Hellas Verona 1984/85

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PETER PANZER

L'INTERVISTA / HANS PETER BRIEGEL

di Nando Aruffo

Ha ventinove anni, è titolare nella nazionale tedesca E, prima di Verona, non aveva mai voluto giocare all'estero. Ha scelto l'Italia Per entrare a spron battuto nel miglior calcio del mondo.

A vederlo giocare sembra un Boniek più eretto, senza baffi, senza parastinchi, coi calzettoni scesi sulle scarpette. A giudicarlo da lontano, in borghese, sembra possedere tutti i requisiti di uno che, opportunamente truccato, potrebbe calcare il palcoscenico dell'Arena con indubbia padronanza. A sentirlo parlare, oggi, ad un mese circa dall'inizio del suo soggiorno italiano, sembra davvero Jacques Tati: una mimica eccezionale, due occhi mobilissimi, un viso sempre sorridente fanno di Hans Peter Briegel un ragazzo cordiale e un personaggio simpaticissimo. Nella città che ha saputo vendere benissimo ai turisti la leggenda di Giulietta e Romeo, Hans Peter viaggia ancora in coppia con il suo «collega» Preben Larsen Elkjiaer non soltanto perché divide con lui una splendida casa sulle rive del Garda ma soprattutto perché ha ancora qualche problema con la lingua italiana. Se avrete la costanza di arrivare fino in fondo, leggerete il resoconto di una intervista realizzata in quattro round (adesso anche le tv locali, non soltanto mamma RAI hanno diritto di precedenza sulla carta stampata), tre lingue (italiano, naturalmente, con sconfinamenti nel tedesco e nell'inglese) e una gestualità da far invidia ad un napoletano verace. Può accadere, però, che durante questa colossale intervista di Babele, tu chieda rosso e ti senta rispondere bianco. Superato l'attimo di smarrimento, un cordiale sorriso è sempre l'antidoto giusto per ricomporre l'incomprensione e ricominciare da capo.
- Quando sei nato, Hans?
«No capito».
- O.k.: When were you born?
«Ah, ok, io capire».
Briegel prende carta e penna e scrive: 53 match + 4 gol. C'è qualcosa che non va, evidentemente è stato quel «born» che in inglese vuol dire una cosa e in tedesco un'altra. Tirare fuori dalla tasca della nostra giacca la nostra patente di guida è stato il rimedio più efficace per far capire a Briegel ciò che volevamo e per farlo ridere di gusto. Anche i tedeschi hanno un cuore. Ma Hans è un tedesco tutto particolare, perché si è scusato più volte per il suo italiano «Ma veti, io essere in Italia solo da trenta ciorni», perché ha sopportato con pazienza le inevitabili attese che procura la presenza d'un interprete e perché è impossibile non apprezzare la sincerità e la timidezza d'una persona giovane che decide, alla soglia dei trent'anni, di abbandonare usi, costumi e cibi della sua terra, per vivere all'estero un'avventura tutta nuova e dai contorni tutti da delimitare.
- Perché l'Italia, Hans, e perché il Verona?
«Perché il calcio in Germania non aveva più niente da offrirmi, perché mi piace l'Italia e, tra le le proposte italiane, ho preferito il Verona».
- Ma tu hai giocato per dieci anni nella stessa squadra vincendo nulla. Non avresti potuto trovare nuovi stimoli trasferendoti in una società da scudetto, senza passare frontiere?
«Avrei, ma non ho voluto. Io n sono nato a due passi da Kaiserslautern e tutta la mia vita, calcistica e privata, si è svolta in quei dintorni. A Kaiserslautern ero diventato il giocatore più rappresentativo e la gente mi fermava sempre per strada, mi chiedeva autografi, voleva che io mi facessi fotografare con loro. lo sono invece un tipo tranquillo che gioca a calcio perché gli piace ma che desidera, ogni tanto, anche stare tranquillo e da solo con i fatti suoi. Ecco perché, tra tante proposte, ho scelto Verona: perché è una città piccola; perché la società è molto seria; perché la gente non è opprimente».
- Allora dalle tue parti non avranno apprezzato molto il tuo gesto e, quando tornerai, ti chiederanno meno autografi ma forse te ne diranno di tutti i colori...
«Oh, certo. In Germania qualcuno ha detto che sono stato un traditore della Patria, qualcun altro se l'è presa coi dirigenti della squadra, pochi mi hanno detto che avevo fatto una scelta e giusta. Sono scoppiati anche dei tumulti, a Kaiserslautern, per la mia partenza, però io non potevo proprio restare. Voi italiani non ci crederete, ma io ho rinunciato ad altre offerte internazionali per venire a giocare da voi».
- Perché qui da noi si guadagna di più, oppure per dimostrare che voi tedeschi, nonostante il Mundial perso in Spagna, siete sempre più bravi di noi? L 'Inter, per puntare allo scudetto, ha preso Rumenigge per esempio.
