatto iniziale, non è stato però dei migliori: i giallorossi, abituati alla ragnatela e al ritmo cadenzato di Liedholm, cominciano ad avere qualche problema con il metodo e il pressing imposto dal nuovo tecnico. Dopo un avvio piuttosto stentato, soprattutto in fase offensiva, arriva alla 6° giornata l’occasione per rappacificarsi con il proprio pubblico e la classifica: il Verona capolista.

I padroni di casa schierano l’ex Oddi al posto di Nela, il dinamico Buriani per Giannini e Di Carlo è preferito a Chierico come sostituto di Bruno Conti. In attacco, la coppia Pruzzo – Iorio con Ciccio Graziani in panchina. Bagnoli conferma il blocco anti Inter e anti Juventus, inossidabile e inespugnabile.

Ultima osservazione prima di seguire in diretta la partita. In Italia, esistono solo due stadi e tifoserie che mettono davvero soggezione: i napoletani al san Paolo e i romanisti all’Olimpico. Milano e i milanesi, al confronto, sembrano una città e un tifo di tipo …norvegese. Quello che si dice veramente «il 12° uomo in campo!» Cominciate a immaginare 80.000 persone che hanno un solo colore (azzurro o giallorosso), che si gasano e si montano a vicenda, che hanno l’uso dello sfottò e dell’ironia più acuto e veloce d’Italia, che sono la più popolosa espressione di tifo «patriottico». Continuate ad immaginare che hanno i cori più belli in assoluto in circolazione, che usano come inno le canzoni di Venditti o la mitica «O suldato ‘namorato». Proseguite la vostra immaginazione con la constatazione che lì, tra bandiere, applausi e ruggiti, chiunque viene a giocare a pallone si sente davvero …in trasferta. In tutti i sensi lontano anni luce da casa propria. Bene, se tutto questo vuol dire assistere a una partita contro la Roma, il nostro Verona dovrà essere ancora più forte del solito per uscire indenne e salvare l’imbattibilità.

MINUTO PER MINUTO. Ci siamo. La Roma parte subito all’assalto della formazione veronese, oggi in completo giallo.

Al 5’ Garella para una fucilata di Iorio lanciato da Falcao.

Al 15’ volo di Garella su preciso colpo di testa di Pruzzo. Spiovono decine di palloni in area e Briegel lascia presto la sua posizione di mediano sinistro (sostituito da Marangon) per fare quella di centrale difensivo in aiuto di Fontolan in difficoltà.

Al 18’ miracolo di Garella su bolide di Cereo.

Al 24’ Briegel, in azione di contropiede, lanciato da Galderisi, entra in area di rigore ma calcia al lato sull’uscita di Tancredi. Peccato!

Riparte la Roma ed è un monologo: al 32’ doppio miracolo di Garella, prima in uscita su Iorio e poi di piede su Cerezo. A momenti svengo!

Si va negli spogliatoi con una squadra, la Roma appunto, assolutamente padrona del campo. Speriamo in bene per il secondo tempo.

In una rara azione di alleggerimento, al 52’ l’arbitro Mattei di Macerata sorvola su un atterramento di Elkjaer da parte di Bonetti pronto a raccogliere una corta respinta di Tancredi su legnata di Fanna. Mi alzo inferocito, ma vengo immediatamente messo a sedere da un migliaio di Siux arrabbiati che si voltano verso di me. O forse è stato mio padre a ricondurmi alla ragione.

Al 57’ Iorio si libera in slalom di tutta la squadra veronese, tira a botta sicura, ma Garella sventa in tuffo.

Al 73’ ci prova anche Righetti sganciatosi dalle retrovia: il difensore romanista di testa chiama Garella al miracolo e il portiere alza sopra la traversa.

Un minuto dopo, doppia parata prima su Cerezo e quindi su Pruzzo che tira a botta sicura da pochi passi. Io sono in sala rianimazione!

Eriksson, disperato, inserisce 2’ dopo Chierico per Buriani per assicurare ancora molti cross in area nei minuti che rimangono. All’82’ Turchetta sostituisce Galderisi e Bruni entra al posto di Di Gennaro. Ma è un assalto a Fort Apache. Il Verona, in tutta la partita, avrà superato sì e no la metà campo 5 o 6 volte.

Al’85’ ultimo miracolo di Garella di piede su conclusione da pochi metri di Cerezo.

E’ fatta, io sono sfinito, ma il Verona esce imbattuto dallo stadio Olimpico. I gialloblu alzano le braccia in cielo e si abbracciano stremati tra loro. E’ come se avessero vinto. Sono 10 giocatori e un cigno. Gigantesco, bellissimo, mostruoso: il portiere più forte del mondo!

GARELLIK 2° parte. L’immagine che ho di questa partita, dopo 20 anni esatti è più o meno questa: 10 furie rosse indemoniate per tutti i 90’ nel tentativo di vincere; 80.000 tifosi stupendi a sostenerle; il mio cuore impazzito a respingere ogni tiro romanista. Ma quel giorno non ero solo, c’era un giocatore veronese, mi pare in maglietta color verde speranza, che seguiva all’unisono il battito del mio cuore e gli impulsi del mio cervello: Claudio Garella.

Non c’era niente di umano in lui, quel pomeriggio. Troppo bravo, letteralmente insuperabile. Da solo ha fermato la Roma! E che Roma!

E’ giusto che, da quel momento, Paperone sia morto definitivamente. Oggi, 20 anni fa, è nato un nuovo talento, Garellik. Per noi bello e forte come Spiderman. Per gli altri un nemico insuperabile.

I SIGNIFICATI DELLA PARTITA. L’Arena titolò il giorno dopo: «Garella blocca la Roma». Perfetto: Garella e non il Verona. Dopo la bellissima vittoria di una settimana prima con la Juventus, ci poteva anche stare un calo psicofisico. Oggi, i gialloblu sono stati sempre soverchiati a centrocampo e pasticcioni in difesa.

Parliamoci chiaro: quando una squadra come quella giallorossa riesce a creare 10/12 azioni gol e mette 4/5 volte un giocatore solo davanti al portiere, qualcosa non funziona. Pruzzo e Iorio hanno superato troppe volte Fontolan e Ferroni, sulle fasce non siamo proprio esistiti. Cerezo inoltre, ha fatto la terza punta per tutto il secondo tempo. A metà campo, Di Gennaro veniva messo in mezzo da Falcao e dallo stesso Cerezo.

Certo, c’era su Elkjaer un calcio di rigore grande come una casa, ma senza Garella i gialloblu avrebbero sicuramente perso almeno 4 a 1.

Invece no: il Verona ottiene quel punticino fondamentale per restare in testa alla classifica in perfetta solitudine, rimane imbattuto e con la difesa meno perforata della serie A (2 gol soli subiti in 6 gare). Insieme con la Fiorentina. Proprio quella Fiorentina che ci dirà al Bentegodi, la settimana prossima, se il Verona è entrato in crisi o ha semplicemente rallentato la corsa per merito della Roma. Momentaneamente.

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