1975-1978: IL VERONA DI VALCAREGGI - Hellas Verona: Flashback su HELLASTORY.net
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HELLAS VERONA / Flashback

1975-1978: IL VERONA DI VALCAREGGI

Hellastory: Flashback

1975-1978: IL VERONA DI VALCAREGGI
1975-1978: IL VERONA DI VALCAREGGI

L'epoca Garonzi è scandita dalla presenza di 3 allenatori fondamentali: Liedholm ha creato l'ossatura della squadra traguardando con successo la promozione in serie A; Cadè ha dato continuità al gruppo rendendolo efficace e abituandolo a confrontarsi contro le corazzate più forti d'Italia; Valcareggi ha esaltato le qualità dei singoli, maturati da varie esperienze, ottenendo i migliori risultati . Da questo punto di vista, giocatori come Mascetti, Maddè, Ranghino, Sirena, Nanni, Zigoni, Mazzanti, Franzot, Luppi sono cresciuti a Verona e qui hanno vissuto i momenti migliori della loro carriera scandendo i tempi di questo decennio fantastico.

L'arrivo di Valcareggi è stato vissuto dai tifosi gialloblu come la rivincita personale di Garonzi dopo l'inomignosa retrocessione tra i Cadetti per presunto illecito sportivo. Un nome autorevole, di fama e bravura internazionale, venuto a concludere la sua carriera di allenatore proprio in casa nostra. Che prestigio! Quante cose avrebbe potuto insegnare ai nostri giocatori!

Per questo andare a vedere il Verona, dopo ferragosto, nello splendore di Veronello, immerso nelle verdeggianti colline che sovrastano Lazise, abbinava un significato di natura sportiva ad uno quasi culturale. Oltre che di puro divertimento, ovviamente. Finiti gli allenamenti, una bella chiacchierata su quanto di bello avevamo visto obbligavano una sosta in quel ristorante che ciascuno di noi conosce da quelle parti. Proprio sul lago. Insomma, Veronello e Valcareggi significava per tutti noi una giornata particolare, tutta fatta di calcio, schemi, pesce fresco e risate.

Sul campo principale della bellissima struttura sportiva voluta da Garonzi, quello infondo a sinistra, giravano 2 dozzine di giocatori in completo blu. Tutti - o quasi - a sudare come dei disperati. Quasi perché Zigoni, facendo mossette furbe che facevano impazzire dal ridere tutti i tifosi accalcati intorno al campo, girava sempre al largo dalla pesante fatica atletica e dallo sguardo attento di Mascalaito, allenatore in seconda e «uomo duro» del gruppo, suo compagno di più di 120 battaglie in maglia gialloblu. Baffi neri spioventi, carnagione scura, grinta da sottoufficiale lagunare e temperamento di ferro, Gigi spremeva tutti i ragazzi e lui stesso con loro. Giocatore dal grande senso pratico, aveva iniziato la sua carriera agonistica in attacco ed aveva finito arretrando in difesa come ultimo baluardo a protezione del proprio portiere. E dalle sue parti non passava davvero nessuno.

Il professore Valcareggi invece, avanti nell'età e con tutta la saggezza e la cultura del calcio nelle pieghe rugose del viso e nei capelli bianchi, era sempre gentile e sorridente con tutti, anche perché non aveva bisogno di far molto per mostrare il proprio carisma. Bastava sentirlo parlare e tutti erano inevitabilmente persuasi.

Parliamo dunque di questa squadra, concentrandoci in particolare su quella più bella, la protagonista del campionato 1976/77, classificata al 9º posto in Campionato, a lungo in lotta per un posto in UEFA e capace del migliore calcio della gestione Valcareggi. Ve lo immaginate voi il Verona in Coppa UEFA?

CHIUSI DIETRO. Primo principio per una provinciale è quello di non prendere troppo alla leggera l'assetto difensivo. Va bene il calcio moderno, va bene il gioco offensivo, ma contro avversari molto più tecnici e in grado di colpire al minimo errore, è meglio stare attenti. Le salvezze, come le promozioni e gli scudetti, si conquistano limitando i danni dietro. Per questo Valcareggi chiama un grande portiere, Superchi, elemento di spessore tecnico e professionale assoluto. Viene a Verona dopo essere stato Campione d'Italia nel 1968/69 e aver vinto una Coppa Italia nel 1974/75 sempre con la Fiorentina. Sicurissimo tra i pali e nelle uscite, molto esperto, bravissimo a guidare i compagni di squadra e a non cedere all'emozione nei terreni di gioco più impegnativi come San Siro, il Comunale di Torino e l'Olimpico. Non ricordo portieri gialloblu che abbiano lasciato maggior sicurezza nella propria squadra e tra i tifosi. «Tanto c'è Superchi» si diceva. Ed era vero. Pur se un po' avanti nell'età, aveva allora 32 anni, il suo fisico integro, non concedeva molto spazio per i secondi che erano veramente solo dei numeri 12.

