6. Setti scende in campo? - Dossier 2017/2018 su HELLASTORY.net
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6. Setti scende in campo?

 

Il campionato che l'Hellas si appresta a disputare offre ai tifosi molte meno certezze e genera molte più apprensioni di quello di due anni fa. Anche se tutte le retrocessioni lasciano amaro in bocca e senso di frustrazione emerge questa volta anche una profonda sfiducia nella capacità di rilancio. Ci sono almeno due aspetti che lasciano al momento perplessi. Il primo – per assurdo anche quello più facile da risolvere – riguarda il valore della rosa a disposizione, svuotata a gennaio per esigenze economiche in cambio di giocatori presi in prestito e che fortunatamente non vedremo più. Quello che resta è decisamente inferiore di quanto consegnato a Pecchia due estati fa. Quella squadra poteva almeno contare su gente come Romulo, Pazzini, Pisano, Siligardi, Bianchetti e su rientri affidabili come Nicolas e Zaccagni. Non c'è dubbio che il grosso arrivò in sede di mercato (Caracciolo, Luppi, Ganz), soprattutto a centrocampo (Fossati, Bessa e Zuculini), ma c'era una base di partenza. Oggi invece il Verona ha una rosa qualitativamente ridotta all'osso e con la certezza che i pochi titolari decenti verranno prontamente messi sul mercato (Pazzini, Romulo, Nicolas sono in partenza; Fares forse è già accasato a Ferrara). Non c'è solo l'intero reparto offensivo da rifondare (e mi chiedo chi tra Matos e Cissè sia in grado di fare i gol che servono), mancano soprattutto i punti di riferimento del nuovo Verona. Caracciolo a parte, non vedo leader. Non ci sono insomma al momento giocatori di esperienza e personalità, in grado di prendersi sulle spalle i compagni nei momenti di difficoltà. Vanno comprati.

Il secondo aspetto che genera una certa inquietudine riguarda l'assetto societario. Due anni fa Setti presentò l'ambiziosa coppia Fusco – Pecchia. Quest'anno, per molti giorni si è parlato di Marchetti – Venturato che hanno ottenuto importanti risultati a Cittadella, mentre invece ci troviamo con l'incognita D'Amico – Grosso. Non c'è confronto.

Senza alcun dubbio Grosso si presenta con credenziali migliori di Pecchia, sia per quello che è stato da giocatore che per il suo breve cammino da allenatore, visto che nel curriculum di quest'ultimo erano elencati due esoneri a Latina e Gubbio (tutto dire ...) e qualche stagione da vice di Benitez. L'ex terzino campione del mondo invece, a parte il titolo di per sé sufficiente a qualificarne lo spessore, da giocatore ha vinto parecchio sia in Italia (Inter e Juventus) che all'estero (Olympique Lione) e da allenatore ha conquistato il Viareggio con la Juventus e disputato una buona stagione a Bari, piazza difficile, dove è riuscito a centrare l'obiettivo playoff. Le perplessità riguardano tutte D'Amico, ex braccio destro di Fusco, all'esordio assoluto nel difficile ruolo di direttore sportivo. Se i due sembrano avere ottimi rapporti, fatto indispensabile per intraprendere un progetto credibile, fatico a rendermi conto delle sue capacità relazionali e di indirizzo in un ambiente completamente da ricostruire e quanto mai depresso.

La soluzione più credibile è che questo vuoto societario venga colmato o direttamente da Setti, oppure coinvolgendo un direttore generale di spessore ed esperienza.

Nelle società di calcio, si vanno sviluppando due modelli organizzativi: uno bipolare, presidente e direttore sportivo; l'altro tripolare, presidente, direttore generale e direttore sportivo. Il primo è efficace quando hai un presidente abituato a scendere in campo in prima persona facendo sentire il proprio peso specifico ai tifosi, ai media e soprattutto alla squadra. Il modello bipolare poggia tutto sull'efficacia comunicativa e motivazionale del presidente e sulla competenza del direttore sportivo. L'altra soluzione invece distribuisce i ruoli e identifica come primo interfaccia societario il direttore generale che parla in nome e per conto.