«No, non è vero. Nessuna rivincita. Meglio non parlare di quella sera per noi molto triste. Non è vero che noi siamo più forti di voi. A Madrid, quella sera, ci avete fatto vedere i sorci verdi: gli italiani sbucavano da tutte le parti e non riuscivamo a fermarli... Tardelli, Cabrini, Bergomi... non me ne parlare... Il calcio italiano, invece, è quello tecnicamente migliore di tutti e io, in questo mio primo mese al Verona, ho scoperto che il giocatore italiano non è come pensavamo noi in Germania. Mi avevano fatto credere che non avesse carattere, non avesse forza, gli piacesse di più il divertimento e meno la professionalità: li trattavamo con disprezzo. Invece mi sono dovuto ricredere ben presto: sono molto seri e credo proprio d'aver trovato a Verona l'ambiente giusto per migliorarmi ancora e per effettuare un'esperienza di calcio e di vita che mi arricchisca ancora di più».
- Quali sono state le differenze più evidenti che hai potuto notare in questi tuoi primi giorni e primi allenamenti italiani?
«Innanzi tutto che si mangia benissimo. Poi ho trovato metodi d'allenamento molto differenti ma questo me l'aspettavo e ho assorbito bene l'urto. In Italia ci si allena meglio, perché gli sforzi vengono distribuiti in un intervallo di tempo più lungo; in Germania, invece, pretendono tutto e subito col risultato che ti fanno fare molte cose in fretta e senza avere il necessario tempo per recuperare le forze. Non badano alla qualità ma alla quantità questo non è giusto».
- Meglio Bagnoli, quindi, dei tuoi allenatori tedeschi.
«Se volevi farmi parlar bene del mio allenatore italiano ci sei riuscito perfettameente. Ma Bagnoli non ha bisogno che Briegel parli bene di lui: Bagnoli è molto bravo, molto intelligente, capisce subito il carattere dei giocatori e questo è molto importante. Ip Germania ho avuto molti allenatori: in Nazionale sempre e soltanto Jupp Derwall ma in squadra ho cominciato con Ribbeck poi Weisc, Kiasst, Krones, Dickl e Feidkamp»,
- Quale fu, secondo te, il migliore?
Invece d'aspettare la traduzione del signor Schmidt, Hans prende in mano la penna e, avendo già capito la parola «migliore», sottolinea tre nomi: Ribbeck, Dichl e Feidkamp. Ma il «migliore», Hans, il «migliore», qual è? Andando in profondità si viene a scoprire che il «migliore» è Erich Ribbeck, colui che portò Briegel prima al Kaiserslautern e poi in Nazionale. Briegel non aveva ancora un contratto da professionista, il responsabile della Nazionale dilettantistica tedesca era Jupp Derwall e Ribbeck lo convinse a convocare Briegel per l'incontro con la Danimarca del 7 aprile 1976. Però Hans Peter non si era ancora conquistato un posto fisso da titolare nella propria squadra, figuriamoci se poteva entrare a far parte in pianta stabile della Nazionale tedesca! Avrebbe dovuto aspettare tre anni, prima di poter esordire nella Nazionale maggiore. E fu un esordio che il «caso» volle rendere ancor più importante: perché Briegel, quell'indimenticabile sera del 17 ottobre 1979 a Colonia contro il Galles, entrò in campo per sostituire Karl Heinz Rummenigge. Adesso, tante cose sono cambiate, anche in Germania: Derwall non c'è più, se n'è andato in Turchia ad allenare il Trabzonspor e alla guida tecnica della squadra tedesca è stato chiamato «Kaiser» Franz Beckenbauer, mentre Briegel e Rummenigge sono scesi in Italia dove hanno ritrovato Hansi Muller.
- Pensi che ci sia ancora posto per te, Hans? Non credi che la tua scelta di andare a giocare all'estero ti abbia chiuso definitivamente le porte della nazionale?
«No, non lo penso davvero. Io mi sono fatto fare la traduzione di quanto avevano scritto i giornali italiani su alcune dichiarazioni rilasciate da Beckenbauer in occasione dell'amichevole Bayern - Inter. Poi ho chiamato Franz e mi ha assicurato che si è trattato solo di uno spiacevole equivoco. Franz mi ha detto che il 12 settembre contro l'Argentina, non mi convocherà, perché ha intenzione di provare calciatori più giovani di me, però poi, per le partite non amichevoli, quelle che contano, Franz mi ha garantito che Briegel ci sarà.» Mentre il Sig. Schmidt snocciola il suo italiano gutturale, Hans Peter ha un improvviso gesto di gioia, come se si fosse ricordato, tutt'a un tratto, di qualcosa d'importante che fino a quel momento aveva dimenticato: «Io però il 16 devo giocare qui contro Maradona. E voglio fare bella figura.»


Dal «Guerin Sportivo» n. 36 del 5 - 11 settembre 1984
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