La difesa era bloccata con 3 difensori puri. Logozzo arriva a Verona con la nomea del mastino cattivo, prelevato dai combattivi campi del centro sud (Avellino, Acireale e Ascoli). A Verona crescerà molto, riuscendo a mantenere la sua proverbiale grinta ma migliorando molto sotto l'aspetto tecnico. Insomma, dopo la cura Valcareggi, era in grado di imbavagliare l'attaccante avversario senza distruggerlo fisicamente. E non è poco. Con lui Bachlechner, cresciuto nel Verona e proiettato in prima squadra dopo qualche stagione di maturazione in giro per l'Italia. Biondissimo sembrava veramente un difensore tedesco, veloce e risoluto. Negrisolo era poi il difensore più evoluto. Nato come terzino, cresciuto come stopper, aveva girato la serie A come titolare nella Sampdoria e nella Roma. Valcareggi lo sistema al centro della difesa tra Logozzo e Bachlechner, in ultima battuta, e gli assegna in pratica il ruolo di libero.

Due erano le caratteristiche di questi difensori: 1) erano velocissimi 2) erano piuttosto bassi: nessuno di loro raggiungeva il metro e 80 centimetri. Ma non facciamoci prendere dal dubbio: Negrisolo (alto 175 cm) soprattutto e Bachlechner (178 cm) erano anche fortissimi di testa. Saltavano come delle molle su tutti i palloni, e contenevano gli attaccanti avversari giocando soprattutto sull'anticipo.

LE FASCE. I cursori gialloblu dovevano saper spingere, difendere e partecipare alla manovra. Da questo punto di vista Valcareggi inventa gli esterni, identificandoli tra i giocatori più duttili a sua disposizione. Fiaschi era un buon attaccante di serie B e di serie C, giocatore di grande movimento e di discreta tecnica. Il mister lo disciplina imponendogli di coprire la fascia destra e lui riesce a mettere a disposizione della squadra la sua esperienza e la sua fisicità. Senza perdere il vizio del gol (4 per lui in questa stagione). Nonostante l'età non più verde, ha 31 anni, regge benissimo l'impatto con la serie A. Solo l'anno dopo, nel campionato 1977/78, Garonzi gli affianca un giovane cursore di fascia, Trevisanello, per mantenere alto il contributo di spinta di questa corsia.

Sulla sinistra opera Franzot, l'amato e generoso «Kerosene» come era soprannominato dai tifosi gialloblu. Ex tornante di fascia destra, Franzot cresce molto a Verona; Cadè in serie B lo avava impiegato addirittura come mezzala sinistra sfruttando la buona tecnica di base e la sua adattabilità come ambidestro. Valcareggi lo riporta sulla fascia, questa volta quella sinistra, arretrandolo di una ventina di metri e lui si scatena in incessanti galoppate. In pratica sostituisce capitan Sirena, grande terzino fluidificante e leader del periodo di Cadè. Franzot ha meno fisico e gli manca la conclusione da fuori area ma è più veloce e duttile, è meno capace di difendere ma più bravo a vedere e a coprire gli spazi. Un giocatore davvero completo.

LA REGIA. Meglio averne 2 che 1. Meglio ancora se si chiamano Mascetti e Maddè. Affiatatissimi da una grande quantità di partite giocate insieme, in entrambi possesso di lancio lungo, palleggio, capacità di tener palla, movimento senza palla, copertura degli spazi, interscambiabilità: queste erano le qualità comuni dei 2 registi del Verona. E averli entrambi consente loro di muoversi con maggiore autonomia. Così ad esempio, capitan Mascetti poteva proporsi come terzo attaccante e inserirsi nei movimenti delle punte gialloblu. E lo sapeva fare piuttosto bene: 7 gol per lui la stagione passata, solo 2 in questa e ben 9 nella prossima. Il terzo finalizzatore della squadra. D'altro canto Maddè poteva sostituirsi a uno degli uomini di fascia, liberandoli al tiro. Un'intesa perfetta.