Non c'è dubbio che, per le caratteristiche di Setti, quest'ultimo modello appare più consono. Avere un riferimento aziendale e uno sportivo gli consentirebbe di non esporsi troppo e di trovare un paio di interlocutori qualificati con i quali condividere le scelte. Anche perché, come ci siamo resi conto anche quest'anno, Setti ha assoluto bisogno di confrontarsi con qualcuno prima di prendere decisioni importanti. La difesa ad oltranza di Pecchia, assolutamente ingiustificata, lascia ancora sgomenti.

Oggi l'ambiente, e non solo la rosa, vanno ricostruiti e riconquistati. I tifosi sono stufi di sentir parlare di bilancio e di piagnistei per scelte sbagliate. Occorre riportare la gente allo stadio e dare fiducia. Altrimenti i risultati non arrivano. Non arriveranno mai. Tra l'altro, lo stesso Fusco recentemente si è espresso a favore di una soluzione organizzativa che preveda la presenza di un direttore generale. Lui, l'anno scorso è apparso per mesi l'unica voce societaria ottenendo risultati disastrosi ovunque, e non solo dal punto di vista sportivo.

Per questo motivo lascia qualche perplessità la promozione di D'Amico. Poteva avere un senso se affiancato da Marchetti come direttore generale. E ha un senso se Setti sta cercando una figura analoga da affiancargli. Ma se tutto resta come adesso anche il lavoro di Grosso appare più complicato perché lasciato al suo destino senza alcuna protezione societaria. Che interlocutore è D'Amico? Quanto è autorevole?

A tal proposito, alcuni sostenitori gradirebbero l'inserimento in società di una figura carismatica, in grado di recuperare energia positiva gialloblu. Si è provato con Adailton, ma lui preferisce intraprendere l'attività di allenatore; si è parlato di Toni, ma lui ambiva al ruolo di D'Amico. Setti sa che non può iniziare il prossimo campionato senza aver concesso qualcosa alla piazza: non parlo solo in termini di giocatori in arrivo, anche dal punto di vista empatico. Non avendo più da scagliare le proprie delusioni contro Pecchia e Fusco ormai fuori, lui rimane l'ultimo responsabile del fallimento sportivo. Occorre quindi risolvere in fretta la questione per evitare di iniziare la nuova avventura già in salita e con il vento contrario.

Massimo




Hellastory, 18/06/2018

CIOFFI ALLA RICERCA DEL VERONA PERDUTO


Ho l'impressione che, dopo la confusione generata dal mercato, si continui crearne di nuova anche nelle soluzioni tattiche partita dopo partita. Laddove Tudor aveva trovato la fortuna del Verona dando continuità al lavoro di Juric migliorandolo gradatamente con il suo stile personale, Cioffi invece, ha stravolto priorità e leadership cancellando di fatto ogni tipo di continuità. Quando in conferenza stampa parla dei singoli, traspare evidente il suo concetto di base secondo cui «tutti sono in discussione, nessuno è sicuro di giocare». Questo probabilmente dipende dal fatto che lui ritiene efficaci alcune teorie aziendali (peraltro, recentemente messe in discussione dalle prove dei fatti) che mettono in competizione tutti i collaboratori ponendoli gli uni contro gli altri al fine di migliorare la produttività. Giovani contro vecchi, arroganza contro esperienza. Ma così facendo, il mister ha di fatto eliminato tutti i riferimenti degli ultimi anni. Ogni partita scende in campo una formazione diversa e i 5 cambi a disposizione, anziché consolidare, sperano di ribaltare quello che non sono riusciti ad esprimere in campo i titolari. O sbaglia la formazione iniziale, o non trasmette la giusta concentrazione, fatto sta che il Verona sbaglia quasi sempre l'approccio (salvo forse solo il primo tempo con la Lazio). Quello che emerge è infatti un Hellas continuo cantiere aperto dove la paura di sbagliare (e quindi di perdere l'opportunità a disposizione) condiziona ogni singolo giocatore che non riesce poi ad esprimersi al meglio per due partite di seguito. E' una squadra che non costruisce gioco, che fatica a difendersi, che non ha un'identità. Gunter, Ilic, Tameze, lo stesso Lazovic costretto a cambiare più ruoli, non sono più gli stessi. D'altra parte, in questa confusione generale, purtroppo continuano a trovare spazio i modesti Lasagna, Depaoli, Dawidowicz e Djuric di cui non comprendo il valore.

[continua]
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