In mezzo a loro un uomo di fatica, Busatta. Fisico da granatiere, grande combattente, ha rappresentato per anni l'elemento di quantità del centrocampo gialloblu. Indispensabile in un centrocampo molto propenso all'aspetto tecnico, è stato l'alter ego ideale di Mascetti e Maddè. Buon colpitore di testa, efficace nel pressing anche se a quei tempi non si contrastava molto da vicino l'avversario in possesso di palla, sapeva essere il difensore aggiunto e talvolta l'uomo in più nella manovra veronese. Un giocatore insostituibile.

E' chiaro che in mezzo a loro, giovani di talento come Guidolin andavano a nozze.

IN ATTACCO, la coppia per eccellenza: Luppi e Zigoni. 13 gol insieme questa stagione, il 50% del totale. Zigoni è classe allo stato puro, dribbling strettissimi, piede vellutato, senso della posizione. Non è una prima punta, ma non si tira mai indietro. Scostante di carattere, pigro, bizzarro, simpaticissimo, era la star del Circo Gialloblu. Già dall'altoparlante, quando lo speaker urlava «numero 11…Zigoni!» il Bentegodi diventava Maracanà. Se avete in mente una testa calda veneta, con il talento di un brasiliano e lo spirito capriccioso di un protagonista di scena, avete in mente Gianfranco Zigoni. Capelli lunghi biondi, mutandine aderenti, maglietta allungata. Una passione per i difensori avversari, per gli arbitri (stupendi i battibecchi, le ammonizioni per proteste e per simulazione) e per i tifosi. Lui era il Verona. Lui poteva tutto. Anche sbagliare un gol a porta vuota. O palleggiare con la pistola…

Ma con uno così, occorre al suo fianco un umile combattente, generoso e costante: Luppi, detto Liviogol. Silenzioso, paziente, teneva su la croce mentre Zigoni predicava. Che coppia butei!

Finalmente Garonzi pensa di affiancare loro un buon cambio: Petrini, eterno girovago dei campi di serie A (ex Milan, Torino, Varese, Catanzaro, Terzana e Roma), brutto carattere e buon fisico. Anche da noi dura 1 solo anno, ma non è facile rompere la premiata ditta.

Insomma non so se sono riuscito a trasmettervi un po' di nostalgia o di ammirazione. L'importante è che siate orgogliosi del passato della nostra squadra. E, nello spettacolo che ci hanno offerto questi campioni, avere ancora un pizzico di speranza che in futuro le cose potranno andare meglio. Speriamo.

Massimo.



Hellastory, 03/07/2004

CIOFFI ALLA RICERCA DEL VERONA PERDUTO


Ho l'impressione che, dopo la confusione generata dal mercato, si continui crearne di nuova anche nelle soluzioni tattiche partita dopo partita. Laddove Tudor aveva trovato la fortuna del Verona dando continuità al lavoro di Juric migliorandolo gradatamente con il suo stile personale, Cioffi invece, ha stravolto priorità e leadership cancellando di fatto ogni tipo di continuità. Quando in conferenza stampa parla dei singoli, traspare evidente il suo concetto di base secondo cui «tutti sono in discussione, nessuno è sicuro di giocare». Questo probabilmente dipende dal fatto che lui ritiene efficaci alcune teorie aziendali (peraltro, recentemente messe in discussione dalle prove dei fatti) che mettono in competizione tutti i collaboratori ponendoli gli uni contro gli altri al fine di migliorare la produttività. Giovani contro vecchi, arroganza contro esperienza. Ma così facendo, il mister ha di fatto eliminato tutti i riferimenti degli ultimi anni. Ogni partita scende in campo una formazione diversa e i 5 cambi a disposizione, anziché consolidare, sperano di ribaltare quello che non sono riusciti ad esprimere in campo i titolari. O sbaglia la formazione iniziale, o non trasmette la giusta concentrazione, fatto sta che il Verona sbaglia quasi sempre l'approccio (salvo forse solo il primo tempo con la Lazio). Quello che emerge è infatti un Hellas continuo cantiere aperto dove la paura di sbagliare (e quindi di perdere l'opportunità a disposizione) condiziona ogni singolo giocatore che non riesce poi ad esprimersi al meglio per due partite di seguito. E' una squadra che non costruisce gioco, che fatica a difendersi, che non ha un'identità. Gunter, Ilic, Tameze, lo stesso Lazovic costretto a cambiare più ruoli, non sono più gli stessi. D'altra parte, in questa confusione generale, purtroppo continuano a trovare spazio i modesti Lasagna, Depaoli, Dawidowicz e Djuric di cui non comprendo il valore.

[continua]
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